Giovedì, 24 Gennaio 2008

VITA QUOTIDIANA DOPO GLI EROISMI (Daniele Brolli)

VITA QUOTIDIANA DOPO GLI EROISMI
Daniele Brolli

Bruce Wayne raccolse i vecchi stivaletti azzurri da Batman nel cortile, dietro la cucina, dove la vedova aveva piantato le patate. Erano incrostati ai bordi di fango secco, rappreso nelle grinze di cuoio. Per comodità, la vedova Fordins innaffiava i tuberi gettando secchiate d’acqua dalla finestra sopra al lavandino, ma ogni tanto preferiva controllare di persona lo stato dei germogli. Evidentemente aveva usato gli stivali di Bruce nell’orto, anche se lei calzava due numeri di meno. Il vicesceriffo Glysolid diceva sempre che la Fordins era una donna capace di trovarsi a suo agio in qualsiasi clima e il fatto che fosse riuscita a dar vita a quei tuberi rinsecchiti, comperati per posta, sotto i raggi duri dell’Arizona, rivelava in lei qualcosa di più di un semplice pollice verde. In realtà la Fordins stava mentendo, e la cura spasmodica che riservava alle patate era già da sola un indizio sufficiente a generare un sospetto, anche se generico. Non si trattava di dolcissime patate del Venezuela, come diceva lei, ma di robuste dalie che avrebbero presto rivelato colori sgargianti. Dopo la morte del marito, le sembrava però che ogni frivolezza concessa alla propria coscienza fosse uno sgarbo fatto al ricordo.
Bruce conosceva il segreto delle piante della vecchia signora, perché in una delle sue notti d’insonnia, trascorse a fumare appoggiato al davanzale della finestra della camera da letto, aveva assistito a una stucchevole dimostrazione d’affetto della Fordins per le sue dilette.
Quando era rientrata al buio, rumoreggiando sulla controporta di rete metallica, lui aveva gettato il mozzicone ancora acceso nella terra smossa della coltivazione. La signora Fordins, comunque, era amorevole in tutte le sue manifestazioni. Probabilmente non le costava alcuno sforzo, perché in questo era instancabile. Aveva un buon carattere, ed era nota nel circondario per essere una cuoca sopraffina. Alla fiera della contea aveva vinto diversi nastri azzurri per i suoi sformati e le torte.
Bruce infilò sotto il braccio gli stivali, piegando in due il gambale, e li riportò in casa. S’era fatto giorno da poco e l’aria era ancora fresca grazie agli strascichi dell’escursione termica notturna. In cucina la vedova friggeva uova strapazzate e pancetta. Bruce agitò gli stivali: “Li hai presi tu?â€
La Fordins sorrise: “Suppongo di sì. Oh, sìâ€.
Bruce affrontò con passo strascicato le scale di legno che portavano alla camera da letto. Appese la vestaglia alla maniglia della porta e aprì l’armadio. Indossò la vecchia tuta grigio-viola e la maschera blu. Passò alcuni istanti immobile davanti allo specchio dell’anta. La calzamaglia si piegava con lunghi rilievi orizzontali, quasi che, da quando aveva abbandonato la sua attività di giustiziere mascherato a Gotham City, il suo corpo si fosse accorciato. La sua tempra era evidentemente sfibrata, e non solo grazie alla pozione dello Spaventapasseri (a causa della quale si era rintanato nell’anonimato più assoluto, abbandonando ogni cosa, ricchezza e notorietà; poiché la paura che vibrava in lui da allora lo spingeva solo a nascondersi), ma anche per colpa dell’età.
Si rivestì con una camicia azzurra lasciata aperta sul petto e un paio di pantaloni larghi, di tela leggera. Sul suo viso di cinquantenne era distillata un’angoscia incomprensibile, forse di provenienza artificiale. Di certo parte dei motivi del suo senso di inadeguatezza nasceva da profondità incoscienti che erano tutte sue. Scese per la colazione. “Quante volte ti ho detto di non frugare nel mio armadio? Lasciale stare le mie cose,†le disse.
“Non pensavo di far qualcosa di male,†gli servì del tè con latte, residuo dei gusti aristocratici del ricco Bruce Wayne, “non pensavo.†Sorrise. “Perché non dai un’occhiata alla porta del bagno? Oggi, quando ne hai voglia, senza fretta, vedi un po’ se riesci a mettere a posto la serratura.â€
Bruce divorò sbuffando la sua colazione con ingordigia. Gettava in bocca pezzi di cibo raschiando la forchetta con gli incisivi. Il rumore era stridente, di alluminio sfregato. La vedova, cugina di terzo grado della madre di Bruce, aveva sviluppato nei confronti dello pseudo-nipote un atteggiamento adesivo.
Bruce zuccherò a parte un po’ di latte freddo con un cucchiaio da cucina. Poi ci versò dentro una sorsata di bourbon. Ributtò la tazza di tè nella teiera. “Lo voglio caldo il latte. Caldo, te ne ricordi?â€
“Oh, certo. Me ne ricorderò domani. Certo. Vedrai.†La Fordins aveva la mania di ripetere intere frasi finché le parole non le si smorzavano in bocca, affievolendosi. “Non lo dimenticherò domani. Non ti arrabbiare… la prossima volta me ne ricorderò. Dimmelo anche tu domattina, appena ti alzi…â€
“Sì, sì.†Bruce annuì senza più molta convinzione. “So che non lo fai per dispetto.â€
“È vero, bravo. Cerca di capirmi. È la memoria, solo la memoria.â€
“La memoria è una debolezza. Meglio non averla.†Prese un fiammifero da cucina e andò a sedersi sulla sedia a dondolo. Si arrotolò una sigaretta. Il piancito scricchiolava a ogni oscillazione e i miasmi del calore crescente inducevano in lui una certa sonnolenza. Con una breve riflessione, suggestionato da una delle sue vecchie imprese, decise che i ricordi sono una macina di granito lanciata al collo di un naufrago. “Basta ripensare un momento a ciò che è stato… e si affonda. Ogni volta mi sento sprofondare nell’incubo.†Se lasciava spazio alla memoria che si esercitava in lui, diventava impossibile pensare al futuro. I fatti che ritornavano attraverso i ricordi lo costringevano a vivere un presente ossessionato dalle medesime preoccupazioni di sempre. Specialmente la notte a occhi chiusi, le tenebre diventavano lo schermo dove le sue angosce si proiettavano allo stesso modo, all’infinito.

Il vicesceriffo Glysolid era l’uomo più noto di Tombstone, Arizona: era un uomo grasso, di statura ridotta e rotondo. Si vantava di essere l’uomo più simpatico nel raggio di cento miglia e un autentico conoscitore di vini. Beveva di preferenza vino italiano che si faceva arrivare a casse. Quando sedeva a tavola non mangiava meno di tre bistecche di cavallo al sangue o quattro lingue di bufalo in salamoia. La sua notorietà comunque era dovuta per lo più all’organizzazione della sceneggiata del sabato e della domenica mattina che rievocava la storica sfida all’O.K. Corral fatta a beneficio dei turisti. Diceva di aver conosciuto personalmente John Ford e soprattutto di essergli stato d’aiuto durante le riprese di Sfida infernale, anche se lo avevano girato dalle parti della Monument Valley. Da allora aveva imparato qualche effetto speciale (per esempio come far apparire ferite sanguinanti durante le sparatorie simulate) e aveva un intero guardaroba Far West con cui abbigliava alcuni abitanti di Tombstone che apparivano in qualità di personaggi nelle scenette. Affittava abiti caratteristici anche ai turisti. Era un’attività che rendeva una discreta sommetta ogni settimana; il turismo era portante nell’economia del paese. Tombstone poteva contare sul fatto di essere l’unico ‘villaggio fantasma’ perfettamente funzionante dell’intera regione. I paesi più vicini si reggevano debolmente sulle proprie risorse naturali: il bestiame, unica povera ricchezza della regione. Così Tombstone coltivava le sue attrattive con gelosa previdenza.
Glysolid parcheggiò l’auto davanti allo steccato. La casa della Fordins era al limitare della periferia, tra le costruzioni più recenti, prive di aspetto folkloristico. Quaranta metri più in là c’era un diner costruito a imitazione di saloon. Lo gestiva il fratello minore di Glysolid. Il vicesceriffo ne approfittava ogni volta che faceva visita al fratello per far tappa dalla Fordins. Con la scusa di assaggiare le crostate di uva spina della vedova o di farle una visita di cortesia, si fermava a volte per più di un’ora a tempestare Bruce di domande inopportune. Bruce sospettava che conoscesse la sua identità segreta, anche se a Tombstone si era fatto conoscere unicamente come nipote della donna: Bruce Tipperary. “Non gli hai detto niente, vero?†chiedeva spesso alla Fordins. Malgrado le smentite, sospettava ugualmente che lei si fosse lasciata sfuggire qualcosa. Glysolid con la sua curiosità lo irritava ma, per non scoprirsi, era costretto a sopprimere ogni reazione.
“Ehi Bruce,†Glysolid entrò nel giardino incolto. Il vialetto di cemento era sollevato e spezzato dalle radici degli alberi. Nei varchi crescevano piante selvatiche di ogni genere. La casa era divisa dalla strada da alcuni cactus attorcigliati su se stessi. “Bruce, quando metterai mano al giardino?â€
“Non mi occupo io delle piante.â€
“Ah, già. Dopodomani sarà sabato. Verrai allo spettacolo? Arrivano dei turisti da Gotham City.â€
“Bene, mi chiuderò in casa.â€
“Fischieranno le pallottole,†Glysolid sorrise allusivo.
“Non ne dubito. Appunto per questo.â€
“Hai un umorismo veramente corrosivo. Ti piacerebbe scrivere i testi per la rappresentazione?†Glysolid cercava di stabilire un rapporto di confidenza almeno momentanea.
Continuarono a parlare ancora per un’ora. Bruce aveva ormai una certa abitudine ai soliloqui del vicesceriffo, riusciva a sopportarli senza una particolare sofferenza. Si allenava la sera guardando la televisione, anticipando le battute del protagonista interrogato dalla polizia. Infatti tutto il giorno guardava davanti a sé con uno schermo ideale a dieci centimetri dal proprio volto: uno specchio. Perciò nulla poteva infiltrarsi nella sua mente per privarlo di quell’equilibrio raggiunto a caro prezzo. Fin dal mattino, Bruce si preparava alla notte insonne, e ogni giorno evitava di meditare sul passato. “Mantengo una certa integrità, sebbene le circostanze abbiano distrutto la mia volontà,†era solito pensare quando si trovava in difficoltà.