Action30, due ragioni per ®esistere
Napoli 25 aprile 2008.
Veliero Tortuga - Molo Luise Mergellina.
Festa per il 10° anniversario di Napoli Comicon.
Incrocio Filippo Scòzzari che mi fa: «Oggi alla presentazione di Action30 volevo chiedere… sai, è di moda in questo momento, ma qual è il vostro “programma�».
Con l’amabile perfidia che lo contraddistingue, Scòzz ha lasciato cadere un manciata di sale sulla ferita. D’accordo, si capisce che il vostro progetto ha un profilo politico, ma il problema è che questo profilo… non si capisce!
Intercettato mentre scendevo in coperta per andare a pisciare, ho risposto al volo: «L’unico programma che di sicuro non abbiamo è quello di “dare delle risposteâ€â€¦Â». Solo ora scopro che questa frase, presa alla lettera, potrebbe suonare leggermente liquidatoria nei confronti del mio interlocutore. Della serie «togliti di mezzo che mi scappa!».
Lungi da me. Comunque la risposta è stata sbrigativa, insoddisfacente e adesso vorrei riparare. Anche perché il mini tour performativo di Action30, che dopo Bologna e Napoli prevede un ultimo appuntamento a Roma (1 giugno 2008), richiede un’analisi, una discussione e una nuova messa a punto del nostro famigerato “profiloâ€.
È vero, ho tagliato corto con Scòzz, per questioni di forza maggiore (la festa più che la pisciata). Ma ciò che ho detto non era semplice boutade o boutanade… Anzi, è in “estrema†sintesi ciò che mi sentirei di dire anche adesso.
1) Perché l’interpretazione manageriale della democrazia – di cui la “sinistra†è vittima complice – ingiunge di dare risposte prima che sorgano le domande, di proporre soluzioni prima che si presentino i problemi. Rispetto a questa tendenza (che per es. porta qualcuno come Cofferati, il mattino dopo la catastrofe elettorale, ad affermare che “l’unica soluzione è fondare un Partito Democratico Padanoâ€), si può opporre solo un’altra interpretazione della democrazia, che in questo caso mi azzarderei a definire filosofica (se per filosofia intendiamo appunto l’irruzione di una domanda, di un problema). Secondo questa interpretazione filosofica, la democrazia da un lato designa lo spazio costantemente aperto al sorgere di domande radicali, dall’altro è il mettersi alla prova di tali domande attraverso la discussione, il dibattito, il conflitto.
Le domande politiche radicali possono essere ricondotte, nella loro forma generale, a questa domanda suggerita da Michel Foucault: come siamo governati, e a quale prezzo, nelle nostre società ? La democrazia che s’interroga su come gli uomini sono governati e a quale prezzo si contrappone, dunque, puntualmente alla democrazia che si fonda invece sull’imperativo di governare gli uomini costi quel che costi, risolvendo tutti i problemi ed evitando di porsi troppe domande.
Quest’ultimo modello di democrazia scivola facilmente in un fascismo di tipo manageriale o governamentale. A partire dal tabù del conflitto, vengono infatti dissolte tutte le possibilità concrete di dibattito: a che serve discutere se si tratta solo di trovare la risposta più rapida ed efficace? Boia chi pone domande! Guai a chi ci fa perdere tempo con interminabili discussioni! La democrazia fascistoide non solo non vede di buon occhio la possibilità di una democrazia fondata su una certa radicalità etica e politica, ma fa di tutto per ignorarne l’esistenza, come se si trattasse di uno scherzo, di una barzelletta…
In realtà , oggi la vera partita – non solo politica, ma culturale in senso più ampio – si gioca probabilmente tra queste due diverse interpretazioni della democrazia.
2) Rispondere con un “preferirei non rispondere†potrebbe essere, allora, il primo gesto di dissidenza nei confronti di un’interpretazione fascistoide della democrazia. Il primo gesto è sempre un po’ impulsivo. È girare le spalle e mettersi in cammino. È dire, come si dice nell’Antiedipo: «Non sono dei vostri, sono eternamente della razza inferiore, sono una bestia, un negro». Cioè non sono uno che offre soluzioni, uno che dà risposte, sono uno che pone eternamente domande, uno che si presenta con sempre nuovi problemi.
Certo, siamo avvolti in una nebbia imperiale, ma che fare? Come avanzare nella nebbia? Forse l’avanguardia è proprio questo, in prima istanza, un impulsivo avanzare nella nebbia. Ma ci sono almeno due modi di avanzare, cioè d’interpretare la posizione d’avanguardia. Ci sono le avanguardie brillanti, che fendono la nebbia con la luce delle idee, e sono quelle che conosciamo meglio. Ma ci sono anche le avanguardie opache, che nella nebbia spingono massi, che portano avanti corpi, grovigli di carne, cancri, domande, problemi. E se tutte le avanguardie fossero in realtà un mix di opacità e di brillantezza?
Personalmente mi sono fatto l’idea che tenere una posizione d’avanguardia significhi assumersi la responsabilità di politicizzare la forma di vita delle classe dirigenti, portando il dissidio lì dove regnano la connivenza e l’omertà . Avanguardia significa: che da oggi per le classi dirigenti non sia più possibile vivere in pace. Un taglio nel corpo mafioso delle classi dirigenti (perciò il duello tra Breton e Bataille ha per Action30 il valore di un trauma politico da ripetere all’infinito: il dissidio nelle avanguardie in quanto chance di una politicizzazione più generale delle classi dirigenti).
Perché se non ci sono classi dirigenti che cominciano a dire «no, non sono dei vostri, sono eternamente della razza inferiore, sono una bestia, un negro», se non ci sono manager che invece di preoccuparsi di gestire gli uomini cominciano a porsi il problema di come gli uomini sono gestiti e a quale prezzo, ebbene, senza classi dirigenti che “vanno all’aceto†sarà difficile realizzare, non dico la rivoluzione, ma quanto meno dei processi di trasformazione radicale dell’esistente.
Se avanguardia significa prendersi la responsabilità storica di politicizzare il campo delle classi dirigenti, lo spazio proprio delle avanguardie si apre a sua volta al dissidio tra diverse interpretazioni della posizione d’avanguardia. Anzi, come dicevamo a proposito del duello Bataille-Breton, è probabile che proprio questo dissidio liberi la forza etico-politica necessaria per politicizzare lo spazio delle classi dirigenti. Che cosa accadrebbe infatti se scoprissimo che ci sono diversi modi di stare all’avanguardia? Avremmo portato la guerra all’interno della forma di vita delle avanguardie.
Quindi, così come esistono due modi diversi d’interpretare la democrazia, allo stesso modo potrebbero esistere due modi diversi d’interpretare la posizione d’avanguardia. Il primo potremmo definirlo d’elite: sono le avanguardie brillanti che avanzano con la punta di cristallo delle idee chiare e distinte, con la trasparenza assoluta delle teorie. Per principio, solo pochi eletti sono depositari di questa lucida visione, così come solo un manipolo di profeti è depositario dell’annuncio del Messia. Di conseguenza spetta a questi pochi il compito di guidare gli uomini verso il regno a venire, e ciò significa che le avanguardie brillanti sono in fondo delle avanguardie pastorali o manageriali (in altri termini, classi dirigenti di ricambio). Il secondo modo d’interpretare la posizione d’avanguardia potremmo invece definirlo pop: sono le avanguardie opache che avanzano con lo sperone delle domande, dei grovigli di problemi, del pensiero che ama nascondersi e che insegue le scintille nel buio. A differenza delle prime, queste avanguardie sono disposte a destituirsi dalla posizione elitaria di chi sa e perciò guida gli altri, nel momento stesso in cui sono attente a cogliere l’irruzione dei corpi e degli appelli della gente che prova a uscire dall’inferno ponendo il problema di come siamo governati e a quale prezzo. Le avanguardie opache sono pezzi di classe dirigente in perdita che cercano di costruire concatenazioni etiche e politiche con i saperi minori, squalificati, sotterranei, infami della gente. Cioè con le forme storiche attraverso le quali le domande e i problemi fanno irruzione nel presente.Â
Per quello che può servire, si noti la (strana?) corrispondenza tra le avanguardie brillanti e l’interpretazione manageriale o fascistoide della democrazia, e tra le avanguardie opache e l’interpretazione filosofica o radicale della democrazia…
Va bene, forse sono riuscito a sviluppare un po’ l’ultrasintetica risposta data a Monsieur Scòzz sul “programma†di Action30: soprattutto non dare risposte. Ma siamo sempre nell’ambito delle riposte al negativo (in senso fotografico). Visto che ci siamo, proviamo a tirar fuori anche il positivo (un po’ abbiamo già cominciato a farlo).
Action30 si dà essenzialmente due compiti, due ragioni per esistere o meglio per resistere:
1) Le società di normalizzazione o di sicurezza
Pensare in senso politico significa, in fondo, avere un certo punto di vista sul sociale. Schematizzando potremmo distinguere due grandi famiglie di punti di vista sul sociale: una prospettiva dall’alto e una dal basso.
La prima, che potremmo ricondurre alle tradizioni del pensiero liberale e di quello marxista, vede il sociale come il prodotto di certe filosofie politiche o di determinate strutture economiche. La seconda invece, che potremmo ricondurre alle analisi di Michel Foucault, s’immerge nella realtà sociale per vedere come la società stessa si costituisca attraverso una complessa rete di relazioni di potere, i cui snodi sono i nessi tra i meccanismi concreti di potere e le diverse forme di sapere.
Adottare una prospettiva dal basso sul sociale significa sforzarsi di analizzare, al tempo stesso, la microfisica del potere e la razionalità generale in cui questa microfisica s’inscrive, la sua “animaâ€, se vogliamo, che alla fine Foucault riconduce alla domanda: “come governare gli uomini nel modo più razionale ed efficace, cioè più normalizzante e sicuro?â€. Â
Sviluppando le sue analisi storiche, Foucault introduce una distinzione fondamentale per caratterizzare l’ingresso nell’età moderna. Dal punto di vista sociale, la modernità si definisce come il passaggio dalle società di legge alle società di normalizzazione o di sicurezza. Allora,
diciamo così: a) non si tratta di abolire le prospettive dall’alto per assolutizzare una prospettiva dal basso; si tratta semmai di giungere a una nuova articolazione o a una nuova alleanza tra queste due grandi famiglie di punti di vista sul sociale, cercando di “livellare†il piano di questa possibile articolazione o alleanza (infatti, sono proprio le prospettive dall’alto a gerarchizzare il punto di vista sul sociale, creando tutta una serie di contraccolpi di carattere politico: se ci sono delle “ragioni†sociali più importanti di altre, ci saranno anche delle “lotte†sociali più importanti di altre); b) detto questo, qualcuno dovrà pure farsi carico di prendere sul serio questo punto di vista sulla società di normalizzazione o di sicurezza, e prendere sul serio significa tirarne tutte le conseguenze, non solo sul piano dell’analisi ma anche su quello dell’azione politica e culturale.
Se accanto e insieme alla società del nuovo capitalismo e del nuovo liberalismo c’è la società delle nuove strategie di normalizzazione e di sicurezza, allora bisognerà analizzare e affrontare anche quest’ultima realtà sociale con modalità e strumenti “specificiâ€. Action30 cerca di dare un contributo all’analisi della nuova società di normalizzazione o di sicurezza e, in tale contesto, all’elaborazione e sperimentazione di nuove pratiche di lotta, di resistenza, di soggettivazione più autonoma e creativa, di libertà . Infatti, è proprio a livello dell’attuale società di normalizzazione e di sicurezza che sono osservabili le nuove forme di razzismo e di fascismo con cui Action30 prova a fare i conti.Â
Action30 come osservatorio militante – cioè performativo in senso lato – sulle nuove forme di razzismo e di fascismo. La nozione di “supernormalità †è la prima lente, il primo zoom costruito dal collettivo A30 per focalizzare queste nuove forme di razzismo e di fascismo.
Come si dice nella recensione apparsa sul quotidiano “il manifestoâ€: «Il problema non è solo il fascismo storico di Hitler e Mussolini – che ha saputo così bene mobilitare e utilizzare il desiderio delle masse – ma anche il fascismo che orienta la nostra condotta quotidiana. Come rimuovere il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento? Come fare per non diventare fascisti anche quando (soprattutto quando) si crede di essere dei militanti rivoluzionari? L’ipotesi di partenza è, da un lato che stiamo vivendo una riedizione degli anni 30 del XX secolo, dall’altro che bisogna dichiarare guerra ai micro-fascismi che costituiscono l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane ecc. ecc.» (vedi: www.action30.it/blog/?page_id=489 ).
A partire guarda caso dalla seconda metà degli anni Settanta, sono molti coloro che hanno espresso l’esigenza di cogliere la faccia più innovativa del razzismo e del fascismo. Da Pasolini, Deleuze e Foucault per arrivare più di recente a James G. Ballard e a Guillermo del Toro, si tratta soprattutto di mettersi nella condizione di riuscire a percepire il razzismo e il fascismo attraverso la modernizzazione che li ha radicalmente trasformati.
Prendiamo per es. questo significativo passaggio di Deleuze (1977): «Le vieux fascisme si actuel et puissant qu’il soit dans beaucoup de pays, n’est pas le nouveau problème actuel. On nous prépare d’autres fascismes. Tout un néo-fascisme s’installe par rapport auquel l’ancien fascisme fait figure de folklore […]. Au lieu d’être une politique et une économie de guerre, le néo-fascisme est une entente mondiale pour la sécurité, pour la gestion d’une « paix » non moins terrible, avec organisation concertée de toutes les petites peurs, de toutes les petites angoisses qui font de nous autant de microfascistes, chargés d’étouffer chaque chose, chaque visage, chaque parole un peu forte, dans sa rue, son quartier, sa salle de cinéma».
Il razzismo e il fascismo dei supernormali è soprattutto un problema di anima: interiorizzazione degli ideali – al tempo stesso biologici ed economici – della normalità e della sicurezza. Le vecchie divise altisonanti e posticce lasciano il posto alle polveri fini che impregnano il sé facendosi respiro dell’anima. Con una battuta si potrebbe dire che siamo passati dalla psicologia del fascismo al fascismo psicologico: le piccole paure di cui parla Deleuze, i piccoli angeli della normalità e della sicurezza, capaci d’infinita cattiveria nei confronti di tutte le miserie della vita quotidiana…
I supernormali, ovvero come la normalità viene sublimata, trasfigurata, superiorizzata; come diventa seducente intensificando se stessa in quanto “potere†di normalizzazione (vedi appendice: Tre esempi per capire che cosa significa “supernormaleâ€). Ma – come diciamo nella performance-dibattito – «dove c’è una normalità che prova ad imporre il suo super-potere, lì c’è una donna o un uomo talpa che prova a uscire dall’inferno, cioè a qualificarsi in senso etico e politico».Â
Foucault ha mostrato che il problema, in fondo, è proprio questo: ogni normalità è sempre una super-normalità , una sublimazione e un’intensificazione della normalità ; perciò nella normalità c’è sempre un certo eccesso di potere e, quindi, la possibilità di un fascismo, ma anche di una resistenza…
Ma allora perché non scrivere un saggio in bella forma riprendendo quanto Foucault ha detto prima e meglio di noi? Bonne question!
Per quanto mi riguarda rispondo: se ci fossimo limitati a fare questo non avremmo mai costruito una fenomenologia della supernormalità che, in quanto dispositivo che ci aiuta a percepire le nuove forme di razzismo e di fascismo, è già uno strumento di lotta, uno rostro opaco per avanzare nella nebbia con l’orecchio attento alle domande delle donne e degli uomini talpa…Â
2) La forma accademica
Percorrere in lungo e in largo le società di normalizzazione con un orecchio all’insurrezione delle donne e degli uomini talpa. Questo il primo compito, lavoro da segugi pronti a saltare sui crateri delle eruzioni terrestri. Il secondo compito è invece quello di tenere d’occhio le classi dirigenti, che com’è noto se ne stanno sospese a mezz’aria. Sembra l’occupazione più nobile, in realtà è il lavoro più ingrato. Infatti nessuno lo vuol fare.
Se sei dentro non lo fai perché equivale a un suicidio, e tu ci tieni a far carriera, non a rimetterci un orecchio o un dito. Se invece non fai parte dell’establishment (per scelta, necessità o entrambe le cose) allora scappi e magari trovi la felicità altrove. Il problema è che quando i topi scappano, non è che la nave affonda o si trasforma in un covo di fantasmi. Questa è la favola. I topolini si rifanno una vita sulle loro liete isolette, più o meno virtuali e più o meno periferiche, ma la barca delle classi dirigenti continua a navigare indisturbata, a gonfie vele, nel bel mezzo dell’universo. E se credi solo all’immanenza dei rapporti di forza e delle relazioni di potere – cioè credi poco, il meno possibile – questo è un cazzo di problema, perché le classi dirigenti sono tali nella misura in cui gestiscono gli squilibri e gli eccessi di potere (nella misura in cui governano gli uomini sulla base di tali squilibri ed eccessi).
Fuor di metafora: non basta mettersi la coscienza a posto dicendo che noi siamo gli indiani e siamo i buoni, mentre tutti gli altri sono i bianchi cattivi imperialisti, reazionari, fascisti ecc. Di anime belle è pieno il mondo, che stanno lì a guardare in attesa che le classi dirigenti facciano le loro cagate per dire subito dopo “ecco, sono veramente delle merde†(proprio come le classi dirigenti aspettano impazienti che gli indiani facciano le loro cagate per avere l’ennesima conferma che sono solo spazzatura, bestie, delinquenti, terroristi ecc.).
Non basta dunque evadere dal contesto “accademico†in cui le classi dirigenti di formano e si riproducono. Per la semplice ragione che le classi dirigenti continueranno a formarsi e a riprodursi indisturbate, unite nel credo mafioso che l’importante è governare gli uomini mantenendoli in uno stato di soggezione, di dipendenza, di degrado etico e politico.
Action30 continua invece a rientrare di giorno nel fortino accademico che ha abbandonato di notte (Dr Jekyll e Mr Hyde): per rompere l’incantesimo della neutralità scientifico-accademica nel quale le classi dirigenti si cullano; per politicizzare lo spazio neutro in cui nascono e si sviluppano; per portare la guerra nella loro forma di vita mafiosa; per inquinare le fonti di formazione e di riproduzione delle classi dirigenti; per provare a staccare pezzi di classe dirigente che magari un giorno potranno spendere il loro potere esorbitante, non per mantenere lo status quo ma per creare concatenazioni insurrezionali con le donne e gli uomini talpa. L’aceto si fa con l’aceto e Action30 è aceto per il vino accademico.
Lo strano caso del Dr Jekyll e di Mr Hyde. È il grande modello etico-strategico di Action30. Un modo per non diventare anime belle, cioè dissociate. Esistenze che di fatto praticano (attivamente o passivamente, gioiosamente o tristemente) una solo una forma di vita – quella accademica – e poi si redimono attraverso un qualsiasi discorso di purezza. Peccatori che strisciano in chiesa per chiedere perdono. Icari castrati, supereroi con superproblemi… Puah! Invece uno dei primi esercizi dell’introduzione a una vita militante (non fascista) è: non dissociarsi. Ossia, l’importante è “praticare†entrambe le forme di vita, quella diurna e quella notturna. Quando il Dr Jekyll si ritrova al mattino nel suo accademico laboratorio, il suo corpo porta ancora ben visibili le tracce delle informi scorribande notturne di Mr Hyde. Così si fa l’aceto dal nettare delle classi dirigenti…
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Detto in altri termini e per concludere.
A) Le classi dirigenti pensano, è la loro funzione. Pensare. Pensare prima, al posto e al di sopra degli altri – le classi dirigenti sono sempre l’avanguardia reale (così come si parla di socialismo reale). Se io diserto completamente il pensiero, per starmene felice nella mia riserva indiana trasfigurata da paradiso rivoluzionario buono, giusto e gaudente, state pur certi che le classi dirigenti continueranno a pensare al posto mio, prima di me, sopra di me. È il loro lavoro, la loro ragion d’essere. Action30 prova a non disertare il pensiero, cioè non abbandona a se stessa la nave accademica… Perché quando i topi abbandonano la nave, le classi dirigenti ballano!
B) Inoltre è ingenuo far coincidere l’accademico con le quattro o cinque mura della scuola -università - master - formazioni permanenti varie (così come dovremmo ormai sapere che il manicomio non coincide con le quattro mura del manicomio). Il manicomio ha un’anima, l’accademico pure. L’accademico è una forma di vita, un modo di essere e di condursi, uno stato d’animo, una disposizione, un’attitudine. Si può essere accademici nei posti meno accademici. Ci può essere un modo di essere accademici nelle riserve più indiane di tutte le comunità indiane. Basta non fuoriuscire dal format. Il format è il grado zero dell’accademico. Fai un passo e sei già all’interno di una cornice, cioè dentro un’organizzazione di ciò che sta dentro e di ciò che cade fuori. Dentro il gioco dell’ortodossia e dell’eresia. Ci può essere un format riserva indiana che prescrive di non evadere dal format riserva indiana, pena la scomunica. Ci può essere un modo molto accademico – cioè pensato, calcolato – di invitare cortesemente la gente a non pensare, perché qui non si pensa, prego accomodarsi all’uscita. Avete mai provato a mettere ordine in un posto che DEVE essere disordinato? Vi fate massacrare, proprio come quando mettete disordine in un posto dove invece deve regnare l’ordine.
Action30 non diserta il pensiero. Al tempo stesso, però, prova ogni volta a pensare nel fuori-format. Che non è il fuori assoluto, lo spazio selvaggio. Non ci crede più nessuno (si spera). Il fuori-format sono i mille interstizi della forma accademica. È in questo sistema di cunicoli – la Tana di Kafka –che Action30 prova ad annidare-snidare un pensiero. Un pensiero fuori fuoco, un pensiero opaco, un pensiero corpo resistente e combattente. Il pensiero che si rintana negli intestini della forma accademica. Il pensiero selvatico. Il pensiero donna e uomo talpa. Il pensiero che d’un tratto viene fuori e dice: “Non sono solo spazzatura, per questo con la mia spazzatura io ti sfido!â€. Il pensiero escremento lanciato in segno di sfida. Il pensiero spazzatura che profana e sfigura l’accademica sovranità del pensiero. Graphic Essays, Performance-dibattito, Formless Audiovideo. Certo, la vena creativa di Action30 può essere sviluppata e approfondita in tutte le direzioni. Resta il fatto che questa creatività ha una radice politica: lanciare la sfida del pensiero.
Ricordo solo che il primo testo di Georges Bataille su “Documents†fu Il cavallo accademico: gli informi cavalli dell’iconografia gallica vs la forma accademica del cavallo.
Ricordo che “Documents†nacque come una raffinata rivista colta, cioè accademica.
Ricordo che Bataille – da uomo colto ossia accademico quale era – ebbe l’incarico di dirigere questa rivista.
Dunque il suo primo atto fu un gesto di studiato vandalismo.
In principio: deturpare la forma accademica.
Lettura consigliata +++++
Appendice
Tre esempi per capire che cosa significa “ supernormale†(ovvero: come la normalità diventa seducente… )
Dr House, il medico performante
- Super perché è un medico eccezionale che indovina le diagnosi, salva la vita dei pazienti ecc.
- Normal perché è una persona comune con i suoi handicap, i suoi problemi, le sue sofferenze, le sue nevrosi.
Il Dr House è supernormale nello stesso modo in cui lo sono i supereroi con superproblemi della Marvel . L’essere portatori di un handicap, di una problematicità fisica o psichica è ciò che li rende più vicini alla gente comune; è ciò che li rende accattivanti per le persone comuni che possono riconoscersi agevolmente in loro (vedi per es. l’apprezzamento dei portatori di handicap per i supereroi “diversabili†della Marvel). La normalità di questi supereroi è l’esca che consente di abboccare alla mitologia della supernormalità .Â
Kakà , lo sportivo modello (“Esco poco, sto lontano dalle donne e vinco sempre”)
- Super perché è un calciatore eccezionale (“vinco sempreâ€) .
- Normal perché è una persona comune, un bravo ragazzo, tutto casa e chiesa (“esco poco, sto lontano dalle donneâ€).
I grandi sportivi modello come Kakà intensificano la normalità nel senso della “brillantezza†(brillantezza della performance sportiva, brillantezza dell’icona del grande sportivo, brillantezza della sua vita lussuosa e privilegiata…). Sono lo splendore mitologico della normalità .
SUV, l’automobile status-symbol
- Super perché sono auto sovradimensionate, che sommano le qualità dei fuoristrada a quelle delle berline.
- Normal perché sono pensate, acquistate e usate come delle utilitarie.
I SUV intensificano la normalità , non solo nel senso della brillantezza (tra l’altro, si noti che è difficile incrociare dei SUV sporchi o infangati, anzi, sono quasi sempre scintillanti), ma anche nel senso della “grandezzaâ€. I SUV sono uno degli status-symbol della supernormalità perché fanno apparire la normalità come in se stessa brillante e potente, massiccia, grandiosa. Perché incarnano il narcisismo dell’io normalizzato sia nel senso della sua vanità che in quello della sua voracità e ipertrofia.
In questo modo, la normalità diventa seducente.
Più la normalità  diventa desiderabile e più intensifica se stessa come “ potereâ€Â di normalizzazione.
Il rischio del nuovo fascismo sta tutto qui…
Infatti la regola capitale di una pratica di vita non fascista è:Â
«Ne pas tomber amoureux du pouvoir»
(M. Foucault, Prefazione all’edizione statunitense di G. Deleuze, F. Guattari, L’Anti-Edipo).Â
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