FASCISMO ARCHEOLOGICO & NUOVO FASCISMO
FASCISMO ARCHEOLOGICO E NUOVO FASCISMO
a cura del collettivo Action30 - maggio 2008
La vittoria della destra nelle ultime elezioni in Francia, Italia e Inghilterra.
La conquista del Campidoglio da parte del candidato di Alleanza Nazionale salutata dai saluti romani.
L’omicidio di un ragazzo a Verona pestato da un gruppo di naziskin di nuova generazione.
Materiale neonazista trovato nei computer del bullo di Viterbo arrestato per aver bruciato i capelli a un compagno di scuola.
Operaio aggredito e picchiato a Padova all’uscita da un centro sociale, dopo aver assistito a un concerto (si indaga sull’eventuale matrice politica dell’aggressione).
Un giornale locale, di quelli distribuiti gratuitamente, che esce con il titolo: “La peggio gioventù. Tra neonazi killer e bulli scatenati, dal Nord al Sud è allarme violenzaâ€.
Fascisti che fanno i bulli, ultras che fanno i fascisti, ci mancano solo i pitbull che fanno gli ultras fascisti (sullo lo stesso giornale, un editoriale intitolato “La ‘colpa’ è sempre del padrone†che inizia così: «Può apparire irriguardoso, ma si può ipotizzare un parallelo tra la tragedia dei ragazzi di Verona e l’episodio del pitbull di Pontecagnano. In entrambi i casi, infatti, ci sono responsabilità evidenti a monte. Anche gli animali devono essere seguiti ed educati…»).
Che conseguenze tirare da questo spaccato di cronaca?
Da un lato che i giovani rappresentano una delle classi pericolose per eccellenza del nostro tempo. La stigmatizzazione del 68, oggi così di moda, serve in fondo a gettare un’ombra di discredito preventiva su di loro: qualsiasi cosa facciate – come giovani – portate e porterete sempre dentro di voi la tara del 68, dal momento che il 68 non è altro l’emergenza storica mostruosa di una “gioventùâ€. Il 68 come aborto, come momento degenerativo irreversibile dell’essere giovani…Â
D’altra parte però dinanzi a questi fatti non possiamo non continuare a interrogarci su che cosa sia oggi il fascismo. Soprattutto perché Action30 parte dall’ipotesi che stiamo vivendo una strana “riedizione†degli anni 30 e che bisogna quindi continuare a parlare di fascismo nel momento stesso in cui si prova ad analizzare che cosa ci sia di radicalmente “nuovo†nel fascismo stesso.
Se vogliamo, la provocazione di Action30 è di dire: proviamo a salvare la parola fascismo. Questa presa di posizione può dare adito a confusione ed equivoci, tuttavia riteniamo che si correrebbe un rischio maggiore a lasciar cadere completamente questa parola. L’eventualità che la postura di A30 venga scambiata con quella classica dell’antifascismo, è comunque preferibile all’eventualità di ritrovarsi dall’altra parte. Proprio dai vecchi fascisti viene infatti più sovente l’invito a voltare pagina sbarazzandosi definitivamente di un termine che, a sentire loro, non ha più nessuna ragione di esistere e di essere pronunciato.
Parlare di “nuovo fascismo†significa in fondo praticare una sorta di epoché: senza avere la pretesa di annullare o dissolvere un’idea che appartiene al comune modo di pensare, si prova a metterla tra parentesi, a neutralizzarla, a sospenderne in qualche modo il valore di realtà . In altri termini, il vecchio termine “fascismo†potrà essere svuotato nella misura in cui riusciremo a riempire di percezioni, analisi e parole l’aggettivo “nuovo†che l’accompagna.
Salvare la parola fascismo significa dunque realizzare uno sforzo di analisi, operando in primo luogo una serie di distinzioni.
1) Distinguere tra i regimi fascisti e il fascismo “istituzionale†(gli esorbitanti eccessi di potere che, non solo nei paesi totalitari ma anche in quelli liberali e democratici, si coagulano all’interno di spazi istituzionali quali il carcere o il manicomio; ricordiamo il volume curato da Franca e Franco Basaglia, Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come custodi di istituzioni violente).
2) Distinguere tra il fascismo archeologico (come lo definisce Pasolini) e il nuovo fascismo. Questo nuovo fascismo ha diverse caratteristiche che andranno individuate e analizzate, ma si può definire in prima istanza come un fascismo dell’anima o, per riprendere una formula di Ballard, come un fascismo d’elezione. In altri termini, l’uniformità e la massificazione sociale viene raggiunta oggi attraverso un fascismo assunto dagli individui liberamente e a piccole dosi (cfr. “microfascismoâ€), come una medicina. Come se il fascismo fosse terapeutico o comunque in grado di garantire un certo benessere…Â
Bisogna inoltre considerare quale sia il rapporto tra il vecchio e il nuovo fascismo. A questo proposito, è importante rinunciare all’idea di uno sviluppo lineare dal primo al secondo. È probabile infatti che il rapporto sia più complesso, di sovrapposizione e stratificazione. Se per esempio il fascismo è caratterizzato da un certo desiderio di essere guidati, governati, salvati, i piccoli messia che ci seducono nella vita di tutti i giorni (cfr. “supernormaliâ€) si nutrono e, circolarmente, alimentano la tentazione del grande messia, ossia delle mitologie arcaiche del duce o del Führer.
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Qui di seguito viene proposta una serie di testi e citazioni che consentono di cominciare a interrogarsi sul nuovo fascismo e sul suo rapporto con il fascismo storico. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ossia nel momento di riflusso dell’impegno politico e dell’affermarsi del modello neoliberale, diversi autori hanno espresso l’esigenza di cogliere la faccia più innovativa del razzismo e del fascismo.
Da Pasolini, Deleuze e Foucault per arrivare più di recente a Gerard Granel, James G. Ballard, Guillermo del Toro fino al tentativo di Action30, si tratta soprattutto di mettersi nella condizione di riuscire a percepire il razzismo e il fascismo attraverso il processo modernizzazione che li ha radicalmente trasfigurati.
Come al solito, questa raccolta di materiali è da considerarsi come non esaustiva, quindi aperta a tutte le possibili integrazioni.Â
Pier Paolo Pasolini
Fascista (intervista a cura di Massimo Fini, 26 dicembre 1974, in Id., Scritti corsari)
“Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. Partiamo dal recente film di Naldini: Fascista. Ebbene questo film, che si è posto il problema del rapporto fra un capo e la folla, ha dimostrato che sia quel capo, Mussolini, che quella folla, sono due personaggi assolutamente archeologici. Un capo come quello oggi è assolutamente inconcepibile non solo per la nullità e per l’irrazionalità di quello che dice, per il nulla logico che sta dietro quello che dice, ma anche perché non troverebbe assolutamente spazio e credibilità nel mondo moderno. Basterebbe la televisione per vanificarlo, per distruggerlo politicamente. Le tecniche di quel capo andavano bene su di un palco, in un comizio, di fronte alle folle «oceaniche», non funzionerebbero assolutamente su uno schermo.
Questa non è una semplice constatazione epidermica, puramente tecnica, è il simbolo di un cambiamento totale del modo di essere, di comunicare fra di noi. E così la folla, quella folla «oceanica ». Basta per un attimo posare gli occhi su quei visi per vedere che quella folla ì non c’è più, che sono dei morti, che sono sepolti, che sono i nostri avi. Basta questo per capire che quel fascismo non si ripeterà mai più. Ecco perché buona parte nell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo.
Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato « la società dei consumi ». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no.
Se uno osserva bene la realtà , e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa… Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere.
Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più come all’epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa « civiltà dei consumi » è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la « società dei consumi » ha bene realizzato il fascismo.â€
Michel Foucault
L’asile illimité (compte rendu R. Castel, L’ordre psychiatrique, « Le Nouvel Observateur », 28 March 1977, in Id., Dits et Écrits, vol. III, p. 275).
« … l’un des problèmes les plus aigus de notre actualité. Nos sociétés et les pouvoirs qui s’y exercent sont placés sous le signe visible de la loi. Mais, de fait, les mécanismes les plus nombreux, les plus efficaces et les plus serrés jouent dans l’interstice des lois, selon des modalités hétérogènes au droit et en fonction d’un objectif qui n’est pas le respect de la légalité, mais la régularité et l’ordre. Tout un régime de non-droit s’est établi, avec des effets de déresponsabilisation, de mise en tutelle et de maintien de minorité ; et on l’accepte d’autant mieux qu’il peut se justifier, d’un côté, par des fonctions de protection et de sécurité, de l’autre, par un statut scientifique ou technique.
Il ne faut s’y tromper. S’il est vrai que la loi universelle et égalitaire dont on rêvait au XVIII siècle a servi d’instrument à une société inégale et d’exploitation, nous allons, nous, à grands pas vers une société extrajuridique où la loi aura pour rôle d’autoriser sur les individus des interventions contraignantes et régulatrices. La psychiatrie (le livre de Castel le montre avec une rigueur sans défaut) a été l’un des grands facteurs de cette transformation .»
Gilles Deleuze
(février 1977, in Id., Deux régimes de fous – Textes et entretiens 1975 – 1995, Les éditions de Minuit, 2003).
“Le vieux fascisme si actuel et puissant qu’il soit dans beaucoup de pays, n’est pas le nouveau problème actuel. On nous prépare d’autres fascismes. Tout un néo-fascisme s’installe par rapport auquel l’ancien fascisme fait figure de folklore […]. Au lieu d’être une politique et une économie de guerre, le néo-fascisme est une entente mondiale pour la sécurité, pour la gestion d’une « paix » non moins terrible, avec organisation concertée de toutes les petites peurs, de toutes les petites angoisses qui font de nous autant de microfascistes, chargés d’étouffer chaque chose, chaque visage, chaque parole un peu forte, dans sa rue, son quartier, sa salle de cinéma.â€
Post-scriptum sur les sociétés de contrôle (« L ‘autre journal », n°1, mai 1990 ; poi in Pourparlers)
Historique
Foucault a situé les sociétés disciplinaires aux XVIIIè et XIXè siècles ; elles atteignent à leur apogée au début du XXè. Elles procèdent à l’organisation des grands milieux d’enfermement. L’individu ne cesse de passer d’un milieu clos à un autre, chacun ayant ses lois : d’abord la famille, puis l’école (« tu n’es plus dans ta famille »), puis la caserne (« tu n’es plus à l’école »), puis l’usine, de temps en temps l’hôpital, éventuellement la prison qui est le milieu d’enfermement par excellence. C’est la prison qui sert de modèle analogique : l’héroïne d’Europe 51 peut s’écrier quand elle voit des ouvriers « j’ai cru voir des condamnés… ». Foucault a très bien analysé le projet idéal des milieux d’enfermement, particulièrement visible dans l’usine : concentrer ; répartir dans l’espace ; ordonner dans le temps ; composer dans l’espace-temps une force productive dont l’effet doit être supérieur à la somme des forces élémentaires. Mais ce que Foucault savait aussi, c’était la brièveté de ce modèle : il succédait à des sociétés de souveraineté, dont le but et les fonctions étaient tout autres (prélever plutôt qu’organiser la production, décider de la mort plutôt que gérer la vie) ; la transition s’était faite progressivement, et Napoléon semblait opérer la grande conversion d’une société à l’autre. Mais les disciplines à leur tour connaîtraient une crise, au profit de nouvelles forces qui se mettraient lentement en place, et qui se précipiteraient après la Deuxième Guerre mondiale : les sociétés disciplinaires, c’était déjà ce que nous n’étions plus, ce que nous cessions d’être.
Nous sommes dans une crise généralisée de tous les milieux d’enfermement, prison, hôpital, usine, école, famille. La famille est un « intérieur », en crise comme tout autre intérieur, scolaire, professionnel, etc. Les ministres compétents n’ont cessé d’annoncer des réformes supposées nécessaires. Réformer l’école, réformer l’industrie, l’hôpital, l’armée, la prison ; mais chacun sait que ces institutions sont finies, à plus ou moins longue échéance. Il s’agit seulement de gérer leur agonie et d’occuper les gens, jusqu’à l’installation de nouvelles forces qui frappent à la porte. Ce sont les sociétés de contrôle qui sont en train de remplacer les sociétés disciplinaires. « Contrôle », c’est le nom que Burroughs propose pour désigner le nouveau monstre, et que Foucault reconnaît comme notre proche avenir. Paul Virilio aussi ne cesse d’analyser les formes ultra-rapides de contrôle à l’air libre, qui remplacent les vieilles disciplines opérant dans la durée d’un système clos. Il n’y a pas lieu d’invoquer des productions pharmaceutiques extraordinaires, des formations nucléaires, des manipulations génétiques, bien qu’elles soient destinées à intervenir dans le nouveau processus. Il n’y a pas lieu de demander quel est le régime le plus dur, ou le plus tolérable, car c’est en chacun d’eux que s’affrontent les libérations et les asservissements. Par exemple dans la crise de l’hôpital comme milieu d’enfermement, la sectorisation, les hôpitaux de jour, les soins à domicile ont pu marquer d’abord de nouvelles libertés, mais participer aussi à des mécanismes de contrôle qui rivalisent avec les plus durs enfermements. Il n’y a pas lieu de craindre ou d’espérer, mais de chercher de nouvelles armes.
Logique
Les différents internats ou milieux d’enfermement par lesquels l’individu passe sont des variables indépendantes : on est censé chaque fois recommencer à zéro, et le langage commun de tous ces milieux existe, mais est analogique. Tandis que les différents contrôlats sont des variations inséparables, formant un système à géométrie variable dont le langage est numérique (ce qui ne veut pas dire nécessairement binaire). Les enfermements sont des moules, des moulages distincts, mais les contrôles sont une modulation, comme un moulage auto-déformant qui changerait continûment, d’un instant à l’autre, ou comme un tamis dont les mailles changeraient d’un point à un autre. On le voit bien dans la question des salaires : l’usine était un corps qui portait ses forces intérieures à un point d’équilibre, le plus haut possible pour la production, le plus bas possible pour les salaires ; mais, dans une société de contrôle, l’entreprise a remplacé l’usine, et l’entreprise est une âme, un gaz. Sans doute l’usine connaissait déjà le système des primes, mais l’entreprise s’efforce plus profondément d’imposer une modulation de chaque salaire, dans des états de perpétuelle métastabilité qui passent par des challenges, concours et colloques extrêmement comiques. Si les jeux télévisés les plus idiots ont tant de succès, c’est parce qu’ils expriment adéquatement la situation d’entreprise. L’usine constituait les individus en corps, pour le double avantage du patronat qui surveillait chaque élément dans la masse, et des syndicats qui mobilisaient une masse de résistance ; mais l’entreprise ne cesse d’introduire une rivalité inexpiable comme saine émulation, excellente motivation qui oppose les individus entre eux et traverse chacun, le divisant en lui-même. Le principe modulateur du « salaire au mérite » n’est pas sans tenter l’Éducation nationale elle-même : en effet, de même que l’entreprise remplace l’usine, la formation permanente tend à remplacer l’école, et le contrôle continu remplacer l’examen. Ce qui est le plus sûr moyen de livrer l’école à l’entreprise.
Dans les sociétés de discipline, on n’arrêtait pas de recommencer (de l’école à la caserne, de la caserne à l’usine), tandis que dans les sociétés de contrôle on n’en finit jamais avec rien, l’entreprise, la formation, le service étant les états métastables et coexistants d’une même modulation, comme d’un déformateur universel. Kafka qui s’installait déjà à la charnière de deux types de société a décrit dans Le procès les formes juridiques les plus redoutables : l’acquittement apparent des sociétés disciplinaires (entre deux enfermements), l’atermoiement illimité des sociétés de contrôle (en variation continue) sont deux modes de vie juridiques très différents, et si notre droit est hésitant, lui-même en crise, c’est parce que nous quittons l’un pour entrer dans l’autre. Les sociétés disciplinaires ont deux pôles : la signature qui indique l’individu, et le nombre ou numéro matricule qui indique sa position dans une masse. C’est que les disciplines n’ont jamais vu d’incompatibilité entre les deux, et c’est en même temps que le pouvoir est massifiant et individuant, c’est-à -dire constitue en corps ceux sur lesquels il s’exerce et moule l’individualité de chaque membre du corps (Foucault voyait l’origine de ce double souci dans le pouvoir pastoral du prêtre - le troupeau et chacune des bêtes - mais le pouvoir civil allait se faire « pasteur » laïc à son tour avec d’autres moyens). Dans les sociétés de contrôle, au contraire, l’essentiel n’est plus une signature ni un nombre, mais un chiffre : le chiffre est un mot de passe, tandis que les sociétés disciplinaires sont réglées par des mots d’ordre (aussi bien du point de vue de
l’intégration que de la résistance). Le langage numérique du contrôle est fait de chiffres, qui marquent l’accès à l’information, ou le rejet. On ne se trouve plus devant le couple masse-individu. Les individus sont devenus des « dividuels », et les masses, des échantillons, des données, des marchés ou des « banques ». C’est peut-être l’argent qui exprime le mieux la distinction des deux sociétés, puisque la discipline s’est toujours rapportée à des monnaies moulées qui renfermaient de l’or comme nombre étalon, tandis que le contrôle renvoie à des échanges flottants, modulations qui font intervenir comme chiffre un pourcentage de différentes monnaies échantillons. La vieille taupe monétaire est l’animal des milieux d’enfermement, mais le serpent est celui des sociétés de contrôle. Nous sommes passés d’un animal à l’autre, de la taupe au serpent, dans le régime où nous vivons, mais aussi dans notre manière de vivre et nos rapports avec autrui. L ‘homme des disciplines était un producteur discontinu d’énergie, mais l’homme du contrôle est plutôt ondulatoire, mis en orbite, sur faisceau continu. Partout le surf a déjà remplacé les vieux sports.
Il est facile de faire correspondre à chaque société des types de machines, non pas que les machines soient déterminantes, mais parce qu’elles expriment les formes sociales capables de leur donner naissance et de s’en servir. Les vieilles sociétés de souveraineté maniaient des machines simples, leviers, poulies, horloges ; mais les sociétés disciplinaires récentes avaient pour équipement des machines énergétiques, avec le danger passif de l’entropie, et le danger actif du sabotage ; les sociétés de contrôle opèrent par machines de troisième espèce, machines informatiques et ordinateurs dont le danger passif est le brouillage, et l’actif, le piratage et l’introduction de virus. Ce n’est pas une évolution technologique sans être plus profondément une mutation du capitalisme. C’est une mutation déjà bien connue qui peut se résumer ainsi : le capitalisme du XIXè siècle est à concentration, pour la production, et de propriété. Il érige donc l’usine en milieu d’enfermement, le capitaliste étant propriétaire des moyens de production, mais aussi éventuellement propriétaire d’autres milieux conçus par analogie (la maison familiale de l’ouvrier, l’école). Quant au marché, il est conquis tantôt par spécialisation, tantôt par colonisation, tantôt par abaissement des coûts de production. Mais, dans la situation actuelle, le capitalisme n’est plus pour la production, qu’il relègue souvent dans la périphérie du tiers monde, même sous les formes complexes du textile, de la métallurgie ou du pétrole. C’est un capitalisme de surproduction. Il n’achète plus des matières premières et ne vend plus des produits tout faits : il achète les produits tout faits, ou monte des pièces détachées. Ce qu’il veut vendre, c’est des services, et ce qu’il veut acheter, ce sont des actions. Ce n’est plus un capitalisme pour la production, mais pour le produit, c’est-à -dire pour la vente ou pour le marché. Aussi est-il essentiellement dispersif, et l’usine a cédé la place à l’entreprise. La famille, l’école, l’armée, l’usine ne sont plus des milieux analogiques distincts qui convergent vers un propriétaire, État ou puissance privée, mais les figures chiffrées, déformables et transformables, d’une même entreprise qui n’a plus que des gestionnaires. Même l’art a quitté les milieux clos pour entrer dans les circuits ouverts de la banque. Les conquêtes de marché se font par prise de contrôle et non plus par formation de discipline, par fixation des cours plus encore que par abaissement des coûts, par transformation de produit plus que par spécialisation de production. La corruption y gagne une nouvelle puissance. Le service de vente est devenu le centre ou l’« âme » de l’entreprise. On nous apprend que les entreprises ont une âme, ce qui est bien la nouvelle la plus terrifiante du monde. Le marketing est maintenant l’instrument du contrôle social, et forme la race impudente de nos maîtres. Le contrôle est à court terme et à rotation rapide, mais aussi continu et illimité, tandis que la discipline était de longue durée, infinie et discontinue. L’homme n’est plus l’homme enfermé, mais l’homme endetté. Il est vrai que le capitalisme a gardé pour constante l’extrême misère des trois quarts de l’humanité, trop pauvres pour la dette, trop nombreux pour l’enfermement : le contrôle n’aura pas seulement à affronter les dissipations de frontières, mais les explosions de bidonvilles ou de ghettos.
Programme
Il n’y a pas besoin de science-fiction pour concevoir un mécanisme de contrôle qui donne à chaque instant la position d’un élément en milieu ouvert, animal dans une réserve, homme dans une entreprise (collier électronique). Félix Guattari imaginait une ville où chacun pouvait quitter son appartement, sa rue, son quartier, grâce à sa carte électronique (dividuelle) qui faisait lever telle ou telle barrière ; mais aussi bien la carte pouvait être recrachée tel jour, ou entre telles heures ; ce qui compte n’est pas la barrière, mais l’ordinateur qui repère la position de chacun, licite ou illicite, et opère une modulation universelle.
L’étude socio-technique des mécanismes de contrôle, saisis à leur aurore, devrait être catégorielle et décrire ce qui est déjà en train de s’installer à la place des milieux d’enfermement disciplinaires, dont tout le monde annonce la crise. Il se peut que de vieux moyens, empruntés aux anciennes sociétés de souveraineté, reviennent sur scène, mais avec les adaptations nécessaires. Ce qui compte, c’est que nous sommes au début de quelque chose. Dans le régime des prisons : la recherche de peines de « substitution » au moins pour la petite délinquance, et l’utilisation de colliers électroniques qui imposent au condamné de rester chez lui à telles heures. Dans le régime des écoles : les formes de contrôle continu, et l’action de la formation permanente sur l’école, l’abandon cotres pondant de toute recherche à l’Université, l’introduction de l’ « entreprise » à tous les niveaux de scolarité. Dans le régime des hôpitaux : la nouvelle médecine « sans médecin ni malade » qui dégage des malades potentiels et des sujets à risque, qui ne témoigne nullement d’un progrès vers l’individuation, comme on le dit, mais substitue au corps individuel ou numérique le chiffre d’une matière « dividuelle » à contrôler. Dans le régime d’entreprise : les nouveaux traitements de l’argent, des produits et des hommes qui ne passent plus par la vieille forme-usine. Ce sont des exemples assez minces, mais qui permettraient de mieux comprendre ce qu on entend par crise des institutions, c’est-à -dire l’installation progressive et dispersée d’un nouveau régime de domination. Une des questions les plus importantes concernerait l’inaptitude des syndicats : liés dans toute leur histoire à la lutte contre les disciplines ou dans les milieux d’enfermement, pourront-ils s’adapter ou laisseront-ils place à de nouvelles formes de résistance contre les sociétés de contrôle ? Peut-on déjà saisir des ébauches de ces formes à venir, capables de s’attaquer aux joies du marketing ? Beaucoup de jeunes gens réclament étrangement d’être « motivés », ils redemandent des stages et de la formation permanente ; c’est à eux de découvrir ce à quoi on les fait servir, comme leurs aînés ont découvert non sans peine la finalité des disciplines. Les anneaux d’un serpent sont encore plus compliqués que les trous d’une taupinière.
Gérard Granel, Études, Éditions Galilée, 1995, p. 71-74 (già pubblicato su « Les Temps modernes », février 1993)
GÉRARD GRANEL
LES ANNÉES 30 SONT DEVANT NOUS
(ANALYSE LOGIQUE DE LA SITUATION CONCRETE)
Le titre que j’ai choisi prétend donc en vain mettre « devant nous » ce qui est en vérité derrière nous ; il feint d’ignorer que notre monde n’a plus à se soucier d’affronter aucun « challenge » radical, mais seulement des difficultés essentiellement limitées et surmontables où sa logique ne risque plus de se trouver bloquée. Portant sur son front non pas, comme le croyait ce rabbin refoulé, ce rhénan anti-prussien, cet aristotélicien impénitent nommé Karl Marx, « le chiffre de la Bête », mais bien le monogramme qui entrelace la liberté au développement, l’Occident n’aurait donc plus devant lui d’autre inconnu que celui, en vérité familier, des figures que prendra sa propre ramification.
C’est cette belle confiance que je me propose malgré tout d’ébranler.
Pour le faire avec quelque crédibilité il faut d’abord, disais-je il y a un instant, déjouer les pièges méthodologiques de la comparaison historique. Et il faut bien avouer ici que le titre que j’ai choisi paye ce qu’il a de volontairement provocateur d’un risque de mésinterprétation. À vrai dire, la « provocation » est justement si manifestement voulue, que je n’ai pas cru sérieusement que le risque fût bien grand. Il ne s’agit pas de dire, bien entendu, que fascisme, nazisme et stalinisme, tels qu’ils furent dans l’histoire, n’auraient qu’apparemment disparu et attendraient en réalité, derrière la porte du futur, de revenir nous tirer par les pieds. Il ne s’agit donc pas d’un « retour du réel » – imagination toujours impropre lorsque la tâche est de penser l’histoire, et doublement impropre, si l’on ose dire, lorsque la dimension historique sur laquelle on s’interroge est celle de l’avenir. L’avenir en effet n’a pas de figure. Aussi l’interrogation qui le concerne ne doit-elle jamais se comprendre comme un quelconque effort de divination de « ce qui pourrait bien nous arriver » (genre auquel les « projections rationnelles », ou qui se croient telles, appartiennent aussi bien que les multiples espèces de « wishfull thinking »). Mais sur quoi peut donc bien porter une question qui n’a aucun réel devant elle, pas même des réels possibles – la chimère métaphysique par excellence?
La réponse et à chercher dans cette autre signification de la « possibilité » selon laquelle, comme nous le rappelle Heidegger, possibilitas veut dire la même chose que essentia. Nous orienterons donc nos questions sur l’essence de la modernité, c’est-à -dire sur le premier et le seul des systèmes d’idéalités apparus dans l’histoire où le sens même de l’idéalité soit donné par le concept d’infinité. L’Antiquité toute entière (si l’on considère que Rome, en dehors des particularités fermées de sa propre civilisation, n’eut pas en effet d’autres formes de pensée-du-monde, d’autres modes de compréhension de l’être et du vrai à assimiler d’abord elle-même, puis à propager parmi les peuples qu’elle avait soumis, que ceux qu’elle avait reçus de la Grèce) – l’Antiquité toute entière est en effet dominée par ce qu’exprime l’axiome d’Aristote : « Ce n’est pas l’infini qui commande (apeiron ouk archè) ». Ce qui signifie que les idéalités de la science grecque sont contraintes à observer une double limite : celle de la matérialité logique (qui limite toute forme à la spécificité d’une matière, et les formes les plus englobantes à l’homonymie des catégories, matières dernières de l’être) et celle du langage (la pensée, jusque dans la recherche de ses premiers principes, se trouvant circonscrite à l’usage dialectique d’une langue). Pas davantage l’infini ne saurait-il commander aux idéalités éthiques, c’est-à -dire politiques, de la Grèce ancienne. Et ce d’autant moins que l’objet propre de la Polis, ce qui élève la politique de façon décisive au-dessus des modalités « domestiques » et « basiliques » de l’être-en-commun, ce n’est pas simplement, de l’aveu d’Aristote aussi bien que de Platon, l’usage public du langage dans la recherche des moyens de discriminer le vrai et le faux, le bien et le mal, l’utile et le nuisible (là s’arrête seulement notre existence « politique », qui trouve tout son fondement dans le « parlement »), mais bien l’orientation logique (onto-logique) de cet usage même, ce qui fait de la modalité politique de l’existence une espèce de sa modalité philosophique. C’est pourquoi la triple discrimination en quoi consiste la tâche politique n’était pas conçue chez les Grecs comme, dans chacune de ces directions, un moderne la définirait immanquablement : pour la première, par une méthode permettant de réduire tout réel à son « objectivité », c’est-à -dire à un certain nombre d’énoncés univoques où la représentation puisse toujours ressaisir son acte propre ; pour la seconde, par une intention dans laquelle le sujet moral puisse reconnaître, détachée de la matérialité de ses motivations, la seule Loi qui vaille pour lui au ciel et sur la terre : l’universalité de sa propre forme ; pour la troisième enfin, par un calcul des plaisirs dont le principe est l’accomplissement de toutes les virtualités naturelles de l’homme dans la production individuelle et collective de soi-même par le travail. Il n’est pas difficile de situer ce que j’ai appelé l’infinité de ces trois cercles d’idéalités dans le fait que leur mouvement chaque fois s’ouvre et se ferme sur la présence à soi du subjectum egologique tel que Descartes en prit le premier conscience, ou plutôt tel qu’il l’inventa.
Nous nous approcherons déjà de notre but (qui est, vous l’avez certainement aperçu, de tâcher de comprendre à partir de cette détermination historiale de la modernité, et comme signes avant-coureurs de son épuisement, à la fois les phénomènes « monstrueux » des années 30 et divers phénomènes « inquiétants » que notre présent traverse dans sa course radieuse comme s’il s’agissait de simples « bumps ») si nous remarquons que Descartes justement souligna plus d’une fois la conscience qu’il avait de ne point parler de « ce qui est » mais seulement de « ce qui se peut représenter le plus aisément », substituant à l’élucidation de la nature des choses le récit méthodiquement élaboré et consciemment fictif d’une « fable du Monde ». Son latin lui-même (langue maternelle, comme on sait, de sa pensée) ne lui permettait pas en effet d’oublier que la détermination du « facile », c’est-à -dire du facile (du « faisable »), à partir d’une méthode dont le vrai nom est Ars, en même temps qu’elle inaugure le devenir ingénieur de l’ingenium (ce que seul Vico le Napolitain semble avoir compris), installe la pensée dans un univers d’artefacts et transforme la connaissance en une entreprise infinie de simulation théorique. De quel droit élever les objets de celle-ci au rang de l’être, c’est malgré tout encore pour Descartes une question, qui, bien qu’elle ne pèse plus beaucoup (elle est dite en effet « bien légère, et pour ainsi dire métaphysique »), demande néanmoins qu’il y soit répondu. La réponse de Descartes lui-même est d’une superbe désinvolture, où l’on ne sait s’il faut reconnaître plutôt la manière du gentilhomme (jetant les doutes à l’eau comme il avait menacé d’y jeter les marins qui murmuraient contre lui: à la pointe de l’épée) ou l’habitude baroque de considérer le monde comme un simple théâtre, où ne se jouent que des « pièces à machines ». À ceci près que, par une inversion du Deus ex machina dont la philosophie moderne est coutumière, ce sont les machines qui procèdent de Dieu. Mais l’enjeu n’en reste pas moins le même, qui consiste à produire un effet de réalité dans la représentation, lui-même purement représenté. Car en appeler tout simplement à la « véracité divine » ou s’imaginer que « le monde est un songe », cela revient au même. Mais nous, nous aujourd’hui, sommes-nous véritablement capables d’accorder encore la même confiance à une figure du possible qui confirme un artifice par un rêve, et dont la seule « preuve » effective est la perpétuation énergique et muette de son activité ? Ou bien divers craquements dans notre histoire la plus récente n’ouvrent-ils pas plutôt de nouveau notre oreille à cette vérité grecque, qu’une limitation nous commande et que, sous peine de folie, d’errance interminable, de crime incoercible, notre existence n’est possible qu’en se rangeant à ce commandement, et d’abord en recherchant les conditions de son écoute et de sa formulation ?
James G. Ballard
(intervista a cura di V. Evangelisti, “XLâ€, anno 2, 15/novembre 2006)
“Tra tante cose dobbiamo farne soprattutto una: dobbiamo SVEGLIARCI…
Ci stanno drogando con i beni di consumo. Non siamo più in grado di badare a noi stessi e invece dobbiamo cominciare a badare a noi stessi.â€
Kingdome Come (Regno a venire, romanzo, 2006)
“I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano RISVEGLIARE in un mondo più carico di passione…â€
UN NUOVO STATO FASCISTA
“(…) Negli anni 30 c’è voluto lo sforzo congiunto di tante menti contorte, ma lei ha fatto tutto da solo.â€
“Ho una mente contorta?â€
“Assolutamente no. È questa la cosa più inquietante. Lei è una persona equilibrata, gentile, con tutta l’estrema pubblicità tipica di un pubblicitario.â€
“E allora cosa ho fatto?â€
“Ha creato uno Stato fascista.â€
“Fascista? È un aggettivo come ‘nuovo’ o ‘migliore’. Può significare tutto e il contrario di tutto. Ma dove sono gli stivaloni da soldato, le camice nere che fanno il passo dell’oca, il Führer che fa discorsi deliranti? Io non li vedo.â€
“Non c’è bisogno di queste cose.†(…) “Una forma di fascismo soft, come tutto il mondo consumistico, del resto. Niente passo dell’oca, né stivaloni, ma lo stesso tipo di emozioni e di aggressività . (…) Abbiamo bisogno di qualcosa di più drammatico, vogliamo che le nostre emozioni vengano manipolate, vogliamo essere presi in giro e blanditi. E il consumismo è proprio quello che ci vuole. Ha creato un modello per gli Stati fascisti del futuro.†(pp.179-180)
“(…) Attacchi razzisti, famiglie asiatiche terrorizzate e costrette a lasciare le loro case, ostelli di rifugiati bruciati. Partite di calcio che ogni fine settimana si trasformavano in scontri politici, anche se nessuno se ne rendeva conto. Lo sport era soltanto una scusa per la violenza di strada. E sembrava tutto derivare dal Metro-Centre. Un nuovo tipo di fascismo, una violenza che nasceva dalla totale mancanza di regole dei centri commerciali e delle tv via cavo, la gente si annoiava a morte e voleva un po’ di movimento nella vita. Voleva poter camminare con passo fiero, urlare e prendere a calci chiunque avesse una faccia non familiare. Voleva adorare un leader.â€
â€David Cruise? Difficile da credere.â€
“Infatti. Ma si trattava di un nuovo tipo di fascismo che aveva bisogno di un nuovo tipo di leader, un tipo di Führer sorridente e simpatico, da palinsesto pomeridiano. Coretti calcistici al posto di Sieg Heil. Lo stesso tipo di odio, la stessa fame di violenza, ma filtrati dal salottino del talk-show. Per La maggior parte delle persone si trattava di teppismo calcistico e basta.â€
(cfr il nuovo fascismo come fascismo d’elezione…)
Guillermo Del Toro (Arte.tv – Tracks, 26 ottobre 2006)
 “Viviamo in un reality show estremamente noioso, nel quale c’è bisogno di sesso, automobili e un mucchio di soldi, ed è tutto. È questo che mi preoccupa adesso, il fascismo è nel mondo. Ma ha l’aria simpatica, si presenta in giacca e cravatta, con un sorriso grazioso, nessuno dice male di lui ma resta comunque un fascismo. Spetta a noi trovare un modo di schiaffeggiare la gente affinché si RISVEGLI un po’, con l’horror, con i videogiochi, poco importa… È lo scopo dell’arte.â€
ACTION30 - Antefatto
(…) ACTION30 cerca di ripescare dall’oblio l’operazione di Bataille per provare a percepire il fascismo e il razzismo di oggi. In tal senso, bisogna riconoscere che l’operazione di ACTION30 nasce prima di ACTION30: alla metà degli anni settanta, prima dell’avvento del reaganismo, Pier Paolo Pasolini aveva, infatti, provato a gettarsi alle spalle il vecchio fascismo – il fascismo “archeologico†– per cominciare a percepire il nuovo fascismo. Il film Salò o le 120 giornate di Sodoma è il documento indigeribile di questo tentativo.
Salò è il “momento†in cui, in Italia, si è cominciato a fare una storia del fascismo presente. Ma mentre l’esperimento di Pasolini è consistito nel trasportare il suo punto di vista sul nuovo fascismo nel paesaggio del fascismo di una volta, ACTION 30 adotterà un procedimento inverso:
partendo dai paesaggi di oggi, farà venire a galla come relitti liberati alcuni elementi degli anni 30 – in particolare i testi di Bataille che, almeno in questa fase, costituiranno il leit motiv di ACTION 30 – per vedere se ci aiutano a percepire, ed eventualmente a contrastare, gli attuali processi di “fascistizzazione†degli individui e della società .
Lo sport, il culto della performance, la figura del supereroe come modello di super-normalità , l’opposizione manicheistica tra bene e male e tra pace e guerra, i nuovi valori supremi della vita, della salute e della sicurezza, la cultura del management, la guida degli uomini “per il loro bene†ecc.: seguendo le direttrici che rendono la nostra quotidianità omogenea e conforme, tenteremo di far emergere gli elementi di radicalità in grado di “dividere il fascio†e di aprire spazi di possibilità politica.
Action30 – Sveglie antifasciste
Nel deserto muori o rimpiangi la schiavitù.
Oppure predichi.
Negli anni 30 del XX secolo, le classi dirigenti europee fecero la prova del razzismo e del fascismo. Un momento decisivo fu la polemica tra André Breton (surrealismo) e Georges Bataille (basso materialismo).
Negli anni 70, Pier Paolo Pasolini distingueva tra il fascismo “archeologico†e le nuove forme di fascismo che nascono nel cuore della libertà , della soggettività , del modo di vivere.
Action 30 è la sveglia che ci siamo appesi al collo.
Riprendiamo il duello tra il basso materialismo e il surrealismo per vedere se ci aiuta a percepire le nuove forme di razzismo e di fascismo, e a predicare nel deserto del presente.
L’informe genealogia di «Action30» “il manifesto†- 19 marzo 2008 - di Andrea Russo
Action30 è un gruppo di grafici, fotografi, disegnatori, video-maker, studiosi, giornalisti e attivisti, residenti in Italia e all’estero, il cui obiettivo è percepire le nuove forme di razzismo e di fascismo che nascono nel cuore della libertà , della soggettività , del modo di vivere. Il problema non è solo il fascismo storico di Hitler e Mussolini – che ha saputo così bene mobilitare e utilizzare il desiderio delle masse – ma anche il fascismo che orienta la nostra condotta quotidiana. Come rimuovere il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento? Come fare per non diventare fascisti anche quando (soprattutto quando) si crede di essere dei militanti rivoluzionari? L’ipotesi di partenza è, da un lato che stiamo vivendo una riedizione degli anni 30 del XX secolo, dall’altro che bisogna dichiarare guerra ai micro-fascismi che costituiscono l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane. (…)
Action30 – blog
Lunedì, 5 Maggio 2008 - Naziskin supernormali a Verona
da la repubblica.it
Figli di buona famiglia di Ilvo Diamanti (5 maggio 2008)
“Giovani di buona famiglia”. Così vengono definiti i cinque teppisti che hanno ammazzato Nicola Tommasoli. Colpevole di non aver voluto “consegnare” loro una sigaretta, dopo regolare intimazione. Giovani ultrà . Ultrà -giovani.
Occasionalmente di estrema destra. Neonazi oppure neofasci. Giovani ultrà . Abituati ad avere uno stadio a disposizione per esibire i loro muscoli, i loro slogan, i loro simboli contro gli altri. I nemici. Gli “altri”. Non solo quelli dell’altra parte politica.
Dell’altra parte. Ma “gli altri”, in generale. Gli stranieri, i nomadi. Gli ebrei. I deboli. Hanno in spregio le persone “comuni”. A cui la violenza non piace. Quelli che la sera, in città , tirano tardi con gli amici. E passeggiano in centro città . Immaginando che possa ancora essere una città . Luogo dove, appunto, passeggi con gli amici. Fumi la sigaretta. Chiacchieri. Luogo di relazioni, insomma. Rete di comunità . Non un agguato politico. Ma un’aggressione “per caso”. Chissà : gli aggrediti potevano essere leghisti, magari perfino fascisti. In quel momento erano solo persone comuni. Finite sulla strada di persone extra-ordinarie. Super-uomini in libera uscita.
Giovani di buona famiglia anche quelli che, a Torino, hanno costretto i vigili ripiegare. Dopo averli circondati e aggrediti, qualche sera fa. La notte prima della festa. I vigili impudenti e imprudenti. Pretendevano di multare le auto in sosta dovunque, in Piazza Vittorio Veneto. In pieno centro. Perfino lungo le rotaie del tram. Tanto la notte non circola. Pretendevano, i vigili. Di interrompere la festa infinita. La “movida”, come la chiamano adesso. La notte bianca che si celebra ogni fine settimana.
Pretendevano di ostacolare il libero accesso alle auto e ai suv che, ovviamente, sono padroni della notte. (In realtà , anche del giorno). Ovvia la rivolta di questi giovani di buona famiglia contro tanta sfacciata arroganza. Così, a centinaia, hanno costretto i vigili a fuggire. Non senza aver inferto loro qualche colpo, qualche botta. Così, a futura memoria. Certo, in questo caso non li hanno massacrati. Non erano neonazi e neofasci. Solo ragazzi normali, di “buona famiglia”. Si sono limitati ad affermare la legge del controllo sul territorio. Filmando la scena, regolarmente diffusa su “You tube”. A scopo esemplare.
Questi “figli di” buona famiglia, tecnologicamente attrezzati ed esperti. Per fortuna: sono nati in tempi molto diversi e lontani da quel maledetto 1968, di cui si celebrano i nefasti, a quarant’anni di distanza. L’eredità di illusioni mancate e di violenze mantenute.
Questi giovani di buona famiglia, invece, non guardano lontano. Non cercano figure e utopie di altri mondi. Il comunismo, Mao, Che Guevara… Semmai - alcuni di essi - guardano più indietro. Riscrivono storie da cui isolano ciò che interessa loro. Il mito della forza. Il seme della violenza. Che coltivano, quotidianamente, esercitando l’odio contro gli altri. Poveracci, accattoni, zingari e stranieri. Clandestini e non.
Perché non conta distinguere, ma categorizzare e colpire “l’altro”. Lo stesso che fa paura alla gente comune. Quella che mai si sognerebbe di bruciare un campo nomadi, tantomeno di ammazzare di botte un ragazzo perché non ti dà una sigaretta. Potrebbe essere loro figlio, l’aggredito. E gli aggressori potrebbero essere loro figli.
Giovani di buona famiglia. Quelli abituati a sfogarsi il sabato sera, in discoteca, o nei bar del centro. Nelle piazze e nelle strade. Molti bicchieri e qualche pasticca per tenersi su di giri. Per ammazzare il tempo insieme alla noia. E l’angoscia che ti prende, in questa vita normale, in questa società normale, in questa città normale. Dove i divieti sono comunisti e le regole imposizioni inaccettabili. Dove dirsi “buoni” è un’ammissione di colpa. E la debolezza un vizio da punire.
Giovani di buona famiglia. Genitori che deprecano questa società senza autorità , senza divieti e senza punizioni. E poi si indignano: di fronte ai divieti e alle punizioni. Alle autorità autoritarie. Quando colpiscono loro e i loro figli. Sempre gli ultimi a sapere. Cadono dalle nuvole, se scoprono cosa combinano, quei loro figli, a cui hanno dato tutto. Senza chiedere nulla. Senza sapere nulla di loro.
Questi genitori di buona famiglia. Ce l’hanno contro questa scuola senza voti. Contro i professori che non si fanno rispettare. Contro i maestri che non sanno comandare. Non sanno punire. Questi genitori. Non capiscono e non accettano: i professori che impongono rispetto, comandano e puniscono. E magari bocciano. I loro figli.
Giovani di buona famiglia. Figli di buona famiglia. Figli di.
Nel corso della trasmissione Fahrenheit del 5 maggio 2008, Paolo Berizzi ha tracciato l’identikit degli aggressori di Verona, cioè dei naziskin di nuova generazione: persone normali, normalissime, fighetti tra i fighetti che prendono l’aperitio nei bar del centro, ma con il vizietto di giocare ogni tanto a fare i SUPER… e a riprendere con telecamere e videofonini le loro performances…
Rimanderei a questo proposito al post di ultrakorp destra archeologica o futuro nero? e a quello di milingo Un MALE di blob e i delitti (dei) SUPERNORMALI
A proposito di hi-performances: si segnala l’ultimo caso di bullismo, a Viterbo, l’iniziazione di un ragazzo fatto bruciandogli i capelli e spegnendogli mozziconi di sigaretta addosso… tutto rigorosamente filmato.
Si legge nell’articolo: .â€.. Un altro elemento agghiacciante è che gli autori dell’episodio di bullismo abbiano ripreso la scena con il telefonino e l’abbiano fatta girare tra i loro compagni di scuola.†(leggi tutto) E su internet (YouTube), ovviamente.
Sarà pure agghiacciante, ma il mondo delle hi-performance (e) dei supernormali - banalmente - è questo…
Sabato, 23 Febbraio 2008 Destra archeologica o futuro nero?
Vi invito a leggere l’articolo di Concita De Gregorio su Repubblica sulla situazione delle rappresentanze studentesche nelle scuole romane, sempre più in mano alla destra. Interesssante, in ottica actionista, la lettura delle nuove forme in cui questo predominio della destra studentesca si sta manifestando.
A Roma i “camerati” sfondano nelle elezioni nei licei e nelle universitÃ
Al Nord si alleano con gli ultras da stadio e i reduci dell’estremismo anni ‘70
Il cuore nero dei giovani d’Italia
Viaggio alla scoperta dell’ultradestra
Tra nuovi slogan e vecchi ideali, identikit del “balilla” del 2008
di CONCITA DE GREGORIO
Da la Repubblica.it - 23 febbraio 2008
ROMA - I balilla che governano la “Cosa nera”, parlamento delle scuole romane, non si riconoscono dalla divisa: non ce l’hanno. Nemmeno quella diffusa sui giornali da foto d’archivio: ray-ban a goccia specchiati e bomber di pelle, capelli cortissimi. Non si usa più: sono i più grandi semmai a bardarsi ancora così, gli ultra ventenni e Cesare Previti quando si veste da giovane, la domenica mattina. I ragazzini di 15-17 anni eletti in liste di destra che gestiscono gli 80mila euro della Consulta provinciale studentesca insieme alla gloria di aver defenestrato la sinistra da sempre al potere sono indistinguibili da migliaia di loro simili.
Andrea Moi, 17, presidente della Consulta, è un adolescente con la voce ancora sottile, secondo di tre figli cresciuto in mezzo a due sorelle, vive a Roma Sud - Colli Albani - e va a scuola al Terzo istituto d’arte, fermata della Metro Giulio Agricola. Milita in Azione giovani da quando aveva 13 anni, è in consulta da quando ne aveva 14. Dice che “un tempo a scuola in assemblea si parlava solo di temi difficili e lontani dagli interessi dei ragazzi tipo l’Europa, gli anni Settanta. Ora finalmente di discute di cose che interessano a loro: il caro cd, il caro libri”. Va così e attenzione a sottovalutare o liquidare con spallucce la portata dell’onda.
Le battaglie sono per utilizzare l’aula di informatica, mettere i pannelli solari sul tetto, fare più ore di educazione fisica e più gite “a contatto con la natura”, possibilmente senza telefonino perché “lo spirito se ne giova”. Per avere libri di testo non obbligatori, insomma non studiare la storia solo sul Villari, ma almeno affiancarlo, dice Moi, a “un libro che mi dica che la Rivoluzione francese è stata anche una carneficina e che non liquidi in tre righe la rivolta di Vandea”.
A Roma otto anni fa gli studenti di destra eletti nel Parlamento dei ragazzi erano 20 su 400. Oggi sono la maggioranza assoluta, più di 200. Decuplicati. Marco Perissa, 25 anni, responsabile scuola per Roma di An: c’era allora e c’è adesso. Nel ‘99 era uno dei consiglieri della Consulta, “facemmo il libro bianco sull’edilizia scolastica”. Dice: “Ha vinto la destra perché ha perso la sinistra. Ci siamo inseriti nell’antipolitica e abbiamo rubato voti alla sinistra ideologica. Le abbiamo opposto una destra pragmatica: non tutti gli studenti che ci votano sono di destra, anzi. Ci votano perché facciamo le cose. Perché gli anni Settanta sono lontani e non si può restare lì, perché pensiamo all’oggi”.
Dunque vediamo, oggi. Oggi al Tufello, periferia romana, c’è qualche centinaio di studenti di sinistra che sfila in mezzo ad una impressionante saracinesca di polizia: ricordano Valerio Verbano, studente dell’Archimede ucciso dai fascisti nell’80, sua madre apre il corteo. Esprimono solidarietà a Simone, ex studente dell’Aristofane di Vigne Nuove picchiato qualche giorno fa da una spedizione punitiva del Blocco studentesco, falange scolastica della Fiamma.
Il Blocco - sede principale a Casa Pound, centro sociale di destra - ha conquistato quest’anno 55 rappresentanti alla Consulta. Uno di loro è Giorgio Evangelisti, 17 anni, studente del Convitto nazionale fin da quando era in terza elementare. Il Convitto è la scuola della classe dirigente, fama di rigore estremo. Giorgio dice che “è l’ora di finirla con questa storia che siamo violenti e razzisti. Al corteo per le foibe c’erano quattro ragazzi di colore, uno di loro è attivista nella sezione di Roma Nord. Picchiare ci si picchia, ogni tanto, succede da sempre. Però quando noi abbiamo fatto volantinaggio davanti al Tasso due mesi fa sono venuti a menarci con caschi e bastoni, una cosa organizzata, non dico bugie, e non ne ha parlato nessuno. Fa notizia, la violenza, solo quando fa comodo a sinistra”. Non è proprio così, questa è una versione di Giorgio, parte in causa.
Dice anche che è una bugia che la destra cresca solo in periferia e la sinistra mantenga le roccaforti del centro storico. Vediamo la mappa delle scuole, come è cambiata. Fortino del Blocco è il Farnesina, scientifico di Vigna Clara: è lì che è cominciata la prima occupazione della Destra “perché non se ne poteva più di far lezione nei container, ci pioveva dentro”. Due del Blocco sono eletti al liceo classico Visconti, piazza del Collegio romano, la sede del processo a Galilei. Al Righi, lo scientifico più rinomato della città , il rappresentante di istituto è di Azione studentesca, braccio nella scuola di Azione giovani. Il Giulio Cesare, un tempo classico di destra, ha oggi un esponente di sinistra e uno cattolico. Restano “rossi” il Mamiani, il Virgilio, il Tasso.
La destra va fortissimo allo scientifico dei Parioli, l’Azzarita, dove il Blocco raccoglie firme per far intitolare l’aula magna a Nanni De Angelis. “Sa chi è? - domanda Evangelisti - un ragazzo degli anni Settanta”. Due consiglieri di destra sono stati eletti al classico Nomentano, uno allo scientifico Benedetto da Norcia, due al tecnico Armellini di San Paolo fuori le mura. Non si parla solo di Ostia, dunque. Andrea Moi cita il coraggio del giovane eletto con As al Machiavelli di via dè Volsci, quartiere San Lorenzo, roccaforte storica della sinistra radicale, Radio popolare e controcultura militante. “Però non lo nomini per favore perché magari a scuola non lo sanno che è di destra”. Ecco, magari non lo sanno.
La novità è che il 65 per cento degli studenti romani ha votato a destra ma magari, una parte almeno, non lo sa. Azione studentesca ha uno slogan che dice “Contro lezioni tristi e grigi professori, per una scuola capace di divertire e unire”: un programma capace di raccogliere l’unanimità dei consensi. Quando il Blocco chiede “più ore di ginnastica” non lo fa esponendo un manifesto di prestanza fisica neomussoliniana, sui manifesti delle elezioni scolastiche ci sono gli eroi del film western e Bart Simpson quello dei cartoni animati, e poi fare più ginnastica vuol sempre dire fare meno greco e estimo. Per arrivare allo scacco del due a uno (la Cosa nera vede 15 consiglieri alla destra, 10 alla sinistra) le due liste romane di destra, fra i quattordicenni, hanno fatto “propaganda sulle cose”.
Aule più belle, libri e cd meno cari, più ginnastica e più gite. L’anticomunismo un sottile sottofondo, scenario per ora marginale. Intanto stare meglio, divertirsi di più. Poi è alle manifestazioni politiche che tornano fuori i simboli, le croci runiche e le aquile. Arrivano i venti e anche trentenni, lì. Sono loro che menano la danza. L’8 febbraio era previsto un convegno della Consulta al teatro Brancaccio. Tema: “Istria, Slovenia, Dalmazia: anche le pietre parlano italiano”. Dopo tanti convegni sulla Resistenza, dicono i balilla, ora che il vento è cambiato finalmente uno sulle foibe.
Perissa, il responsabile scuola: “Purtroppo 15 attivisti del collettivo del Virgilio hanno tirato un fumogeno nel teatro, Costanzo ha ritirato la disponibilità della sala, duemila studenti pacifici sono rimasti per strada. La riprova questo che non è un paese libero”. Le cronache di quel giorno raccontano una storia diversa. Scontri violenti in via Nomentana fra adulti neofascisti e studenti delle scuole del centro. Nel blog di Casa Pound però c’è scritto che non bisogna leggerli i giornali. La verità è nella “forza dell’azione”. La rivoluzione è la nostra: “Sveglia bastardi, la ricreazione è finita”. Marx, ha stancato: “Dopo Marx, aprile”. Una nuova primavera invisibile, per alcuni inconsapevole. Ma si sa che la coscienza politica si forgia con costanza: a tredici anni voti per la gita in Abruzzo, a sedici per i computer nuovi in aula d’informatica. Le foibe dopo, c’è tempo.
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