Action30/3 Duel_Dual / La rivolta degli antiesorcisti
Action30/03
Duel_Dual / La rivolta degli antiesorcisti (La croce della normalità III)
Sfida il prossimo tuo come te stesso / Duellanti brava gente / Aquile e talpe della rivoluzione / “Uomini disperati e ammirevoli†/ La controcondotta gnostica / Una stella tirannica e oscena / Diavolo di un Dio / Croce metafisica / Guerra dentro, pace fuori
Che cos’è, dunque, il lapsus politico? È quando, per far parlare la pace, ci scappa di dire qualcosa di basso ed è già una dichiarazione di guerra. Gli Incredibili sono la lezione definitiva della normalità , che però si conclude con le parole bellicose del Minatore. Il discorso della pace e della felicità afferma inequivocabilmente che la sfida viene da sotto. A lanciarla non è un essere qualsiasi – un avversario frontale o trascendente – ma una creatura d’irraggiungibile bassezza, un principe degli inferi. È l’uomo talpa che dichiara guerra, perciò il discorso della pace e della felicità finisce per affermare che il duello è una lotta tra sovranità alte e sovranità basse, tra performance sublimi e performance infernali, tra un certo modo di eccellere in up e un certo altro modo di eccellere in down. Ma il lapsus politico non si limita a questo. Per affermare l’unicità del bene, ci scappa di dire qualcosa di trionfalistico ed è già una dichiarazione di dualismo militante, e di debolezza, d’impotenza. La lezione di Breton proclama l’unicità del surrealismo, ma quando egli dice che non si può uscire dal surrealismo senza cadere su Bataille, finisce per parlare la lingua del diavolo. Il discorso dell’ortodossia è letteralmente diabolico, perché afferma che c’è qualcosa che divide il surrealismo da se stesso, che la totalità , lungi dall’essere compiuta, è un campo di battaglia nel quale si affrontano le forze sublimi e quelle basse, il puro e il rancido, il meraviglioso e l’informe. Breton fa di tutto per esorcizzare Bataille: lo scaccia giurando che è solo male, sporcizia, malattia. Lo espelle, lo cattura fuori squalificandolo: “Non esisti, ovvero esisti unicamente come la feccia del surrealismoâ€. Ma esorcizzare Bataille è ammettere di esserne in qualche modo posseduti. È dichiarare che il basso materialismo ha già da sempre profanato il cerchio magico del surrealismo. Per questo bisogna scacciarlo. Vade retro. L’impotenza si esprime attraverso la squalificazione dell’avversario, come nel caso di Haitzmann che proclamava il proprio trionfo demonizzando il padre e femminizzando il demonio. Ma più l’avversario è squalificato – come non essere, come falsità , come male – più è realizzato come nemico. La squalificazione ontologica e morale grida a squarciagola la potenza politica del nemico, al quale basta aprire bocca per realizzare ciò che dice di essere, cioè un soggetto bellicoso. Il lapsus politico è il momento in cui il discorso della pace, del sublime e del bene si lascia sfuggire l’affermazione che la guerra c’è ed è una sfida che viene dal basso; che la normalità è un duello ed è la performance di ciò che sta sotto. E se lo lascia sfuggire immancabilmente, perché questo discorso (sempre che ve ne sia un altro) è fondato sull’istituzione della pourriture. Perché è un discorso che segretamente non può fare a meno di ripetere: “Puoi sempre sfidarmi, per questo devi essere solo fecciaâ€. Il lapsus politico, ossia il rigurgito viscerale del duello, è l’altra faccia dell’esorcizzazione del duello, ossia della squalificazione ontologica e morale di ciò che è basso e di ciò che vi è di bellicoso nel basso.
 Sfida il prossimo tuo come te stesso
 Da ciò si può trarre, al limite, una lezione. Non si tratta, però, di una lezione teorica, bensì pratica. È uno schema strategico, un capitolo dell’arte della guerra. Più precisamente, è uno schema di controcondotta, un modo di far parlare la guerra quando invece tutto parla di pace e felicità . Come si aprono margini di possibilità politica in un mondo cementato dalle croci della normalità , dagli angoli retti che organizzano il rapporto tra ciò che sta sopra e ciò che sta sotto, tra ciò che è sublime e ciò che è infame? Come si rompono questi angoli, da dove si comincia e che cosa accade quando si rompono? Sono queste le domande a cui il lapsus politico può dare una risposta. Ma la risposta, non essendo teorica, sarà necessariamente storica. Per trovare lo schema di una controcondotta politica, si possono far parlare solo gli esempi storici. Prima di considerare i duelli aperti nella modernità dalle donne talpa (sì, sono soprattutto donne: ci stupisce, dopo aver visto i quadri di Haitzmann?), soffermiamoci ancora sulla polemica tra Bataille e Breton. Che cosa fa, in fondo, Bataille? Detto con una battuta, cerca l’amico, non il nemico. Differenza considerevole, capovolgimento completo rispetto al discorso che pone di fronte a sé, fuori di sé il nemico, per dichiarare che dentro c’è solo il bene e che il dentro deve necessariamente trionfare sul fuori. Questo discorso, fondato sul dualismo del bene e del male, è solo apparentemente il discorso della guerra e della politica. Il nemico, Bataille mica ha bisogno di andarselo a cercare, né di teorizzarci sopra: cresce tutt’intorno ed è una giungla di camicie nere. Siamo negli anni 20-30, la giungla si chiama antisemitismo e fascismo. C’è poco da far politica, ma forse è proprio la politica che può aiutare a farsi largo nella giungla, aprendo radure a colpi di macete, provocando scontri a viso aperto, sollevando distinguo, dissensi e dispute. Forse è questo l’unico modo di contrastare l’avanzata di ciò stringe, chiude e toglie la parola: dividere tra l’alto e il basso, far emergere l’eterogeneo in ciò che è omogeneo, aprire dibattiti, scoperchiare pentole, prendere parte all’ebollizione, allearsi con le forze insurrezionali del basso materialismo.
 Da dove cominciare? Semplicemente da dove mi trovo, da ciò che mi sta più vicino perché mi sta sopra. Comincio dal coperchio che soffoca l’ebollizione, dalla pianta che s’innalza sulle radici putride, dalla figura umana che si erge sul piede informe, dal meraviglioso che si solleva dalle fogne dell’inconscio, di Sade, dell’erotismo e della morte. Al limite, comincio da me stesso, spacco il capello, mi trasformo in un campo di battaglia. Il duello è il primo rigurgito di politica, ma il primo duello è etico. È la discordia che fa ingresso nel modo di vivere e vi si installa. Altro che esteriorità del nemico! La mia vita debosciata, l’aborto che è la mia vita costituisce di per sé una sfida perennemente lanciata alla mia vita accademica, alla mia vita piena e compiuta (Bataille si formò all’École des Chartes, era un archivista-paleografo, apparteneva alla société des savants e per questo fu chiamato a dirigere la rivista “Documentsâ€). Perché dovrei squalificare la prima, e sublimare la seconda, visto che la battaglia è già cominciata? Se le bocce fossero ferme, d’accordo: la teoria è fatta per squalificare ciò che sta in basso e idealizzare ciò che sta in alto. Ma nel momento in cui c’è una battaglia e le forze sono in campo, non sarebbe più ragionevole ammettere che ciò che sta sotto ha il potere di sfidare ciò che sta sopra? E che le forze basse o radicali hanno il potere di “sedurreâ€, al punto di farci condurre diversamente da come penseremmo e vorremmo? Di farci andare verso il basso piuttosto che verso l’alto? Perché continuiamo a tacere che il piede orridamente cadaverico è dotato di uno strano potere di seduzione, di un controcarisma radicale e inquietante? A furia di tacerlo e dichiarare che il carisma si sposa unicamente con le qualità sublimi della gloria, dell’autorità e della pienezza, c’è il rischio d’imboccare una strada che porta direttamente al Duce. Perché il Duce è colui che deve il suo carisma, il suo potere di seduzione alle forze della feccia rivoluzionaria che ha sublimato nella sua figura umana troppo umana. Mentre non si è mai visto un diavolo di piede raccogliere gli uomini sotto il suo segno per andare alla conquista del mondo.
 Per questo Bataille ha cominciato dal surrealismo, cioè da se stesso. Da se stesso in quando “prossimo†del surrealismo. Datemi un amico e vi darò un duello; datemi un duello e vi solleverò il mondo (è l’oscuro ritornello di Feraud che tenta di far sopravvivere il codice d’onore, in un mondo che imborghesisce come il suo eterno rivale D’Hubert: vedete il film di Ridley Scott e poi leggete The duel di Joseph Conrad). Datemi Breton e proverò ad aprire nella società qualche margine di contromanovra politica. «L’aspetto orridamente cadaverico e, nello stesso tempo, prepotente e orgoglioso dell’alluce» – dice Bataille in Le gros orteil (“Documents†1929) – da un lato corrisponde «alla derisione» dell’umana tendenza all’elevazione, bruscamente interrotta da una caduta nel fango come la vita lo è dalla morte; dall’altro «dà un’espressione acutissima al disordine del corpo umano», opera non di un demiurgo benevolo, ma «di una violenta discordia degli organi». Amico mio, altro che meraviglioso, ridiamo della nostra bassezza, prima di essere costretti a prenderla troppo sul serio. Amico mio, altro che comunità surrealista, mostriamo la discordia che ne lacera e disorganizza i tessuti, prima di essere costretti a idolatrare la fusione della razza, del popolo e della nazione. Trovate una dichiarazione di guerra, una performance antirazzista e antifascista come questa. Non solo negli anni 30, ma anche oggi. Invece, tutti i testi di Bataille tra il 1929 e il 1930 sono così. Una batteria di basse performance politiche. Il duello con il surrealismo serve a dichiarare guerra all’idealismo; la guerra all’idealismo serve a politicizzare la società , impedendo che il discorso della pace, del sublime e del bene finisca per fare il gioco della superbassezza fascista.
 Duellanti brava gente
 Chi vuol far politica non cerca il nemico per teorizzarci sopra, cerca l’amico per sfidarlo a duello e obbligarlo a lottare nella polvere. L’amico, il vicino, il prossimo tuo. E il più prossimo è l’angolo della croce: chi è posto sopra per chi è posto sotto, l’inferno scavato per la trave che lo chiude. L’amico è antitetico e solo così, solo per questo diventa un avversario, un nemico. La supernormalità sono i mille coperchi chiusi sull’agitazione terrestre. C’è uno specifico coperchio per ogni ebollizione, anche se possono esserci coperchi e modalità di chiusura simili, e si possono persino configurare “sistemi†di coperchi e chiusure. Ma io devo istituire la mia merda, scavare il mio inferno, a che mi servono una teoria, un metodo? Questi mi servono all’esterno, quando tengo il discorso pubblico, allora teorizzo la mia superiorità e faccio parlare le armi che mi assicurano il trionfo. Ma tutti i giorni mi spacco la schiena, mi sporco le mani per ficcare questa feccia sottoterra, perché i corpi oppongono sempre una certa resistenza. Per ogni corpo un tunnel, per ogni tunnel un coperchio. Immaginiamo, allora, che sia arrivato il tempo di far saltare uno di questi coperchi, sotto è tutto un crepitare e puzzare di carogne. A chi ci rivolgiamo? Chiediamo aiuto al padre eterno? Dall’alto, potrebbe non vedere nessun coperchio. Chiediamo aiuto al diritto? Potrebbe decretare che i coperchi vanno umanizzati e modernizzati, e di solito succede che, dopo le riforme, i coperchi chiudano meglio di prima. Chiediamo aiuto alla rivoluzione? Rovescerebbe il mondo, ma potrebbe lasciare sostanzialmente intatto il sistema a croce delle relazioni di potere: chi sta sopra ed è sublimato, chi sta sotto ed è infamato. Non sarebbe, allora, più ragionevole affidarsi alla minestra che bolle, al cadavere che imputridisce?
 Anche qui la teoria e il metodo servono poco, sempre che non siano fuorvianti e controproducenti. Se si tratta di far saltar fuori la spazzatura dall’inferno, chi può saperlo meglio della spazzatura che è vi è stata storicamente ammassata, sepolta, rinchiusa? Chi può sapere, meglio della spazzatura che sono, che io non sono solo spazzatura e che per questo lancio la mia sfida singolare? Per ogni coperchio la propria ebollizione, per ogni istituzione la propria spazzatura, per ogni razionalità la propria putrefazione. Per ogni supernormalità la propria subnormalità . Per ogni schiera di eroi, angeli, santi la propria legione di uomini infami. L’inconscio scoperchia la coscienza lucida e padrona di sé. Bataille scoperchia il Sapere assoluto di Hegel. Il basso materialismo scoperchia il surrealismo. Le donne talpa scoperchiano la virilità del discorso vero. Sono sempre donne e sempre infami ma, storicamente, sono ogni volta donne diverse: donne possedute nei conventi, donne isteriche nei manicomi, donne tarantate nelle terre del rimorso. Ragionando in termini strategici, la cosa più ragionevole è affidarsi alle ebollizioni storiche, e la pentola della normalità è sempre in ebollizione. Basta avere orecchi per gli appelli bellicosi degli uomini infami (o di ciò che c’è d’infame in ciascuno di noi), basta essere pronti a diventare loro alleati politici per costruire processi di emancipazione dal basso o radicali, ossia che partono dall’inferno e che non dimenticano o cancellano la forza insurrezionale scaturita dall’inferno. Duelli della normalità , politiche della vita quotidiana. Per le classi dirigenti, essere pronte a ospitare la spazzatura nelle stanze buone, farla parlare nei discorsi pubblici, non è facile. Ci vuole molta preparazione, coraggio, desiderio di rischiare. E persino un po’ di piacere a farsi male. Il pensiero va a Franco Basaglia, da cui si può ancora imparare come essere dei manager maldestri, cioè dei veri alleati politici degli uomini infami. «È troppo facile all’establishment psichiatrico definire il nostro lavoro, come privo di serietà e di rispettabilità scientifica. Il giudizio non può che lusingarci, dato che esso ci accomuna finalmente alla mancanza di serietà e di rispettabilità , da sempre riconosciuta al malato mentale e a tutti gli esclusi» (L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, 1968).
 Il duello è la politica della prossimità e, al tempo stesso, è la politica nella sua possibilità più prossima, germinale. È l’abbattimento della croce che organizza il rapporto tra ciò che sta sopra e ciò che sta sotto – l’ombra verticale eretta e proiettata sul piano orizzontale – e, al tempo stesso, è la politicizzazione di questo rapporto. Nel duello si trovano le radici della politica, e il dualismo dell’alto e del basso è una inesauribile fonte di duelli. Le coordinate etiche e strategiche della controcondotta si riducono, in fondo, a questi due gesti: lanciare duelli per dare una chance alla politica; adottare il manicheismo dell’alto e del basso come implacabile macchina da duelli. Nella Genealogia della morale, Nietzsche non dimentica di essere un filologo, e che tale philia è stato il suo primo campo di battaglia (La nascita della tragedia – il duello con cui fece ingresso in società – fu à la rigueur una disputa tra filologi). Egli interpreta il termine latino bonus come “il guerrieroâ€. Riconduce bonus a un più antico duonus, che gli sembra essere conservato nel termine duellum. In tal modo, ottiene una serie di questo tipo: bellum = duellum = duen-lum = duonus. Perciò, il buono sarebbe colui che porta la guerra, l’uomo della disputa e della disunione (duo), il soggetto bellicoso. La qual cosa, tra l’altro, confermerebbe che bellum viene da duo: la guerra procede dal duello, la sua radice è una politica duale. È la scissione polemica del medesimo, l’inimicizia in ciò che è più intimo, la distanza nel più prossimo. Eraclito diceva en diapheron heauto: politica dell’essere.
 Il soggetto del duello è, quindi, anche il soggetto duale. Bataille non rinuncia al dualismo, sarebbe un passo indietro verso la pacificazione hegeliana; fa uscire il manicheismo dall’orbita ontologica (essere/non essere) e morale (bene/male), spostandolo sull’asse alto/basso. Prima rovescia le gerarchie, mostrando che non si può squalificare ontologicamente e moralmente ciò è basso con la scusa che giace nel fango; poi si mette all’ascolto delle dichiarazioni di guerra del basso materialismo, qualificandolo politicamente come potente vettore di duelli. Il basso materialismo non si mette la corona ideale; è solo il potere di dichiarare guerra, e resta tale finché è schiacciato per terra, finché si dibatte nel gioco politico da esso continuamente aperto. Bassa sovranità , corone nel fango. I buoni sono, quindi, i duellanti e la loro azione è duale e dualistica. Bontà dei lapsus etico-politici. Ma chi sono i buoni e che cos’è buono? Buoni non sono i signori o i superuomini della guerra, coloro che danno un nome a ciò che merita mentre il resto è solo spazzatura. Sono le cose basse, le creature infernali e senza nome, coloro che sono indegni della memoria degli uomini, le donne e gli uomini talpa. Aristocrazia degli uomini infami. Più precisante, aristocrazia delle cose infami (non dimentichiamo, infatti, l’inferno-animale e il pianeta-spazzatura): sono loro che hanno il potere di portare la guerra, di aprire spazi politici orizzontali, di fare della normalità una polemica. Buona non è la guerra a strapiombo, il bene trionfante sul male; è la scissione, il polemos orizzontale tra le cose alte e le cose basse, nel quale non si sa mai in anticipo chi vincerà e chi perderà , che cosa significheranno la vittoria e la sconfitta. Buona è la lotta istituzionale tra la feccia e il discorso teorico della pura conoscenza, della pura pedagogia, della pura integrazione ecc. Buona è la lotta sociale tra tutte le forme di agitazione terrestre e tutte le forme di sublimazione razionale. Buona è la lotta quotidiana tra la subnormalità e la supernormalità . Buona, perché porta la guerra. Ma la guerra è l’insurrezione della spazzatura, e buoni sono i guerrieri a mani nude che la lanciano in segno di sfida.
 Aquile e talpe della rivoluzione
 Il discorso della pace, del sublime e del bene è ambivalente come uno scongiuro: non smette di evocare e di convocare ciò che dev’essere evacuato. Finché si resta nel generico, il nemico è ciò che sta fuori. Ma quando si entra nel merito, il nemico è ciò che sta più vicino e più sotto. Perché la minaccia viene proprio dall’Uomo Talpa? Perché la demonizzazione del padre e la femmnizzazione del demonio? Perché l’isterizzazione della donna? Finché ci saranno dei sub ci sarà bisogno di super. «Ogni opposizione al potere» dice Michel de Certeau «ha il volto del demonio». Ha, cioè, l’aspetto di un’irraggiungibile bassezza. In fondo, la messa in croce della vita quotidiana funziona così. Ed è un esorcismo, l’evocazione della bassezza che si vuole evacuare, la convocazione dei lapsus che si vogliono scongiurare. Lo stesso discorso del potere afferma, infatti, a chiare lettere, che in ogni apparizione del demonio c’è un potere di resistenza, che in ogni manifestazione dell’immondo, in ogni possessione, in ogni convulsione, in ogni attacco isterico, in ogni morso di ragno c’è una sfida al potere. Le tarantate sono il morso al superpotere della normalità . Donne-ragno versus Spider-man. Basse performance versus performance sublimi. Altrimenti perché Bataille, nel vivo della polemica con André Breton, avrebbe scritto La « vieille taupe » et le préfixe sur dans les mots surhomme et surréaliste? E, badate bene, parlava di rivoluzione. La rivoluzione è una talpa e, allora, guardiamola in faccia: vive sottoterra, è mezza cieca, è sporca di terra, affiora a tratti, ma non è fatta per spiccare il volo verso soli lontani. Bataille si richiama a Marx, ma al Marx più basso che dice: «Dans l’histoire comme dans la nature, la pourriture est le laboratoire de la vie». Di questo Marx radicale si ricorderà probabilmente Foucault, quando proporrà di tenere sul quotidiano Libération una cronaca della “memoria operaiaâ€, ossia delle forme storiche di condotta e di lotta antiborghesi che possono servire da strumenti per lanciare nuove sfide e aprire nuovi campi di battaglia. Basso storicismo politico, cioè genealogia, cioè storia politica dell’immondizia. Ossia come trovare, nella storia, motivi e modi per non essere innamorati del potere e, anzi, sfidarlo continuamente a duello.
 Infatti, l’ebollizione terrestre può essere sublimata, trasformando la rivoluzione proletaria in «un’aquila che vola al di sopra delle aquile, una superaquila (suraigle) che abbatte gli imperialismi rivoluzionari». Anche il materialismo si divide in alto e basso, e quello idealistico vota la rivoluzione al destino di Icaro: più alto e sublime sarà il volo, più bassa e infame la caduta. L’alto materialismo, il materialismo teorico, la razionalizzazione ontologica e morale dell’agitazione proletaria «conduce naturalmente al fallimento della rivoluzione e alla soddisfazione del bisogno eminente d’idealismo con l’aiuto di un fascismo militare». Bataille ne scorge una seria dimostrazione storica nell’epopea napoleonica: «una rivoluzione icariana castrata, l’imperialismo spudorato che sfrutta l’impulso rivoluzionario». Si riferisce a Napoleone – lo “Spirito a cavallo†apparso a Hegel – ma, in effetti, è come se parlasse già del fascismo. E dello stalinismo! Di fatto, però, parla della rivoluzione surrealista che cerca di fondare nuovi valori, che invece di partecipare all’immonda ebollizione proletaria, sperimentando la possibilità di un’alleanza politica, cerca «un’autorità superiore a quella che ha provocato la rivolta». Di fatto, polemizza con André Breton che ha sempre la bocca piena di esprit, surréel, absolu, etc. Questo è il problema: che l’inconscio non sia altro che un penoso tesoro poetico; che Sade assuma l’aspetto di un idealista moralizzatore. Insomma, che «tutte le rivendicazione delle parti basse siano state oltraggiosamente travestite da rivendicazioni delle parti alte». Ma questo si può dire anche del fascismo e dello stalinismo. È come se Bataille dicesse che la rivoluzione surrealista è un idealismo materialistico e, al tempo stesso, che ogni razionalizzazione rivoluzionaria muove da un atteggiamento di tipo surrealista e promette avventure alla Icaro. Questo è il problema: la sublimazione di ciò che è basso e radicale, la surbassesse.
 Trasformiamo le creature più basse in supereroi messianici – superaquile che volano al di sopra delle aquile capitaliste e imperialiste – e poi ne raccogliamo le carcasse a valle, chiedendo perdono alla storia. Lacrime di coccodrillo. Tanto una nuova classe dirigente si trova sempre, n’est-ce pas? Si potrebbero, invece, guardare i processi rivoluzionari dal punto di vista delle loro “radici†etiche e politiche. Uomini talpa versus superaquile della rivoluzione. Perché «la terra è bassa, il mondo è mondo, l’agitazione umana è quanto meno volgare.» Tuttavia, solo questa agitazione acefala, e non una leadership poetica, filosofica o scientifica, consente di dividere la società tra la bassezza rivoluzionaria e l’elevazione borghese. La talpa scava gallerie nel suolo decomposto e maleodorante, ma non rischia di cadere, perché non si solleva da terra. Solleva zolle, insorge, sovverte, ma non decolla e, perciò, non rischia di cadere. È una bassezza sovrana. Una putrefazione senza redenzione e senza salvezza e, perciò, dotata di un inesauribile potenziale politico: fino a quando la terra marcirà , la politica avrà una chance sulla terra. Invece di speculare sugli uomini infami, issandoli come supereroi sui tetti del mondo, la classe dirigente potrebbe pensare un po’ meno e partecipare alla «très basse subversion» attraverso la quale essi lanciano i loro duelli nella società ; potrebbero provare a costruire percorsi di emancipazione senza dimenticare né cancellare che il potere d’insorgere viene dall’inferno. «È scavando la fossa fetida della cultura borghese che forse vedremo aprirsi nelle profondità del sottosuolo le caverne immense e sinistre dove la forza e la libertà umane si stabiliranno al riparo da tutti i sull’attenti! del cielo che oggi ordina all’intelletto di qualsiasi uomo l’elevazione più imbecille». Amico, voliamo basso, non ci riconosceranno e non ci prenderanno. Ma attenzione: il gesto di Bataille è interessante perché non indica una terza via. Il duello è duale. Il basso materialismo non è una terza via tra l’idealismo e il materialismo, per la semplice ragione che l’idealismo e il materialismo surrealista appartengono, in fondo, alla stessa famiglia, essendo accomunati dalla stessa tendenza all’elevazione teorica e autoritaria, e dalla stessa squalificazione di ciò è basso e radicale. Ci sono solo le aquile e le talpe. Fate il vostro gioco.
 “Uomini disperati e ammirevoliâ€
 Il secondo aspetto che rende ambivalente il discorso della pace, del sublime e del bene è il suo manicheismo. Nella sua forma sostanziale, l’esorcismo si esprime come un dualismo dell’essere e del non essere, del bene e del male: ciò che sta in basso non è (se non come copia degradata di ciò che sta in alto) ed è il male (esteriorità assoluta del bene). Ma più dico: non devi essere e deve trionfare il bene, più evoco la potenza politica di ciò che sta sotto e fuori, ossia del tutt’altro, dell’eterogeneo. La squalificazione metafisica e morale realizza immediatamente la qualità politica del basso materialismo: siccome minacci la verità e il bene, devi restare solo feccia ontologica e morale. Ma ciò vuol dire che ogni sfida al potere ha il volto del negativo e del demoniaco. La potenza politica del basso – come radicalmente eterogeneo al vero e al bene – è il lapsus strutturale del discorso della pace, del sublime e del bene. Il dualismo dell’alto e del basso s’inscrive, dunque, a lettere di fuoco nel manicheismo ontologico e morale. Altrimenti perché Bataille avrebbe scritto Le bas materialisme et la gnose (“Documents†1/1930)? Certo, non si può andare al di là di Hegel senza fare un passo indietro verso Kant (le antinomie della ragione) e verso il tragico (inteso come presentazione dell’antinomia tra la libertà e la necessità ). Non si possono, cioè, non riattivare – come armi attraverso le quali contestare la soluzione dialettica delle contraddizioni e la chiusura del Sapere assoluto – tutte le tradizioni caratterizzate a vario titolo dal dualismo: dal polemos padre di tutte le cose (Eraclito), alla Grecia doppia, divisa tra un volto notturno e orgiastico e un volto solare e armonioso (il Primoromanticismo); dall’antagonismo tra il pathos sacro e la giunonica sobrietà del talento espositivo (Hölderlin), all’antagonismo tra il dionisiaco e l’apollineo (Nietzsche). Bataille s’identifica completamente con Nietzsche e il suo discorso è radicalmente tragico. Ma proprio perché lo è “radicalmenteâ€, il segno tragico non basta: l’idealismo speculativo, da Schiller a Schelling a Hegel, è fondato sulla ricezione moderna delle tragedie greche. È essenzialmente un pensiero del tragico, che si è edificato come un’idealizzazione filosofica (una metafisica) del tragico stesso. In fondo, la questione è semplice: se non viene rivolto verso il basso, il tragico puzza e puzzerà sempre d’ideale. Breton non è lontano. E nemmeno Heidegger: non ha forse filosofeggiato sul tragico e attraverso il tragico? Non ha forse dato un’estrema chance alla sovranità filosofica – al sublime filosofico, all’autorità filosofica – ponendosi all’ascolto di Hölderlin? Perciò Bataille, in modo del tutto conseguente con le premesse, abbassa il tragico e professa senza ambagi, spudoratamente, il proprio manicheismo. Scandalo assoluto! Ma qui lo scandalo è di rigore. Perché, in realtà , Bataille si limita a prestare ascolto a una voce bellicosa che viene da lontano e attraversa tutta la storia. Si allea con la feccia, si fa portavoce della forma più abietta e squalificata di metafisica, diventa profeta dell’eresia gnostica nel XX secolo.
 Trattandosi di spazzatura storica, il richiamo non poteva sfuggire al più grande storico dell’immondizia del XX secolo. Nel corso al Collège de France intitolato Sécurité, territoire, population, Foucault riserva agli gnostici («uomini disperati e ammirevoli» li definisce Borges in Una rivendicazione del falso Basilide) un posto di rilievo: l’ouverture delle forme storiche di controcondotta, sviluppatesi prima in ambito religioso, poi, con la secolarizzazione, anche in ambito propriamente politico, con le rivolte antimediche e quelle all’interno di istituzioni come gli ospedali, i manicomi, le prigioni. La rivolta di condotta presuppone, però, il regime di condotta al quale si resiste o ci si oppone. La storia del cristianesimo sarà , per esempio, costellata di una serie di controcondotte caratterizzate, in generale, da una rivolta contro la conduzione “pastorale†degli uomini. Ora, all’alba dell’era cristiana, tra il I e il IV secolo, si assiste in Medio Oriente a una sorta di ebollizione dei comportamenti religiosi, di cui le sette gnostiche offrono la testimonianza più viva e irrefutabile. Dunque, l’agitazione non è successiva, bensì contemporanea al costituirsi e all’affermarsi del pastorato cristiano come regime di condotta. Condotta e controcondotta sono coeve. Inquietudine dell’origine che riverbera all’infinito nella storia: non si può stabilire se venga prima il trionfo o la sfida, il potere o l’opposizione al potere, il discorso della pace o la dichiarazione di guerra, l’ortodossia o il volto del diavolo, l’istituzione o la spazzatura. L’unico, vero e buono o il doppio, negativo e bellicoso. Lo stesso o il tutt’altro, l’omogeneo o l’eterogeneo. In ogni caso, l’ebollizione gnostica non viene dopo, ma è coeva della pastorale cristiana, che destabilizza nel momento stesso in cui contribuisce a fondarla come evacuazione di ogni rigurgito di duello. Nessuna pastorale cristiana senza i duelli etici e politici delle sette gnostiche; nessuna Chiesa senza l’istituzione dello gnosticismo come feccia del cristianesimo. L’esorcismo è istituente.
 La controcondotta gnostica
 Quali sono i comportamenti di sfida, le dichiarazioni di guerra che vengono scongiurate? Sulla base di una metafisica dualistica che identifica la materia con il male – assoluto e senza redenzione – alcune sette gnostiche praticano una sorta di ascetismo che può condurre fino al suicidio: bisogna, infatti, liberarsi al più presto della materia. Un altro tema, opposto e simmetrico, è quello dell’esaurimento del male attraverso un totale abbandono ad esso: per sconfiggere il male bisogna andare fino in fondo alle possibilità aperte dalla materia, praticando una sorta di contro-ascetismo che consiste nel commettere tutti i peccati possibili, nel peccare all’infinito. La liberazione dalla materia comporta, quindi, un doppio atteggiamento paradossale: la totale astinenza dal sesso si coniuga con una pratica febbrile che tende a disprezzarne e ad abusarne senso e finalità . Peppe, il nano gnostico del romanzo di David Madsen, ogni sera masturba a più riprese Nino, un altro disgraziato esemplare del freak show allestito da mastro Antonio, per il diletto di piccole folle di ipocriti pervertiti. La pratica di Peppe denuncia e fa saltare l’esorcismo racchiuso nella morale sessuale, esprimendo un disprezzo radicale per il corpo nel quale è imprigionato. Così inteso e praticato, il sesso è una bestemmia permanente contro i piaceri della carne, un rifiuto inappellabile di qualsiasi forma di sublimazione della materia. La materia è bassa, il mondo è mondo. Il diavolo c’è e mi possiede. È il corpo deforme che ingabbia la mia anima: che senso avrebbe dichiarare il trionfo della pace, del sublime e del bene, visto che sono in guerra con la materia e che, in questo mondo infernale, Satana è superiore e vince sempre? Ecco, allora, che il sesso “deturnato†diventa una sorta di pratica contro-esorcistica.Â
 Il male c’è ed è il nulla; il nulla c’è ed è la materia che imprigiona la mia essenza puramente spirituale; l’inferno c’è ed è il mondo nel quale abito come una creatura eternamente dannata. Solo confrontandomi con le possibilità più abiette della carne, solo lottando nella polvere con Satana potrò conoscerne praticamente le più intime possibilità , avviandomi sulla strada della pura conoscenza. L’intima partecipazione al male diventa così propedeutica alla gnosis come definitiva emancipazione dalla materia, come liberazione da me stesso in quanto, non solo corporeità , ma anche razionalità , psicologia, Io materiale e mondano (se ci riuscite, guardate fino in fondo The Addiction, di Abel Ferrara). Siccome, d’altra parte, il mondo infernale è anche il mondo della legge, le sette gnostiche praticano una trasgressione sistematizzata. L’infrazione è la strategia attraverso la quale rovesciare il regno del demiurgo malefico che ha creato il mondo. Il male non si sconfigge con le armate del bene; si sovverte con una politica quotidiana dell’illegalismo. Perché l’unico e vero Dio, fonte suprema di ogni bene, è una mente assolutamente estranea all’universo fisico; mentre lo Yahwèh che dichiara di essere l’unico, vero e buono, è solo un dio inferiore, anzi è il dio degli inferi, Satana in persona, il creatore dell’inferno mondano. A questo dio che ha accettato i sacrifici di Abele e rifiutato quelli di Caino, che ha amato Giacobbe e odiato Esaù, che ha punito Sodoma, bisogna rispondere schierandosi risolutamente dalla parte di Caino, di Esaù e di Sodoma. Anche il giudizio sulla figura di Giuda, nei Vangeli gnostici, viene rovesciato: lungi dall’essere il traditore di Gesù Cristo – il dio fatto uomo – Giuda è presentato come il più fedele alleato di Cristo, in quanto consente di portare a compimento la liberazione della sua anima divina dal corpo mortale di Gesù nel quale è imprigionata (il clamore mediatico che ha accompagnato la recente riscoperta di un testo del III o IV secolo noto come Il vangelo di Giuda, copia in lingua copta di un originale greco del II secolo, ha provocato vigorosi scongiuri da parte del Vaticano: “Nessuno scandalo, sono falsità arcinote!â€. Ossia, lapsus: “È arcinoto, lo gnosticismo è un vero scandalo!â€). Â
 Anche Hans Jonas, in uno studio dedicato allo gnosticismo, ha fatto notare che la demonizzazione dell’universo e tutti i rovesciamenti che ne conseguono possono essere ricondotti a una determinata realtà sociale e politica. La dottrina dell’ontologia classica affermava che il tutto avesse la precedenza sulle parti, e che ogni parte trovasse la propria ragion d’essere e il proprio senso nell’unicità del tutto. La parte esisteva e aveva un significato in ragione del tutto, oppure precipitava nel non essere e nell’insensato. Questa dottrina, incarnata dalla polis greca, perdeva ogni base sociale e politica con la dispersione delle masse nell’Impero, una situazione nella quale le parti erano insignificanti per il tutto, e il tutto estraneo alle parti. Una situazione, dunque, di reciproca secessione, di guerra aperta tra l’unico e i suoi doppi, tra la totalità e le parti che lo dividono. Tutto ciò che è nell’Impero cade fuori dall’Impero; e siccome l’Impero è un potere esterno alle parti, queste gli si oppongono dall’interno, resistendo al tempo stesso alla loro integrazione (alla loro sublimazione) e alla loro eccezione (alla loro “cattura fuoriâ€, alla loro esorcizzazione). In un cosmo totalmente estraneo, l’unica libertà è opporre potere al potere. Poteri locali e radicali in antitesi all’ordine e all’autorità che s’irradiano dall’alto e dal centro. L’eresia come politica della disintegrazione: non siamo solo spazzatura periferica, perciò con questa spazzatura noi lanciamo la sfida nel cuore dell’Impero. Lo gnosticismo è l’espressione religiosa di un’opposizione politica allo Stato in quanto esecutore terreno di un destino cosmico avverso. La legge imperiale, e lo stesso concetto di legge è messo radicalmente in discussione: come legge naturale, come legge politica e come legge morale.
 Una stella tirannica e oscena
 La radicalità etica e politica degli gnostici ricorda la parresia dei cinici, il parlar franco di chi sta sotto. Il discepolo dice la verità al maestro, il suddito al tiranno e sono frecce scagliate come un guanto di sfida contro i poteri che stanno sopra. La controcondotta gnostica è una forma di vita fondata sullo scandalo e il duello permanenti. D’altra parte, come fa notare sempre Jonas, la metafisica rovesciata degli gnostici presenta forti analogie con il nichilismo moderno, ma potrebbe essere persino il segreto presupposto della metafisica dei moderni in quanto “platonismo rovesciatoâ€: rovesciamento della gerarchia ontologica e morale tra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso, tra il mondo trascendente e il mondo immanente, tra l’iperuranio e l’universo fisico e storico, tra l’idealismo e il materialismo. La scandalosa sentenza “Dio è mortoâ€, pronunciata da Nietzsche per definire il nichilismo, non vuol dire che Dio si sia dissolto, come per incanto, ma che non è più divino per noi, che il mondo soprasensibile non fornisce più una giustificazione ontologica e morale del mondo sensibile, che i valori più alti si sono svalutati ed è andata persa persino la possibilità che i valori siano di per sé vincolanti. Che non c’è più niente di indiscutibile, di esterno alla polemica attraverso la quale i valori si costituiscono, si confrontano, si affrontano. Perciò, a rigor di termini, il discorso della pace, del sublime e del bene – ogni discorso pronunciato, esplicitamente o implicitamente, in nome di Dio – dovrebbe essere la prima cosa da mettere in discussione. Per Heidegger, la sentenza nietzschiana “Dio è morto†significa che «il mondo soprasensibile è senza forza effettiva». La paura di Hegel è diventata realtà e si chiama nichilismo: affermare, in qualsiasi modo, il trionfo del mondo soprasensibile, dell’idea e dell’ideale, è una formidabile dichiarazione di debolezza, d’impotenza. La paura si è radicalizzata e il lapsus semina terrore anche nella soluzione dialettica e nel Sapere assoluto.
 Il nichilismo apre la strada a un completo rovesciamento della gerarchia ontologica e morale tra il mondo di lassù e il mondo di quaggiù: la verità è illusione e la menzogna è originaria; il buono è risentimento e il guerriero è buono. Ora, la metafisica gnostica, che professa una trascendenza radicale del vero e del bene, pur nutrendo un’incommensurabile riserva di ottimismo nei confronti del mondo soprasensibile, giunge alle stesse pessimistiche conclusioni nei confronti del mondo sensibile, proprio a causa della totale estraneità del primo al secondo. Anche il loro nichilismo cosmico, in fondo, dice semplicemente che la terra è bassa, che il mondo è mondo, e che la lotta contro il potere è cosa buona e giusta. Con la differenza, rispetto al platonismo rovesciato dei moderni, che non dà adito a nessuna soluzione ottimistica: il mondo sensibile non può essere investito di nessuna promessa di redenzione o di salvezza, ma resta tragicamente segnato dalla dualità e dal duello. La qual cosa non guasta, anzi è un prezioso antidoto contro la ricorrente promessa dell’uomo nuovo e i carnai di cui ha lastricato la storia. Se si fosse chiesto agli gnostici di mutuare la sentenza di Nietzsche, avrebbero probabilmente detto che il Dio dell’universo è morto. Morto come dio, trattandosi del demiurgo malefico che ha creato il cosmo, il Signore dell’Inferno. Morto per gli uomini, dal momento che li costringe a vagare nel nulla e nell’insensato della materia. Il Dio del cosmo non è la stella polare della nostra esistenza, è un astro tirannico e osceno che annienta e precipita nella follia. È il fuoco dell’inferno che brilla sopra di noi. Il firmamento gnostico è un abisso di tenebra.
 Plotino s’indignava dell’inimicizia con la quale gli gnostici si rivolgevano al sole, alle stelle del cielo, all’anima del mondo, mentre si dichiaravano fratelli degli uomini più infimi, delle esistenze più infami. La metafisica gnostica rovescia completamente il punto di vista. Se il mondo materiale è un inferno senza redenzione, se le nostre anime vagano straniere in un abisso senza luce, per capire come stanno veramente le cose bisogna guardarle a testa in giù: il più alto coincide, allora, con il più basso e il sole, come dice Bataille nell’Ano solare, «si trova in fondo al cielo come un cadavere in fondo a un pozzo». Le ciel d’en-bas. Il sole non è la grande direttrice della trascendenza verso la luce divina, ma ciò che precipita nella voragine della notte. Non è la sublima fonte luminosa adorata da tutte le religioni, ma il più denso nucleo di oscurità sepolto nelle viscere della luce. Una luce propriamente infernale. Da ciò si potrebbe trarre la conclusione che nel cuore di tutte le religioni, a causa della loro fondamentale eliotropia, c’è un nocciolo infernale. La sublimazione religiosa è la vera perdizione, un sentiero che si conficca nei cieli di Satana. È la vera simpatia con il diavolo, perché ci costringe ad amare il mondo. Mentre l’antipatia consiste nel frequentare il mondo basso e immanente, senza trasporlo in un ordine superiore e trascendente. Bisogna prendere le tenebre per ciò che sono, muoversi rasoterra, avvinghiati alle radici del male, sporcarsi con esse nella lotta. Bisogna fare l’esperienza lacerante del proprio dualismo e portare il duello nel mondo, opporsi al potere, trasgredire le leggi, rovesciare il sistema delle alleanze. Ma, in primo luogo, bisogna sfidare le forme di idealizzazione metafisica e religiosa del potere, dell’ordine e dell’autorità . Come sottomettersi a un’autorità superiore, se tale autorità si presenta sotto le sembianze mostruose degli arconti, il cui potere è un’eterna bestialità ? Solo sulla base di questa insurrezione etica e politica sarà possibile avviare un percorso di pura conoscenza. Gli gnostici sono gli uomini talpa che dividono il cristianesimo tra l’alto e il basso, la luce e le tenebre, il giorno e la notte. La loro dichiarazione di guerra dice che il pericolo più grande è vicino a noi e sta sopra di noi. È questa l’essenza bellicosa della loro metafisica rovesciata. Dichiarano guerra alla sublimazione metafisica e religiosa che farà del cristianesimo la religione dell’Impero. Perciò Bataille adotta lo gnosticismo: vi scorge un alleato nella guerra contro l’idealismo, una freccia da mobilitare nel duello con il surrealismo (con tutte le forme di idealismo materialista) e, più in generale, nella resistenza al fascismo montante (a tutte le forme di superbassezza).Â
 La controcondotta terrena – opposizione a tutti gli esorcismi istituenti – è l’unica forma di vita propedeutica alla salvezza ultraterrena. Ma siccome la salvezza è totalmente estranea a questo mondo, fino a quando abiteremo la terra il nostro stile di vita sarà una forma di controcondotta. Perciò, come ha notato Denis Hollier, lo gnosticismo non fu la religione sognata da Bataille. Fu, altresì, la scoperta di una religione impossibile, la testimonianza di una contestazione radicale nel cuore della teologia cristiana nascente (e della metafisica ellenistica). Una religione delle tenebre? Impossibile. Piuttosto una controreligione, fondata, non sul culto sublime del sole, ma sulla frequentazione etica e politica della notte, su una strana philia, piena di sollecito dualismo e di fraterno duello, con le tenebre. Se il duello è la divisione da ciò che è prossimo e amico, è possibile che, nel corso del duello stesso, ci si ritrovi ad essere alleati di ciò che è lontano e avverso. Come sfidare il sole senza avvicinarsi alle tenebre? Come inimicarsi il giorno senza affratellarsi con la notte? Come combattere il meraviglioso senza allearsi con l’informe? Come opporsi all’idealismo senza allearsi con il basso materialismo? «Tutto sommato è difficile credere che la gnosi non testimoni prima di tutto di un sinistro amore per le tenebre, un gusto mostruoso per gli arconti osceni e fuori legge, per la testa d’asino solare (i cui ragli comici e disperati sarebbero segnale di una rivolta sfrontata contro l’idealismo al potere). L’esistenza di una setta di gnostici licenziosi e di certi riti sessuali risponde a questo oscuro partito preso per una bassezza irriducibile, alla quale sarebbero dovuti i riguardi più impudichi». Non è casuale – e, in ogni caso, non lo è l’annotazione di Bataille – che la gnosi non sia mai servita alle «combinazioni sociali» e non abbia mai assunto «il ruolo di religione di Stato».
 Diavolo di un Dio
 Basilide, Valentino, Marcione furono, secondo alcuni, i principali esponenti di un cristianesimo superiore, elaborato da filosofi avvezzi alla metafisica ellenistica e osteggiato dalla religiosità rozza e popolare delle masse cristiane. In tal senso, dovrebbero figurare tra i grandi umanisti religiosi e, nell’ottica tradizionale del protestantesimo (secondo Foucault, il più grande movimento di controcondotta dell’epoca moderna), dovrebbero essere considerati come dei grandi cristiani. Niente di tutto questo. Le teorie dei principali esponenti della gnosi sono segnate dall’infamia: la maggior parte dei loro scritti è stato distrutto e sono conosciuti soprattutto attraverso le parole dei Padri della Chiesa che li combatterono ferocemente e li vilipesero. Il destino dell’eresia è di continuare a parlare attraverso il discorso dell’ortodossia: allo scandalo suscitato dal Vangelo di Giuda, la Chiesa ha risposto dicendo che era già stato detto tutto da Sant’Ireneo di Lione (I secolo) – Padre della Chiesa, teologo anti-gnostico e autore del trattato Adversus haereses – il quale aveva decretato la fallacia del cosiddetto Vangelo gnostico di Tommaso. Alle nozze tra Atene e Gerusalemme, i cui festeggiamenti sono lontani dall’essere consumati (basti pensare al professorale connubio tra Habermas e Ratzinger e alle sue demenziali conseguenze), i teologi gnostici si autoinvitarono cercando in tutti i modi di rovinare la festa. Chi ha qualcosa da dire lo faccia adesso o taccia per sempre: loro lo fecero, e per questo furono messi a tacere. Anzi, le loro parole inopportune e la turbolenza delle loro condotte mostrarono che era tempo di edificare una Chiesa: da oggi la teologia cristiana avrà la propria paternità , la condotta dei cristiani la propria guida. Â
 Sospesa tra filosofia ellenistica e giudaismo, la teologia gnostica intacca e stravolge il senso dell’una e dell’altro rischiando di far abortire il cristianesimo nascente, già gravido di santo cattolicesimo romano. Come si è detto, l’estremo dualismo di questa teologia produce una serie di rovesciamenti dagli effetti paradossali. La trascendenza non è negata, bensì radicalizzata: il Dio transmondano – l’Essere, il Vero, il Bene – è letteralmente “assolutoâ€, sciolto cioè da qualsiasi rapporto con il mondo. È lo Straniero, il totalmente estraneo, l’altro, lo sconosciuto. A differenza del mondo intelligibile del platonismo e del Signore del cosmo del giudaismo, il Dio gnostico non è in un rapporto positivo con il mondo sensibile, in quanto non ne è né l’essenza né la causa. Il monismo greco e giudaico pensano la materia e il male come degradazioni di un principio superiore, come effetti di una caduta o di un peccato. La materia non è e il male è falsità , ma il nulla e l’errore esistono unicamente come degradazioni dell’Uno da cui dipendono in senso ontologico, gnoseologico e morale. La loro negatività afferma nel modo più radicale la positività del loro essere sotto tutela. Per questo i principi superiori del monismo conservano un potere normativo e salvifico nei confronti del mondo sensibile. Ma cosa accade quando Dio è diviso da se stesso? Quando c’è un dio inferiore che ha la sua autonomia e la sua forza creatrice, sebbene la sua libertà sia schiavitù e la sua creazione abominio? Che ne è del dio superiore? Egli è privo di forza effettiva: perché è in flagrante duello con il suo doppio negativo, il dio minore che ha creato il cosmo; perché fino quando ci sarà la guerra e il mondo sarà aperto come un tragico campo di battaglia, il dio superiore dovrà e non sarà . Nessuna legge emana da lui, nessun ordinamento che regga la natura e detti le norme dell’azione umana. L’esperienza di questo dio completamente assolto dal creato è solo negativa: egli si rivela attraverso la sua sublime assenza e, di conseguenza, la sua assenza è l’oscena rivelazione del creato, cioè dell’immondo. Fare l’esperienza di questo dio significa sperimentare una radicale estraneità e una desolante mancanza di modelli. Esperienza vertiginosa della libertà . Siamo gettati nel campo di battaglia. Adesso si gioca, ora ce la giochiamo. La libertà è, al tempo stesso, la posta in gioco e il campo di battaglia.
 Come dice Jonas, nel concetto di questo dio, superiore ma non unico, c’è più nihil che ens. Mentre nel concetto di ens il male prevale sul bene. Da qui tutta una serie di rovesciamenti paradossali. La metafisica degli gnostici fa esistere ciò che non è (il mondo materiale come immanenza senza redenzione) e non esistere ciò che è (la conoscenza spirituale come pura trascendenza); essa dichiara che il bene è il male (il dio creatore che condanna ad esistere come materia) e che il male è il bene (il nulla materiale che – attraverso la controcondotta gnostica, con i suoi interminabili duelli etici e politici – apre alla conoscenza dell’essere). Gli gnostici demonizzano radicalmente la materia, ma non la squalificano né ontologicamente né moralmente. La materia, dice Bataille, è concepita sempre «come un principio attivo dotato di un’autonoma ed eterna esistenza, quella delle tenebre (che non sarebbero l’assenza di luce, ma gli arconti mostruosi rivelati da questa assenza) e quella del male (che non sarebbe l’assenza del bene, ma un’azione creatrice)». Lo stesso si potrebbe dire dal punto di vista gnoseologico: la materia non è l’assenza di sapere, ma la mente razionale che governa oscuramente il mondo.
 Il fatto che lo gnosticismo non squalifichi la materia, nel momento stesso in cui la definisce come nulla, come errore e come male, ha delle conseguenze enormi. La materia sfugge, infatti, in maniera sottile ma irrimediabile alla tutela dell’essere, del vero e del bene. La soluzione che consiste nel sublimare la materia, colmando la sua lacuna ontologica, gnoseologica e morale, è preclusa. La materia non dipende dall’unico principio trascendente – mondo intelligibile o Dio padre del creato – dal quale trae la propria ragione e la propria redenzione. L’uno è sin dall’inizio due ed è il duello tra il nascosto e il manifesto, la luce e le tenebre, l’essere e il niente, la conoscenza e l’ignoranza, il bene e il male. Dio è “diavoloâ€: questo il formidabile lapsus dello gnosticismo nel cuore del pensiero occidentale e del cristianesimo, del monismo e del monoteismo. Per questo è vietato sapere in anticipo chi vincerà e chi perderà e che senso avranno la vittoria la sconfitta. Lo gnosticismo è l’apertura di una beanza etica e politica radicale. La materia è demonizzata, ma nello stesso tempo assunta come nemico radicale: male inemendabile e senza redenzione. Non solo, la lotta per la gnosi è una guerra combattuta in territorio nemico, all’interno delle sue mura domestiche. Il mondo è la dimora di Satana ed è la nostra prigione. È possibile immaginare un posto dove il nemico sia più forte? Infatti, il male continua a regnare sovrano e a vincere. Ma finché la materia trionferà ci saranno dualismo e duello. È possibile immaginare un distacco, una ribellione più accesa di chi si senta prigioniero all’interno di se stesso – nel proprio corpo e nella propria psiche, nella propria legge e nel proprio Stato? E la materia continua a trionfare, giorno dopo giorno il mondo governa se stesso con la razionalità , la psicologia, i poteri e le leggi che gli sono propri. Ogni giorno gli orridi arconti siedono illegittimamente sui loro troni mentre nel cielo risplende la stella infernale.
 Ma c’è un’altra conseguenza, se possibile ancora più rilevante, ancora più decisiva della non squalificazione della materia. Si tratta, in positivo, della sua qualificazione etica e politica. La materia è assunta dallo gnosticismo come nemico radicale, ma nella sua espressione più bassa, oscura e bellicosa, essa è un alleato contro l’avversario più prossimo e fraterno: la sublimazione metafisica e religiosa della materia stessa, l’antico patto che la legherebbe all’essere, al vero e al bene, l’eterna promessa di trascendenza e redenzione. L’unico modo di opporsi al patto ontologico è credere che Satana abbia creato il mondo: l’infame materia ti aiuterà a dividerti da te stesso e a secedere dalla totalità di ciò che è; l’unico modo per opporsi al patto teorico è la frequentazione pratica degli abissi della materia: l’esperienza del male ti aiuterà ad affrancarti dall’Io, dal sapere e dalla ragione, e potrai finalmente incamminarti sul sentiero della pura conoscenza; l’unico modo di opporsi al patto morale è affermare che la materia è padrona e vince sempre: la potenza del male ti aiuterà a denunciare le dichiarazioni di pace, a odiare le promesse di salvezza, e non cesserai di dichiarare guerra al mondo che ti sovrasta. Finché ci sarà mondo, sarai una creatura bassa, oscura e bellicosa. Finché esisterai, sarai un uomo talpa.
 Croce metafisica
 Le cose stanno in maniera completamente diversa per il platonismo: separazione tra la sfera soprasensibile e il mondo sensibile che fonderebbe sia il pensiero occidentale che il cristianesimo. Dopo la seconda guerra mondiale, Bataille torna a parlare di dualismo in un testo molto denso intitolato Du rapport entre le divin et le mal (“Critiqueâ€, 1/1947), che nasce come recensione al libro di Simone Pètrement, Le dualisme dans l’histoire de la philosophie et des religions. Merito dell’autrice, secondo Bataille, sarebbe di aver ridotto tutte le forme di dualismo religioso e filosofico al momento decisivo nel quale è stata pensata la “trascendenza del divinoâ€. A un certo punto, si sarebbe verificato un salto al di là dei limiti dell’esperienza sensibile e la riflessione avrebbe avuto accesso a una “verità separata†– divina e trascendente – emancipata dal gioco fallace delle apparenze e delle opinioni. La trascendenza significa sempre il distinto, il separato, e la metafisica è sempre la posizione di una trascendenza. Il dualismo platonico ha qui valore di modello, come è stato a più riprese osservato nella storia del pensiero occidentale. Nel dualismo platonico bisogna, tuttavia, distinguere tra un dualismo originario e un dualismo derivato. Il primo è quello “esterno†che pone uno dei due principi fuori del mondo: l’altro mondo (trascendente, invisibile, divino, vero, eterno) è fuori del mondo immanente (visibile, umano, sensibile, temporale); inoltre, il bene e il male non sono prodotti specificamente dai rispettivi principi, ma sono piuttosto il risultato del loro rapporto, cioè dell’ordine (la ragione emancipata dalle passioni) o del disordine (la ragione dominata dalle passioni). Il secondo dualismo è, invece, “interno†e ripropone sul piano dell’immanenza il rapporto gerarchico tra la sfera soprasensibile e il mondo sensibile: il mondo di quaggiù è fatto di anima e corpo, spirito e materia, conoscenza e ignoranza, luce e tenebre; la qual cosa apre progressivamente la strada a una semplificazione della teoria morale, per cui il bene sarà il prodotto della luce e il male delle tenebre.
 È in questo raddoppiamento del dualismo che si può situare il patto tra la trascendenza e l’immanenza e la messa sotto tutela radicale della seconda da parte della prima. Il patto consiste, infatti, nell’articolazione di due gesti simultanei e complementari nei confronti del mondo sensibile: superiorizzazione di ciò che sta in alto (l’ideale) e inferiorizzazione di ciò che sta in basso (la materia). Croce metafisica. La materia è squalificata – come non essere, ignoranza e male – e, in questo modo, è neutralizzata a monte la possibilità che qualcosa si qualifichi in senso etico e politico: che ci sia qualcosa che divida l’essere da se stesso, un non sapere che tagli la conoscenza razionale, un avversario che dichiari guerra all’uno, al vero e al bene. Esorcizzazione del dualismo, della contestazione e del duello. Croce sulla chance di una qualificazione etica e politica del mondo. Tabù di un’etica e di una politica dell’essere (ma sappiamo che gli esorcismi sono sempre gravidi di lapsus, uomini talpa, cose infami). Questo raddoppiamento del dualismo – apparizione di una piega interna al dualismo originario – scivola verso la soluzione monista. Infatti, nel momento in cui i due principi opposti sono accomunati dalla stessa natura, essendo entrambi all’interno del mondo sensibile, non solo è data la possibilità di una morale semplificata (luce = bene, tenebre = male), ma si apre la possibilità di risolvere l’opposizione stessa. Il dualismo originario – che è rottura radicale, assenza di legame, rapporto impossibile, lacerazione tra i due principi – lascia il posto a un dualismo derivato, che in realtà è un dualismo esorcizzato, dal momento che sollecita la riduzione all’unità propria del monismo. Platone chiama Aristotele.
 Fin qui Bataille fa il recensore. Poi comincia a fare Bataille, e ripete puntualmente il gesto di Nietzsche. Il platonismo rovesciato di quest’ultimo parte, infatti, dal presupposto che il platonismo sia esso stesso un rovesciamento. Rovesciare il platonismo significa rovesciare il rovesciamento platonico, per far emergere qualcosa di più originario, e questo è l’atteggiamento genealogico (in realtà , considerata in modo rigoroso, la genealogia non cerca un’origine unica, piena e dotata di senso, ma mostra che l’origine è divisa, che si apre su un abisso di non senso e si sviluppa nella storia come una serie interminabile e dispersa di duelli). Nella Genealogia della morale, lo abbiamo visto, Nietzsche rovescia il valore di buono dicendo che buoni sono i guerrieri, ossia coloro che la morale considera cattivi, in opposizione ai buoni che sono, invece, i miti. In realtà , ritrovando il senso di duonus nei termini duellum e bellum, Nietzsche non fa altro che smascherare il precedente rovesciamento morale tra ciò che è buono e ciò che è cattivo, polemizzando con esso attraverso un nuovo rovesciamento. Resta il fatto che, sin dall’inizio, tra i guerrieri (i signori) e i miti (gli schiavi) è in atto un duello e questa è l’origine di una storia che ormai non promette nemmeno una soluzione dialettica.
 Bataille compie lo stesso gesto nei confronti del dualismo platonico. Pensavamo che tutto cominciasse, da sempre e unicamente, con la posizione di una trascendenza divina. In realtà , se si considerano le religioni primitive o senza morale – per esempio le divinità ctonie e quelle olimpiche dei Greci, lo yin e yang dei Cinesi – non solo il dualismo è già presente, ma non ha nulla a che fare con l’opposizione tra la trascendenza e l’immanenza. Inoltre, nella sua forma più radicale e comune a tutte le religioni, il dualismo è in primo luogo l’opposizione del sacro e del profano. Considerato dal punto di vista di questa opposizione, il dualismo fondato sulla trascendenza – quello che il platonismo, al tempo stesso, presuppone e definisce come modello – appare come un formidabile rovesciamento del dualismo stesso. Infatti, il sacro (il divino) non è trascendenza ma immanenza, non è legato alla sfera intelligibile, ma al mondo sensibile. Il mondo sacro o divino è quello del basso materialismo, del tutt’altro, dell’eterogeneo. Al contrario, la trascendenza e la sfera intelligibile sono date nel mondo profano, che è quello della ragione, dell’identità , del calcolo (dell’idealismo, del medesimo, dell’omogeneo). Il nostro pensiero sarà , dunque, irretito nella metafisica e nella morale, fino a quando non terrà conto dell’originario rovesciamento «che fece del divino (del sacro) il trascendente e del profano l’immanente». Con questo rovesciamento il dualismo primitivo cessa di essere qualcosa di semplice – semplice come uno scontro frontale, un polemos tra il sacro e il profano – e si trasforma in un sistema complesso, fatto di scomposizioni e ricomposizioni, divisioni e nuove alleanze. Il sacro si divide in un sacro trascendente, celestiale e puro (il sacro qualificato: sublimato, superiore, che sta in alto), e in un sacro diabolico, terrestre e impuro (il sacro squalificato: infernalizzato, inferiore, che sta in basso). Nello stesso movimento, il profano si divide in idea o ragione e materia, la prima è l’immanenza qualificata dal suo rapporto con il sacro superiore, la seconda è l’immanenza squalificata dal suo rapporto con il sacro inferiore. Come si vede, le scomposizioni del dualismo lungo l’asse alto/basso sono immediatamente ricomposte in un nuovo sistema di alleanze che è la vera novità introdotta dal rovesciamento fondato sulla posizione della trascendenza divina. L’idea razionale si lega a filo doppio con la trascendenza celestiale del sacro ed è l’asse dell’essere, del vero e del bene. L’immondizia diabolica si lega invece con la materia ed è l’asse del non essere, dell’ignoranza e del male. La novità è l’istituzione di un’amicizia dell’essere, nata dalla riorganizzazione verticale dell’inimicizia orizzontale tra il sacro e il profano. Ci sono una coppia qualificata (sublime) e una coppia squalificata (infernale), ma la cosa più importante è che ogni elemento della coppia sublime si lega ad angolo retto con l’elemento infernale corrispondente. Per ogni sublime la propria spazzatura, e così nasce il binarismo istituzionale caratteristico del sistema metafisico e morale.
 Guerra dentro, pace fuori
 Il dualismo complesso che noi ereditiamo, non è altro che un sistema a croce: l’apparizione di una verticale (la trascendenza) che spezza l’orizzonte terrestre (la lotta tra il sacro e il profano), facendo emergere una serie di coppie organizzate ad angolo retto secondo la logica dell’alto (qualificato per principio come superiore) e del basso (squalificato per principio come inferiore): anima/corpo, spirito/materia, ragione/oscurità ecc. Questo sistema a croce stabilisce in partenza che cosa è qualificato e che cosa non lo è, ossia chi vince e chi perde e che senso hanno la vittoria e la sconfitta. Il sistema metafisico e morale è l’istituzione di una vittoria preventiva e inappellabile. In questo modo, il divino (l’onto-teo-logico) diventa la nostra stella polare e fonte di tutte le leggi, ossia acquista la sua forza effettiva. Una forza, lo si vede, che è soprattutto di non poter essere mai messa in discussione a livello del nostro modo di vivere (dell’ethos) e del nostro modo di costruire alleanze (della politica). Gli gnostici si ribellano e, per entrare in controcondotta e rovesciare il sistema delle alleanze, fanno del divino un principio totalmente estraneo al mondo, lo privano di forza effettiva e riattivano così il dualismo primitivo. Perciò lo gnosticismo è una preziosa testimonianza storica della possibilità di qualificare il mondo in senso etico e politico. Ma che cosa succede con la modernità e la secolarizzazione? Succede che la metafisica, piuttosto che dissolversi, si ripresenta nella forma di un rovesciamento della gerarchia tra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso. La materia, nelle sue diverse accezioni, si qualifica in senso ontologico, gnoseologico e morale, ma in questo modo l’idealismo precipita nella materia e, materializzandosi, diventa immanente. Il materialismo sublimato – ontologico, razionale, salvifico – che Bataille sintetizza nell’immagine della superaquila della rivoluzione, è semplice idealismo rovesciato e continua a discriminare ciò che, nella materia, resta basso, oscuro, eternamente bellicoso. Anzi, questo idealismo materialistico estremizza l’inferno del basso materialismo: la qualificazione di ciò che sta in alto e la squalificazione di ciò che sta in basso non si deducono più da una verità trascendente, ma sono l’effetto di serie di operazioni immanenti e contingenti. La verità non si autogiustifica, ma dev’essere continuamente operata sul piano della realtà fisica, storica e politica. In altri termini, come dice Heidegger, la trascendenza “rescende†e ciò significa che la vittoria non è più un dono del cielo, ma bisogna darsi da fare per realizzarla ogni volta sulla terra. Perciò la modernità si presenta come un gigantesco cantiere nel quale gli uomini s’industriano a scavare l’inferno di se stessi: istituzione di mondi-spazzatura necessari a mettere in verticale l’esperienza terrestre rendendola vera e normativa, cioè super. E camminiamo ancora su cimiteri di L rovesciate, non finiscono mai. Dopo gli gnostici, altri uomini talpa hanno cercato e cercano di togliere alla normalità la sua forza effettiva, facendo cadere tutti i prefissi “super†che la rendono indiscutibile e inattaccabile. Grazie a loro troviamo ancora la forza di disperare delle stelle e delle leggi, facendo della vita quotidiana una posta in gioco etica e politica.  Â
 In conclusione, Bataille non ha fatto altro che rivelare il nocciolo politico di ogni dualismo. Questo nocciolo è il dualismo dell’alto e del basso. L’alto diventa super mentre il basso diventa sub. Ciò che sta sopra è, in un senso pieno e originario, ed è il vero ed è il buono. Ciò che sta sotto non è, se non in un senso derivato e degradato, ed è l’ignoranza ed è il cattivo. Non c’è niente da discutere. È fuori discussione. Amen. Si sa in anticipo chi vincerà e chi perderà , e questo dà un senso alla vittoria e alla sconfitta. Più precisamente, ciò che dà senso si gioca nello spazio che separa l’alto dal basso, ossia nella divaricazione tra una vittoria e una sconfitta stabilite in anticipo. E questa è la metafisica, e questa è la scienza, e questa è la morale. Una vittoria preventiva e inappellabile di ciò che sta sopra su ciò che sta sotto, la quale dà un senso alla totalità di ciò che è. Una divaricazione, tuttavia, tanto più ampia quanto più angusta sarà la strozzatura che essa determina rispetto alle chance etiche e politiche di questo mondo. La politica trionfante dell’alto sul basso, fondata sul patto metafisico della trascendenza (o della rescendenza), fissa le gerarchie a livello ontologico, gnoseologico e morale e, in questo modo, neutralizza la possibilità stessa di un dualismo dell’alto e del basso, di un duello tra l’alto e il basso. Guerra dentro, pace fuori: facce complementari che fanno di ogni istituzione un’istituzione. In segreto ti riduco a spazzatura e nient’altro che spazzatura, in pubblico dichiaro che tutto è bene e nient’altro che bene. Che il sole brilla e la norma regna. A differenza del dualismo gnostico, il dualismo istituzionale è una guerra in territorio amico. Giochiamo sempre in casa, con gli alleati giusti, siamo sempre schierati con le forze più potenti. E fino a quando vincerà l’unico, il vero e il bene saremo sempre vittoriosi. Si tratta, dunque, di un dualismo che esorcizza il dualismo, di un sapere che esorcizza il lapsus, di una guerra che scongiura la guerra. Si tratta di un monismo, di un razionalismo e di un pacifismo “militantiâ€.
 Facendo eco agli gnostici, Bataille porta l’inimicizia nel cuore dell’amicizia, la distanza nel cuore della prossimità . Scioglie il patto e dichiara che la metafisica e la morale sono un grandioso esorcismo. Per il fatto stesso di dirlo, egli pratica un contro-esorcismo, contesta e sfida tutte le politiche dell’essere a carattere trionfalistico, tutte le forme di idealismo militante. In altri termini, va a pescare, in ogni forma di dualismo istituzionale, il suo cuore politico neutralizzato, la sua guerra intima e silenziosa, il suo segreto e la sua vergogna; lo scongela e fa di nuovo pulsare tutto il suo potenziale polemico. Che il dualismo sia dualismo, che il sapere sia lotta, che la guerra sia guerra. Come ci riesce? Come riesce a scardinare il sistema binario “spazzatura/sublime†su cui si fonda la metafisica occidentale? Attraverso un doppio gesto simultaneo. Da un lato, rovescia le gerarchie tradizionali affermando che ciò che sta in basso non ha un potere inferiore, ma magari ne ha persino uno superiore a ciò che sta in alto. Questo gesto, tuttavia, non solo non è sufficiente, ma è estremamente pericoloso: fermarsi al semplice rovesciamento dell’idealismo significa, infatti, impantanarsi nelle secche della superbassezza, ossia della forma propriamente moderna, estremizzata perché radicalmente immanente, del binomio spazzatura/sublime. Le istituzioni moderne sono sublimazioni della pourriture istituente, il fascismo è la sublimazione nella figura gloriosa del Duce della feccia rivoluzionaria costituente. Come far uscire ciò che è basso dall’inferno senza riconsegnarlo all’ideale, senza sublimarlo, senza rivestirlo di un valore e di un’autorità superiori? Come superare l’idealismo senza restare impantanati nel semplice idealismo rovesciato? Come uscire dalla padella senza cadere nella brace? L’unico modo è d’investire, non sulla qualificazione ontologica, gnoseologica e morale di ciò che è basso, ma esclusivamente sulla chance di una sua qualificazione etica e politica. Basta partecipare eticamente al basso materialismo; basta provare ad allearsi politicamente con i suoi poteri bellicosi. Basta trasformare la propria forma di vita in un campo di battaglia, fare l’esperienza del non sapere ed essere all’ascolto degli appelli politici delle cose infami che escono dall’inferno. Il doppio gesto di Bataille è sicuramente complesso. Tuttavia, è più difficile a dirsi che a farsi. Basta una buona performance. Basta scegliersi le frequentazioni giuste, quelle più basse, e gli alleati più potenti, quelli più irriducibili a ogni forma di trasposizione poetica, filosofica, religiosa, politica, a ogni forma di sublimazione e di idealizzazione di ritorno. Basta frequentare alluci, ragni, vermi, sputi, mestrui, polveri, sangue di mattatoi, orecchi mozzati, tutta un’accozzaglia di forme non accademiche. Basta bagnare nell’informe e allearsi con i soggetti guerreggianti, gnostici e talpe rivoluzionarie, agitazioni proletarie e convulsioni africane. In fondo, questa performance è vita quotidiana. C’è chi lo fa tutti i giorni, senza dirlo e senza pensarci su. Come si tira un calcio al pallone.Â
 In Bataille, nel suo gnosticismo contemporaneo del surrealismo, del fascismo e dello stalinismo, c’è qualcosa di tremendamente attuale. Parliamo di noi, oggi, non giriamo la testa, non nascondiamola sotto la sabbia. Il nostro mondo non è forse quello del dualismo che esorcizza il dualismo, della razionalità che esorcizza i lapsus, della guerra che scongiura la guerra? Non è forse il mondo che, tutti i giorni, dichiara il trionfo del bene, del sublime e della pace, scongiurando l’insurrezione di ciò che è basso, oscuro e bellicoso? In questo mondo, lo gnosticismo di Bataille risuona ancora di una voce acuta e sprezzante. Essa dice che, proprio qui, proprio ora, il male è superiore al bene e vince sempre. E dice che per questo la vita quotidiana è un duello permanente e che, per portare il duello nella vita quotidiana, non si può fare altro che allearsi con le forze più basse, oscure e bellicose. Trovate una formula antiesorcistica più attuale di questa. Trovate un appello alla controcondotta più attuale di questo. Non li troverete.   Â
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