Martedì, 24 Marzo 2009

C’era una volta il duello

Una storia eccessiva

Un re accetta la sfida a duello lanciata dall’ultimo dei ribelli, giocandosi l’intero regno. Un presunto omicida è costretto, nel corso di un giudizio ordalico, a ingurgitare quantità esorbitanti di pane e formaggio. Un vecchio paralitico sfida a duello un giovane in ottima salute, uscendone vincitore. Un giudice incaricato di stabilire le regole di un duello finisce con lo sfidare a sua volta i duellanti. Un gruppo di spettatori invade il campo chiuso in cui si sta svolgendo una sfida, che subito si trasforma in un’immensa rissa. E c’è chi istiga diciotto duelli consecutivi per difendere la superiorità di Ariosto su Tasso, confessando poi, in punto di morte, di non aver mai letto né l’uno né l’altro . Ci si sfida per un’occhiata troppo insistente, per una precedenza non ricevuta, per una risposta poco educata . Tutta una microfisica della provocazione e dei piccoli gesti concorre ad alimentare un tessuto bellicoso destinato - inevitabilmente - a esplodere. E quando il duello esplode, la lingua facinorosa del sacro prende la parola: «Non è vero», dice il provocatore. E l’altro, pronto ad accettare la sfida: «No, è vero». Il duello inizia ancor prima di cominciare. La verità è già in gioco, e l’invettiva si raddoppia: «Non è vero». E l’altro, di nuovo: «E’ verissimo, e fuori di qua ve lo manterrò». «Tu menti». «Tu menti che io menta», e così all’infinito . Un discorso ossessivo e debordante che non ripete più nulla, al di fuori degli schiamazzi della battaglia e del clamore dell’urto ostinato tra due corpi, due verità e due diritti particolari, irriducibili. Una lingua calata nei bassifondi della vita quotidiana, che non «significa» - non ha nulla di teorico - e che parla il linguaggio selvatico della zuffa e della polvere, dell’agitazione e del fango.
Quella del duello è una storia, avrebbe detto Bataille, di «operazioni gloriose» , di manifestazioni violente e prive di calcolo. Una trama incontenibile di contagi bellicosi e «frenesie insensate» , di sacrifici privi di misura e doni moltiplicati all’infinito, di pratiche che presuppongono l’«ardore della lotta»  come fondamento del politico. La storia di un eterno gioco sacro nel quale si ricomincia sempre, e si rilancia ogni volta la massima posta in gioco: l’unica verità del duello è che nel duello si va sempre di nuovo “ai restiâ€, si tocca sempre di nuovo il fondo, e ci si gioca sempre tutto, a cominciare dal corpo, che è insieme il principio e il fine della contesa. Il corpo è semplicemente il principio e il fine. Nessuna archeologia e nessuna teleologia che rendano solenni l’inizio e la fine, ovvero nessuna riflessione che elevi l’inizio e la fine al rango di problemi filosofici.
Il corpo del duellante, isterica e infame

«È un diritto fare del corpo quel che più m’aggrada», dice il duellante , la prima grande isterica della modernità. E nella sfida locale al corpo, alla verità e al diritto dell’avversario, a essere sfidati a duello sono in fin dei conti i simulacri, le insegne e i simboli globali che avvolgono, dissimulandola nello splendore della sovranità, la materialità dei rapporti di potere: il corpo collettivo, la verità universale e il diritto comune dello Stato moderno, che non smette di respingere il duello nei bassifondi della società, considerandolo ora come spettacolo cruento, ora come consuetudine barbarica, ora come pratica demoniaca. Al pari dei gladiatori di Roma antica, e come gli infami, i briganti, i ladri, i selvaggi, i vagabondi e i folli, i duellanti si uniscono a quel coro turbolento di piccole e grandi devianze - «il duello non si armonizza con la natura, devia dal diritto comune, non si accorda con le ragioni dell’equità», recitava già il Liber Augustalis di Federico II  - che balbettano ai margini della città. Le società moderne, ossessionate dagli spettri dell’ordine pubblico e della salute pubblica, hanno già intrapreso la via sublime che lentamente le porterà ad abbracciare, nell’arco di quattro secoli, l’umanitarismo giuridico-medico delle «società bene ordinate» di Beccaria e Pinel.
La peste dei duelli

Perché il duello è innanzitutto una questione di ordine pubblico e di salute pubblica, nel senso che pone seri problemi di pulizia morale e materiale in seno alla vita civile. La prossimità della peste alla «mala pianta» dei duelli – secondo la formula proposta già da San Luigi, nell’ Ordonnance contre les duels  – potrebbe non essere semplicemente il frutto di una facile analogia formale. I primi grandi interventi pubblici moderni sul corpo collettivo dello Stato e sul corpo individuale dei sudditi, infatti, sembrano svilupparsi proprio a partire dalle ondate di peste e contagi bellicosi che scompongono in successione l’unità teorica del mondo rinascimentale. Tanto che, alla metà del XIV secolo, le prerogative di uno scontro armato non regolato dall’economia disciplinare degli eserciti moderni da una parte, e una certa strategia del contagio pestilenziale dall’altra, sembrano ancora confondersi. Nel settembre del 1347, durante l’assedio di Caffa, in Crimea – cos’altro è un assedio, se non un duello? - , i mongoli catapultano al di là delle mura della città, come se fossero proiettili, decine di cadaveri di morti per peste: «Se la notizia è attendibile, la batteriologia come arte di guerra ha preceduto di mezzo millennio la batteriologia come scienza» . Più una batteriomachia, in ogni caso, che una batteriologia scientifica. Più una bassa scienza dell’infetto al servizio di uno scontro binario di forze, che una scienza universale dell’immunità dal nemico interno. Più una strategia del duello che una teoria della comunicazione.
Se, con l’inizio della modernità, il corpo individuale comincia ad essere sempre più docile e disarmato, sempre più ossessivamente attento alle pratiche dell’igiene quotidiana , il corpo collettivo diventa sempre più immacolato, ripulito da ogni immondizia, sempre più svincolato dalla bellicosità quotidiana delle strade cittadine e dei sobborghi. Come la peste, il duello rappresenta l’irruzione nella vita quotidiana - a mezzo di contagio mimetico - dell’infetto e del disordinato, del molteplice e del bellicoso. Se la peste introduce nella vita quotidiana un disordine biologico che si diffonde per contagio fisico, il duello porta con sé un disordine di natura civile, morale e spirituale che si propaga per imitazione: al pari di chi semina la peste, chi sparge sangue è paragonabile a chi sparge il seme, e commette dunque un peccato mortale.
Sprechi locali e sublimazioni globali: spargimenti rissosi vs. discipline

La posta in gioco politica della peste e del duello sembra allora non essere quella più ovvia. A costituire un problema, infatti, non sono tanto il rischio della morte o la necessità dell’ordine pubblico come tali, quanto la presenza scomoda di ciò che permane restando in eccesso: in questo senso, la biopolitica è scienza della gestione della vita e della morte delle popolazioni solo nella misura in cui si fa scienza della gestione degli eccessi e dei rischi connessi al superamento dei limiti. Il problema è dunque governare ciò che resta, e che, restando, si sparge rissosamente: vale a dire senza limiti e senza regole - o meglio, secondo limiti e regole proprie.
Se la posta in gioco della politica moderna è quella della razionalizzazione e dello smaltimento “economico†degli eccessi, appare dunque evidente che la tradizionale interpretazione giuridico-politica del duello, inteso come consuetudine nobiliare locale opposta corporativamente al potere globale della sovranità, non può funzionare. Nel duello c’è in gioco un’altra dimensione del rapporto tra locale e globale: quella della lotta tra un insieme di pratiche locali, votate allo spreco e all’eccesso, che istituiscono la società come molteplicità di conflitti, e una concezione simbolica del monopolio statuale dei rapporti guerrieri e della gestione delle ostilità materialmente ancorata su un tessuto sempre più consistente di rapporti disciplinari. In questo contesto, i duellanti sfidano a duello un sistema di diritti di gestione degli eccessi e dei conflitti per affermare il proprio diritto irriducibile a gestire i propri eccessi e i propri conflitti secondo regole proprie. Per riprendere un’idea di Clastres: la società è contro lo stato . Per rileggere Clastres attraverso Bataille  e Foucault: l’«orgiastico» e lo «smisurato»  nella società sfidano a duello il sistema materiale delle discipline e la rete simbolica dei padroni che contribuiscono a occultarle: il Diritto, la Politica, la Sovranità. La bassa politica del duello sfida a duello le vette del Politico.
Il corpo dello Stato e il duellante-piede

«Perché sono così bella?/Perché il mio padrone mi lava», dice la lingua secondo Eluard . I duellanti, invece, «gente con lo sguardo e il tatto pieni di polvere» , preferiscono il fango e rifiutano le ingiunzioni “igieniste†di qualsivoglia padrone. Riprendendo la nota metafora della città come corpo vivente, elaborata da Giovanni di Salisbury nel XII secolo , si potrebbe dire che le parti basse della città, vale a dire i piedi – destinati per natura a obbedire - , insorgono definitivamente contro le parti alte, ossia la testa e il cuore. Certamente le spade dei duellanti sono quasi sempre rivolte verso l’alto, e a tratti riflettono la luce scintillante del sole. Ma i piedi, ovvero il punto più basso delle più basse rivendicazioni, restano saldamente ancorati nel marcio del campo di battaglia.

 

 

 
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