Mercoledì, 4 Febbraio 2009

La lettera e il simbolo

Ancora a proposito della questione del cosiddetto LUMPENPROLETARIAT (cfr. post precedenti, categoria “dibattiti” e “pagine”).

La metafisica è un sistema binario, lo sappiano, siamo prigionieri di una serie di alternative secche che ci costringono a pensare in modo gerarchico. O questo o quello e questo è, per essenza o per principio, superiore a quello. Fino a prova contraria: grandiosi  rovesciamenti gerarchici compiuti da Marx, Nietzsche e Freud, che hanno mandato la metafisica gambe all’aria.

Parliamo, nella fattispecie, di un’alternativa dura a morire, di un’ostinata sopravvivenza della metafisica nel nostro mondo, apparentemente, così poco “meta”. L’alternativa: o la lettera o il simbolo.

Parliamo, più concretamente, del modo di pensare il Lumpenproletariat. Ecco l’alternativa: 1) lo prendiamo alla lettera e, come punto di riferimento, consideriamo la descrizione letterale del Lumpen offerta per la prima volta da Marx nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte (la qual cosa non implica necessariamente che oggi non vi siano “esistenze reali” corrispondenti in qualche modo a quella lettera; passate qualche tempo in Argentina o Brasile e vi renderete conto che il Lumpen – letteralmente – esiste ancora: sono i ragazzi di strada che ti ammazzano per due lire); 2) oppure usiamo il termine in modo simbolico, metaforico, insomma non alla lettera ma in senso lato.

Tendenzialmente, preferirei la lettera, perché risponde di più a una prospettiva materialistica, mentre il simbolico sa d’idealismo (cfr. il rifiuto, espresso da Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, di considerare l’inconscio come un “teatro”, ossia come qualcosa che s’inscrive, e che c’inscrive, nel registro del simbolico).

Il problema, però, è che  in questo modo ricadiamo nel binarismo di cui sopra, rovesciando semplicemente le gerarchie: il punto di vista materialistico è superiore a quello idealistico. Semplice platonismo rovesciato.

C’è invece bisogno di una linea di fuga, di una biforcazione, di un differenziale; insomma: c’è bisogno di andare oltre il semplice platonismo rovesciato.

Veniamo al dunque: è possibile che la questione del Lumpen resti prigioniera dell’alternativa tra la lettera e il simbolo? Si possono considerare manifestazioni “non letterali” del Lumpen come pur sempre manifestazioni – materiali, non simboliche – del Lumpen stesso?

Facciamo un altro esempio: per parlare oggi di “automutilazione sacrificale”, come faceva Bataille nel 1930, bisogna necessariamente riferirsi a Van Gogh che si tagliò l’orecchio, o a quell’altro signore che si cavò l’occhio, oppure possiamo riferirci ad altri fenomeni, ad altri “fatti” individuali e sociali? Personalmente, continuo a chiedermi se, oggi, almeno per qualcuno, fare filosofia non sia una forma di automutilazione sacrificale… Non  simbolica, ma reale.

Per finire. Forse è venuto il tempo di “deletteralizzare”, non solo la fenomenologia del Lumpen, ma più in generale quella che potremmo chiamare una fenomenologia materialistica. Non è solo un’esigenza teorica, cioè fuori da ogni considerazioni di ordine storico. Al contrario, è proprio una considerazione storica sullo stato attuale delle società di massa a rendere urgente questa deletteralizzazione.

Per semplificare: tutto, nelle società di massa, si banalizza. La banalizzazione come condizione di possibilità di qualsiasi regime discorsivo, comunicativo, di verità. Viviamo in un mondo in cui tutto è così diluito, triturato, polverizzato, liofilizzato, che se non operi una costante deletteralizzazione del reale, rischi di non riuscire a vedere mai ciò che mangi, ciò che respiri, ciò finisce nei tuoi tessuti e nella tua anima.

Noi andiamo alla ricerca del Lumpen con la maiuscola, e non lo troviamo. Ma questo non vuol dire che il mondo non sia pieno di lumpen con la minuscola. E’ la stessa cosa dei supereroi: cerchiamo quelli grandi, spesso non li troviamo, forse sono morti, ma il mondo è stato invaso da una folla di piccoli supernormali, che trangugiamo e respiriamo tutti i giorni come polveri fini. 

C’è bisogno di una fenomenologia materialistica, e questa sarà probabilmente una fenomenologia del minuscolo, dell’infimo, del microscopico.

 

 

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