BLOB-FILOSOFIA, la scossa del pensiero
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Qualche tempo fa abbiamo cominciato a parlare di blob-filosofia. Strana formula che raggiunge l’altrettanto strana formula di Graphic Essays (saggistica grafica, così come si parla di romanzo grafico, di giornalismo grafico ecc., generi che non sembrano però così “strani” come il precedente: perché?). Comunque il Graphic Essays abbiamo cominciato a “farlo” (realizzando prodotti sia cartacei che audiovisivi) e la blob-filosofia pure; anzi la blob-filosofia - che circola sul nostro blog redazionale, flussi che s’incrociano senza sosta diventando trama, tessuto - è ciò che sta alla base dei nostri esperimenti di Graphic Essays.
Blob-filosofia è uno stile di ricerca (per non dire di vita) che si esprime attraverso un anti-format, un format informe, un blob appunto, che chiamiamo Graphic Essays. Per ogni contenuto una forma; contenuto e forma cadono insieme, coesitono, si coappartengono; la forma della blob-filosofia è informe come un Graphic Essays: si possono scrivere saggi in modo diverso, cioè in modo non accademico, non disciplinato, non ordinato, non pulito e , quindi, non bello? Questa domanda ne presuppone un’altra, che riguarda appunto la possibilità di una blob-filosofia: c’è un modo informe di essere “saggi”? Si può fare “filo-sofia” sbrazzandosi di quel sublime poliziotto - interiorizzato attraverso la forma(tta)zione accademica - che c’ingiunge di fare ordine / pulizia / bellezza (la “civiltà ” stessa secondo Freud) nell’universo dei saperi e dei linguaggi? La blob-filosofia è una sfida che rasenta l’esercizio spirituale.
Ma, su gentile richiesta, è forse il caso di dire qualcosa di più su questa strana coppia: blob-filosofia. Sul perché della filosofia non è forse il caso di dilungarsi: da una parte perché basta il generico riferimento alla “ricerca” e alla “saggezza”, dall’altro perché, per dire qualcosa di più preciso sul nostro modo d’intendere la filosofia, bisogna prima comprendere il perché del blob, il perché della forma-informe di questa ricerca e di questa saggezza.
Dunque, perché blob? La prima ragione è quella più diretta: Blob è il nome di una trasmissione televisiva di Rai3, a suo modo di successo, che prende a sual volta il nome da un film horror del 1958, Blob - Fluido mortale (storia di una creatura informe giunta sulla terra con un meteorite ecc. ecc.).

Personalmente, come utente televisivo, sono cresciuto con questa tramissione, che non ha perso, semmai ha accresciuto l’importanza del suo ruolo nel pamorama televisivo attuale e, più ampiamente, nell’odierna società dello spettacolo. Qual è questo ruolo? Risponderei in modo secco: quello di un’esperienza cognitiva di base (a questo siamo ridotti), l’esperienza che “è ancora possibile pensare, porsi delle domande”. Blob è qualcosa come “la resistenza del pensiero, nonostante tutto”. Come funziona questa resistenza? Attraverso una strategia che si sviluppa attraverso due gesti o due movimenti simultanei: abbassamento e montaggio.
1) Blob parte da un partito preso anti-gerarchico: non ci sono contenuti di serie A, B, C ecc. ma un unico flusso orizzontale e magmatico di immagini (per es. un’immagine del Papa non ha per principio un “valore” diverso da quello del culo di una ballerina). 2) A partire da questa orizzontalizzazione del flusso televisivo - tutte le immagini confuse nel fango e nella polvere - viene operato un montaggio “creativo” che, seguendo stili e modalità diverse (shock, humor, parodia, grottesco ecc.), consente di vedere le stesse cose che abbiamo già visto e rivisto come se fossero delle “cose mai viste”. Insomma, attraverso il montaggio inabituale, inatteso o incongruo di materiali-immagini preventivamente privati di ogni “valore” statutario, Blob consente di fare una sorta di epoché: messa tra parentesi, sospensione o neutralizzazione del modo abituale di vedere il mondo che ci circonda e di dargli un senso.
Rispetto ai montaggi di Blob non si tratta di dire se siano giusti o sbagliati, veri o falsi, se trattino di cose reali o inventate. Blob non c’interpella né dal punto di vista morale né da quello gnoseologico né da quello ontologico. Blob c’interpella in primo luogo come bambini: “cazzo, c’è qualcosa che mi frulla nella testa!”. Guardando blob scopriamo ciò che, adulti e vaccinati, non pensavamo di dover ancora scoprire: “ma guarda, una domanda! nostante tutto riesco ancora a pensare…”. Bollori sulla superficie del minestrone televisivo, schegge di pensiero nel presente. Perciò bisognerebbe moltiplicare la possibilità di simili esperienze cognitive in tutte le situazioni della vita quotidiana, dove diventa ogni giorno più difficile porsi delle domande. Un mare di minestra piatta senza bollicine. Action30 prova a muovere qualche passo in questa direzione. Allarghiamo il raggio del magma che incute il pensiero.
Cela dit, Blob non è l’anno zero (frecciatina intra-televisiva). Come sappiamo, a seguire o a demonizzare l’ultima moda si rischa di diventare preistorici. Per es. fare del cellulare una rivoluzione assoluta significa disconoscere la storia del dispositivo panoptico, facendo un passo indietro rispetto alla “modernità ” delle tecnologie di potere (semmai, il cellulare - con le connesse intercettazioni - può suggerirci che il Grande Fratello non sia solo un occhio, ma anche un orecchio; cfr. Peter Szendy, Sur écoute. Esthétique de l’espionnage). Assumiamo quindi completamente il riferimento alla trasmissione televisiva, a rimarcare il fatto che la blob-filosofia è un modo di ricercare la saggezza (di porsi domande, di pensare) che si radica nel presente e che danza su ritmi pop. Tuttavia, uscendo dalle caverne tecnologiche, riconosciamo altrettanto volentieri che il presente ha una storia e che, di conseguenza, la blob-filosofia s’inscrive in una tradizione. Vorrei quindi proporre un abbozzo genealogico di questa tradizione, che lascio ovviamente aperto a tutte le riflessioni, rettifiche o integrazioni del caso. Diciamo che propongo questa genealogia in forma di blob: non solo perché, probabilmente, la tradizione della blob-filosofofia dovrebbe essere a sua volta informe, cioè magmatica, orizzontale frammentaria ed eterogenea, tutti confusi nel fango e nella polvere; ma anche perché uno dei tratti peculiari della blob-filosofia è la sua performatività (non dire ciò che bisogna fare, ma fare ciò che si dice di fare nel momento stesso in cui lo si sta facendo). Questo è certo, la blob-filosofia non esiste al di là delle performance singolari e contingenti attraverso le quali, di volta in volta, si produce.
Ecco quindi una prima performance genealogica della blob-filosofia:
1) Gli hupomnemata: sono i quaderni di appunti nei quali gli antichi greci annotavano citazioni di opere, esempi di condotta, riflessioni, ragionamenti; tali quadernetti costituivano la memoria materiale delle cose lette, ascoltate o pensate; un minestrone di cose scelte che veniva continuamente riletto e meditato e che veniva usato come una sorta di “libro di vita” o di “manuale di condotta”.
2) Facendo un salto, ritroviamo qualcosa della logica, se non del fatto stesso degli hupomnemata nel modo in cui Walter Benjamin “collezionava” le citazioni, fino a pensare l’opera capitale come un montaggio di citazioni (iperbole di una blob-filosofia che, facendosi opera, mette in perdita la possibilità di un’opera come luogo di effettuazione del Soggetto o del Medesimo). Cito, quindi, un passaggio del libro Sotto il segno di Saturno in cui Susan Sontag parla di Benjamin: “Imparare è una forma di collezionismo, come dimostrano le citazioni e i fframmenti delle letture quotidiane che Benjamin accumulava nei taccuini, per portarli sempre dietro e leggerli forte agli amici. Anche pensare era una forma di collezionismo, per lo meno nelle fasi preliminari. Registrava coscienziosamente idee vaganti, sviluppava dei minisaggi nelle lettere agli amici”.
3) Aby Warburg, in particolare il progetto intitolato Mnemosyne. Nel 1929, Warburg tenne alla Biblioteca Hertziana di Roma la conferenza su Mnemosyne (Bilderatlas Mnemosyne), progetto di un atlante illustrato dedicato alle emigrazioni e sopravvivenze delle antiche immagini di divinità nella cultura europea moderna. L’immagine dice molto, ma Warburg e il suo progetto meritano un occhio e un orecchio di riguardo.

4) A questo punto, la nostra memoria non può che andare alle due annate della rivista “Documents” diretta da Georges Bataille (cfr. “La pornografia del bene” nelle PAGINE del nostro blog). Non mi dilungo, ricordo solo che Bataille propone qui un’iconologia sacra (prima della sociologia sacra del “Collège de sociologie”, da mettere comunque nel nostro ribollente minestrone), nella quale si accumulano una serie di immagini eterogenee (in senso lato e in senso stretto: immagini eterologiche o scatologiche, cioè sacre nel senso del “tutt’altro” di R. Otto).

Ricordo infine che Didi-Huberman, nel volume intitolato La ressemblance informe, getta un ponte tra l’operazione di Warburg e quella di Bataille-Documents. Â

5) Ma il ponte è girevole e, ruotando, Didi-Huberman fa riferimento a un’altra nostra vecchia conoscenza: il pittore Francis Bacon (che, a sentire Philippe Sollers, pare che negli anni 30 leggesse “Documents”). Vi invito solo a visitare L’atelier di Francis Bacon (che camminva sul un blob di immagini eterogenee per sferzare il suo sistema nervoso):

Vi ricordo infine che Action30 nasce da un lavoro a partire da Francis Bacon, un lavoro in parte fatto (ma in realtà ancora tutto da fare), e che comunque era ed è un gigantesco blob d’immagini e di citazioni… eterogenee!
6) Infine, lo strutturalismo. Sì la struttura alla fine risultò “pesante” per gli stessi strutturalisti (che ben presto, come gli antipsichiatri, cercarono di liberarsi dalla pesante etichetta). Tuttavia, se prendiamo quel che resta dello strutturalismo, quel che va ricordato dello strutturalismo per andare oltre seguendo le famose linee di fuga, allora possiamo rileggere e meditare alcune considerazioni di Michel Foucault: 1) l’elemento comune ai cosiddetti strutturalisti fu una “critica radicale della teoria del soggetto”; 2) lo strutturalismo era in fondo l’atteggiamento di quegli studiosi che avevano assunto una postura non specialistica, una specie di partito preso “dilettantistico” e che, di conseguenza, vagavano come nomadi nei campi più diversi ed eterogenei del sapere e del linguaggio (alto e basso, qualificato e squalificato, scientifico e non scientifico, presente e passato ecc.) allenando il loro occhio e il loro orecchio a trovare “l’elemento comune”. Che cosa significa girovagare nel sapere e nel linguagggio, montare un’immagine filosofica su un’immagine storica, un’immagine letteraria su un’immagine popolare o triviale, un’immagine artistica su un’immagine etnografica ecc.? Che effetto produce questo strano nomadismo? Di certo non un accrescimento delle nostre conoscenze “disciplinari”, piuttosto un allenamento del nostro occhio e del nostro orecchio a seguire dei flussi e a cogliere delle zone di intensità  (Deleuze…). Provate a partire da Hegel, arrivare magari ai comic-books americani negli anni 50, poi ripartire dalle isteriche della Salpetrière e risalire indietro fino alla parresia dei cinici: è come prendere per mano qualcuno, se qualcuno vi segue, e infilargli la mano nella presa di corrente. Imparare come prendere la scossa.
Letto così, lo strutturalismo non è altro che… blob-filosofia! Ricordo, infatti, che l’unica “firma” del nostro primo esperimento di Graphic Essays (”La croce della normalità / L’invasione dei supernormali”) è precarity_structuralism, da leggersi ovviamente in modo circolare: 1) precarietà dello strutturalismo (lo strutturalismo è per principio precario, errabondo - quando approda è solo per gettare di nuovo gli ormeggi - creativo, nel senso che accetta il “limite” di poter camminare solo e sempre sul terreno che si è messo sotto i piedi); 2) strutturalismo della precarietà (qualcuno si sarà forse accorto che oggi i ricercatori, sempre più precari, sono strutturalmente votati alla non specializzazione e, quindi, al dilettantismo; sono quindi mine vaganti, cavi ad alta tensione pronti in qualsiasi momento a dare la scossa che incute il pensiero… Basta qualificare l’infame destino della precarietà facendone una contro-condotta, cioè un modo di vivere che sia anche un vivere ad arte).
7) Action30, scusate se è molto…
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