Action30/2 Politiche del lapsus - Il ritorno degli uomini talpa
Action 30/2 - Politiche del lapsus
Il ritorno degli uomini talpa (La croce della normalità II)
Nella normalità si cela sempre una guerra. La normalità è un campo di battaglia, la scena storica nella quale si affrontano i poteri sublimi e le forze infernali, le performance alte e le performance basse. Duello della normalità . La croce si spezza ripetutamente come un’antitesi tra ciò che sta sopra e ciò che sta sotto. Posizioni contro posizioni, guerra di trincea nella quale si scontrano strategie simmetriche: abbassare lì dove si pretende di elevare e sublimare; sollevarsi mentre si giace in fondo al pozzo; insorgere per non essere più sotterrati. Schiantare le croci che fanno segno verso il cielo; prendere l’ascensore per uscire dall’inferno e guadagnare la superficie. Entrare nel gioco storico politico con una dichiarazione di guerra: “Non sono solo spazzatura; per questo, con la mia spazzatura io ti sfido!â€. La normalità sogna di essere una linea di puro equilibrio tra gli eccessi in up e in down. Ma siccome questo è solo un’ideale, concretamente essa scava sotto la crosta terrestre per ottenere angoli retti, schemi di condotta, modelli normativi e regolativi. L’apparizione della croce è un miraggio, un simulacro. C’è solo una trave abbandonata sul suolo, e un tunnel che prosegue perpendicolarmente verso l’abisso. Gli angoli retti sono tutti a testa in giù, un plotone di L rovesciate. Per questo la normalità ha bisogno di super – se vuole dire la verità e dettare legge – e ormai l’unico modo per essere super è creare dei sotto. I subnormali sono un bene prezioso, una condizione necessaria. Bisogna produrne sempre di più e sempre nuovi. È questa la realtà della croce? Una pietra tombale sull’inferno, una colata di cemento sul fermento della pourriture? È questa la pace della normalità ? Una guerra permanente tra il sopra e il sotto che spezza in due la vita quotidiana? Non ci sono alternative: o la guerra parla, oppure tace.
Quel bellicoso supplemento

Quando la normale famiglia di supereroi abbandona lo stadio dove ha gareggiato il piccolo Flash, tutti i tasselli del puzzle sembrano andare a posto. Gli Incredibili esistono, ma hanno interiorizzato la lezione della normalità . Flash ha dimostrato che si può essere degli eterni secondi e che questa è “la†performance. Supernormali si può e si deve. Avevano provato ad essere semplicemente normali, come volevano l’opinione pubblica e il governo, ma la cosa non funzionava. Un po’ per colpa loro, un po’ no: l’incidente è sempre dietro l’angolo e, finché ci saranno le forze del male, ci sarà bisogno di supereroi per combatterle. È vero, Mr. Incredibile se l’è andata a cercare: troppo frustrato, cede alle lusinghe di una trasgressione che gli promette una vera avventura da supereroe e cade nella trappola di Syndrome. Ma Syndrome e il suo robot sono un pericolo reale e, alla fine, sono tutti contenti che gli Incredibili esistano ancora e che siano intervenuti per salvare il mondo. Passato il pericolo, torna la tranquillità . I supereroi portano il numero 2 stampato sul petto, la loro marcia silenziosa riempie la città di un nuovo senso di sicurezza. Da oggi niente esagerazioni, la pace è un dono da non pagare a caro prezzo. L’invasione dei supernormali è la risposta definitiva. Fine della storia? In un certo senso, sì. Se non fosse che il Male continua a metterci lo zampino facendo apparire la fine sotto una luce diversa. L’ultima scena del film Gli Incredibili è quella della gara di Flash. Ma, in effetti, il film non finisce qui. C’è un’ultimissima scena che fa segno verso una continuazione possibile, come se venisse annunciato un sequel. Oppure come nei film horror dove, scampato il pericolo, una mano cadaverica afferra il protagonista un attimo prima del fatidico The end. La fine è anche l’inizio di un’altra storia, che potrebbe ricominciare altrove, ma che comunque esorbita dalla storia che abbiamo visto. È come un punto interrogativo, un supplemento di storia che impedisce al film di finire, anzi lo scava, lo svuota e lo lascia in sospeso. E non è affatto un caso che questo supplemento sia bellicoso. L’annuncio di una nuova battaglia.
Mentre Robert Parr, seguito dalla famiglia, porta a cavalluccio il piccolo Flash con il suo trofeo di secondo classificato e già si pregusta l’happy ending, in lontananza si vedono delle auto sbalzate come da una scossa di terremoto. La crosta terrestre si spacca ed emerge una strana navicella, un ammasso di ferraglia sporca di terra che assomiglia a un enorme trapano. Interessante, questa volta la trivellazione non è dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto. La navicella non è spaziale, è infernale. Ancora più interessante, la capsula si apre e, sollevato da un rudimentale ascensore, ne esce un personaggio mostruoso, informe, una specie di uomo-talpa. Dalla bocca spuntano grossi incisivi e sulla testa porta un casco, con la luce frontale, simile a quello degli speleologi. Finalmente prende la parola e pronuncia il suo discorso (è ufficiale, infatti usa il microfono): «Guardatevi dal Minatore! Sono sempre sotto di voi e nessuno raggiunge le mie bassezze. Adesso dichiaro guerra alla pace e alla felicità . Presto tutti tremeranno davanti a me!». Il Minatore è il nuovo super-villain che dà il cambio a Syndrome. Bob Parr si gira verso la famiglia, tutti hanno già indossato la maschera di supereroi. Poi torna a guardare il Minatore, mentre si apre la camicia facendo intravedere la calzamaglia rossa di Mr. Incredibile. La fine dice che hanno accettato la sfida. Si ricomincia, altrove e non si sa come, ma si ricomincia. Fino a quando esisterà il male ci sarà bisogno di supereroi, di performance sublimi. Solo l’emergere del male consente di derogare alla regola dell’eterno secondo. Ma siccome il male o, quanto meno, la sua minaccia continuano ad esistere, la calzamaglia dei supereroi rischia di non essere mai appesa al chiodo. Sembra di essere tornati al punto di partenza. Tranne per una cosa: gli Incredibili hanno comunque assimilato la lezione della supernormalità . Non è poco e ci consente di analizzare la contraddizione.
The Mole Man
L’Uomo Talpa non è una novità nella storia dei comic-books di supereroi. Si tratta, al contrario, di una citazione piena di significato. The Mole Man – sovrano di una razza di Uomini Talpa (i Moloids) che vivono nel sottosuolo di New York – è l’avversario dei Fantastici Quattro nella prima avventura della fortunata serie Marvel firmata dalla coppia Lee-Kirby.
                                      ![]()
Siamo nel 1961, e questa potrebbe essere anche la data di nascita dei supernormali. Perché i Fantastic Four, a differenza dell’antesignano Superman, non sono sovrumani per nascita, ma lo diventano a causa di un incidente: nel corso di una missione interspaziale, vengono colpiti da misteriose radiazioni cosmiche che gli regalano strani superpoteri, con i quali, però, convivono malamente. Un regalo avvelenato, dal momento che non possono più condurre una vita normale. Il destino dei supereroi è di essere dei disadattati. Immersa nel clima horror e fantascientifico degli anni 50, la saga dei Fantastici Quattro esordisce riprendendo il soggetto di un film del 1956, diretto dal regista Virgil Vogel: The Mole People narra la storia di una spedizione archeologica che, inoltrandosi in una caverna sulle pendici di una montagna dell’Asia, scopre una cavità in cui vivono i discendenti dei Sumeri, i quali mantengono in schiavitù gli Uomini Talpa, una razza dall’aspetto mostruoso. I buoni archeologi corrono seri pericoli, ma vengono salvati da un terremoto che seppellisce definitivamente la città sotterranea e cattiva. Il mito, lo si vede, è che l’inferno crolli su se stesso, richiudendo per sempre la sua bocca vorace e oscena.
L’ossessione degli Uomini Talpa ha continuato a nutrire l’immaginario: sono presenti in film come Demolition Man ed Extreme Measures, nel videogame Deus Ex, nella serie televisiva Beauty and the Beast e in Neverwhere, romanzo dell’inglese Neil Gaiman. L’uomo talpa compare anche nella serie The Simpsons e si chiama Hans Moleman.
                                                    
Come se non bastasse, la realtà sfida la fantasia sul filo della leggenda metropolitana. Mole People è il nome con cui si suole designare la popolazione di homeless che vive nei rami abbandonati della metropolitana di New York. Nel 1989, si è giunti perfino a stimare che fossero circa 5.000 e, nel 1993, è stata pubblica una ricerca dal titolo The Mole People: Life in the Tunnels Beneath New York City. L’autrice, Jennifer Toth, sostiene che gli Uomini Talpa abbiano creato una forma di vita sotterranea, organizzata in modo quasi tribale, con usi e costumi propri e non convenzionali, e in un rapporto di reciproca alienazione con la vita della superficie. Il libro ha fatto scalpore, è stato contestato, comunque il duello tra i super illuminati e i sub esclusi ed accecati dalle tenebre è evidente. Almeno nella sua messa in scena. Dal film di Vogel agli Incredibili, ci viene detto che il male è la minaccia del vicino e che il pericolo più pericoloso ce lo portiamo appeso alle chiappe.
Il pericolo è nel sottosuolo, dove vivono creature mezze cieche, semplicemente handicappate come il Devil di Miller. Il villain è un handicappato, come il supereroe contro cui combatte. Il duello della normalità è anche, forse soprattutto una lotta tra handicappati. In tal senso, più che un duello, abbiamo qui una distribuzione dell’handicap che fa selezione: da un lato gli handicappati buoni, dall’altro quelli cattivi; da una lato le vittime, dall’altro i carnefici. Entrambi, però, sono segnati da un trauma, una malattia, un deficit, una minorazione. Ma il duello c’entra, e sono proprio i cattivi a farlo entrare nella storia. Sono loro che lanciano la sfida. Come il Minatore degli Incredibili, che getta in faccia ai supereroi la sua spazzatura ed è una dichiarazione di guerra: «Sono sempre sotto di voi e nessuno raggiunge le mie bassezze! Adesso dichiaro guerra alla pace e alla felicità !». Non c’è altro da dire. La guerra della normalità , quando parla, dice solo questo. Non è una bassezza che vuole mettersi la corona, rovesciare le gerarchie e prendere posto in alto proferendo discorsi sublimi. È una bassezza che sfida a duello il mondo di sopra, aprendo la possibilità orizzontale di un gioco politico. La trave che pesa sulla terra, il macigno che chiude la bocca dell’inferno continuamente scavato, si dissolve all’orizzonte come una linea febbrile, mobile, aleatoria. Il sepolcro è scoperchiato e i super se la devono vedere con le presenze più basse e infette, i demoni, gli spettri e il puzzo di cadaveri. Senza sapere in anticipo chi vincerà e chi perderà , che cosa significheranno la vittoria e la sconfitta. La croce è spezzata da una voce guerreggiante. Incipit politica.
L’appello del Minatore potrebbe figurare tra gli extracta ex inferis: i patti con il diavolo conservati all’inferno, le cui “copie†terrene servivano come prove nei processi di stregoneria. «Io rinnego Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Maria e tutti i santi, in particolare Giovanni Battista, la Chiesa sia trionfante che militante, tutti i sacramenti, tutte le preghiere che vi si fanno. Io prometto di non fare mai il bene, di fare tutto il male possibile, e mi piacerebbe non essere affatto un uomo, ma che la mia natura fosse trasformata in diavolo per meglio servire te, mio Signore e maestro Lucifero…». Il patto è una dichiarazione di guerra e, al tempo stesso, un sigillo di alleanza con una delle parti in conflitto. Per abitudine contratta sin dai tempi dell’Inquisizione, difficilmente dubiteremmo dell’esito della guerra tra il bene e il male.
                                                     
Una cosa, però, è certa: la guerra c’è, e sin dall’inizio. Père Tranquille – uno degli esorcisti che, tra il 1632 e il 1640, si esibirono a Loudun, nello spettacolare teatro della possessione delle Orsoline –, a rischio di trasformare il suo nome in una perenne barzelletta, caricava il suo linguaggio di rudi accenti militari. Sono tutti canti di lotta e di vittoria: «L’inferno, vedendosi ridotto in questo luogo alla disperazione a causa della caduta dell’eresia, e non potendo impedire che la verità cattolica trionfasse sull’errore ecc. ecc.»; e ancora «Sembra che questa città sia fatale e funesta, essendo stata il luogo in cui il maligno ha concepito i suoi perniciosi disegni per l’eresia, e non è forse in questa stessa città che i diavoli si sono radunati per fare guerra a Dio attraverso la magia?». Michel de Certeau, gesuita, autore di un libro a cinque stelle sull’affaire di Loudun, commenta: «Secondo Père Tranquille, la lotta contro i diavoli mira a ristabilire la tranquillità pubblica, ma da molto tempo è noto che, nel lessico degli occupanti, reprimere e pacificare sono sinonimi ». La guerra c’è e il bene, la pace devono trionfare. Non ci sono dubbi e i mille roghi, disseminati nella storia, di uomini e donne talpa dolorosamente lo confermano.
Il trionfo dei supernormali
Il bene deve trionfare. Per principio. Come abbiamo accennato, a un certo punto anche il mondo dei comic-books si è istituzionalizzato. Fu quando gli editori, per sopravvivere, dovettero dotarsi di un organo di autocensura, tracciando una netta linea di demarcazione tra i fumetti buoni e quelli cattivi, tra il vero fumetto e la spazzatura. I supereroi avevano spadroneggiato fino al 1945, poi ci fu l’avvento del genere crime & horror, in testa i fumetti della E.C. di William Gaines (a cui si deve anche la mitica rivista “Madâ€), destinati a un pubblico sia di adolescenti che di adulti.
                                              
A questo punto, le calzamaglie era già andate in pensione, soppiantate da un funesto corteo di crimini orrendi, amputazioni, cadaveri in decomposizione e teschi parlanti. Finita la propaganda, gli effetti della guerra imputridivano sulle pagine dei comics. La violenza circolava, le classi dirigenti non potevano non accorgersene ed esserne angosciate. Anche perché il mercato del fumetto era diventato un affare miliardario e toglieva aria a quello dei quotidiani, organo di pacificazione privilegiato delle classi dirigenti. Il fenomeno andava governato, regolato. La gestione di un settore pur sempre “marginale†come quello dei comic-books negli Stati Uniti, mostra in rapida successione tutte le fasi attraverso le quali si concatena un dispositivo di sicurezza. Una sequenza da thriller. Sembra di assistere all’assemblaggio dei pezzi di un orologio che, all’improvviso, comincia a fare tic tac. Ed è una bomba.
C’è, in primo luogo, l’istituzionalizzazione dei comics: identificazione interna di un fumetto-spazzatura che consente di tenere all’esterno un discorso edificante di tipo pedagogico. C’è poi, simultaneamente, la normalizzazione dei comics: assimilazione al fumetto immondo di tutto ciò che viene considerato eccessivo e, perciò, contaminato negli altri fumetti; tale assimilazione massiccia consente di produrre e far circolare nel mercato fumetti normalizzati e normalizzanti. L’istituzionalizzazione e la normalizzazione dei comics sono le facce di un’unica medaglia e ogni faccia è composta di due piani, uno interno e uno esterno. Un meccanismo così complesso non s’inventa di sana pianta, né si monta da un giorno all’altro. Ci vuole un esperto. I comics lo trovarono nella persona di Frederick Wertham: rispettabile psichiatra allievo di Emil Kraepelin, emigrato e successivamente naturalizzato negli Stati Uniti, nobile paladino dell’integrazione razziale nelle scuole. Nonché gran «bugiardone scientifico», come lo definisce Filippo Scòzzari che gli dedica un intero capitolo del suo Manuale dell’arte bimba (à paraître). Il Dottor Wertham aveva sguainato la spada nel 1941, con la pubblicazione di Dark Legend, storia di un ragazzo troppo avvezzo ai fumetti che, alla fine degli anni 30, aveva ammazzato la madre. Tra le pieghe del romanzo, una folgorante intuizione scientifica: i ragazzi diventano delinquenti a furia d’ingurgitare spazzatura.
                                                   
Il dado è tratto. I pezzi si dispongono sulla scacchiera e la lezione della croce può cominciare. Sarà una crociata vera e propria, contro i fumetti violenti, combattuta da Wertham senza esclusione di colpi e senza lesinare energie. Fino all’apoteosi, nel 1954, con la pubblicazione di Seduction of the Innocent. Un interminabile elenco di crimini ricondotti alle vignette dei comic-books come un effetto alla causa, un ruscello alla sorgente, una copia alla matrice. I fumetti corruttori della gioventù: s’insinuano con le armi della seduzione, strappano i bambini dalla culla e li conducono sui sentieri perduti della violenza, del sesso e della droga. La spazzatura è stata individuata e identificata, il fenomeno mostruoso si chiama crime comic-books. Ma l’operazione di Wertham non si limita a questo. La violenza circola nei fumetti, e ci sono fumetti in cui la violenza, non solo circola, ma si annida, ristagna. Come non vederli? Come non detestarli? Non costa nulla dire che sono merda, anche se magari si continua a comprarli e a leggerli. Il Dottore, però, non è solo un cristoforo. È anche un colón: porta la croce e, nel segno della croce, annette, assimila, colonizza. Non basta stigmatizzare l’evidenza, al contrario, il “segno†serve ad accaparrarsi la fetta più grande. L’infamia deve aleggiare sull’intero mondo dei fumetti, bollandone il maggior numero, possibilmente tutti. Così Superman diventa un cripto-fascista, Batman e Robin dei pederasti e Wonder Women una pervertita (stiamo sempre seguendo la pista battuta da Scòzzari). Ma ancora non basta: se il marchio d’infamia dei fumetti è, fondamentalmente, il loro manicheismo, la demarcazione e la lotta tra buoni e cattivi, si vede bene che poche vacche sfuggiranno alla marchiatura. L’operazione di Wertham è molto evoluta, molto sofisticata: produrre il razzismo, necessario a ogni processo di normalizzazione, attraverso la stigmatizzazione del razzismo. Super-Doctor
Le classi dirigenti non si lasciano sfuggire la ghiotta occasione: un’expertise, servita su un piatto d’argento, pesantemente condita di credenziali scientifiche. Dopo l’uscita del libro di Wertham, una commissione del Senato convoca Gains e alcuni fra i più importanti autori di fumetti. Il piatto scotta. Gli editori decidono in fretta ed elaborano un codice di comportamento cui attenersi scrupolosamente, onde evitare che la censura piombi su di loro dall’alto e dall’esterno. Siamo sempre nel 1954. Da questo momento un altro marchio, simile a un francobollo, sarà stampato sulle copertine dei fumetti: Approved by the Comics Code Authority.
Una sorta di via libera per i virtuosi, un altolà per chi non ha le carte in regola. Il modello è giuridico, o dentro o fuori. Il dispositivo di sicurezza incrocia tale modello, ne trae vigore, ma viaggia sostanzialmente su un altro binario. Il marchio è anche e soprattutto “di fabbricaâ€. La regolazione del fenomeno comics non passa solo attraverso la loro istituzionalizzazione. Sotto il Comics Code Authority scorre una linfa seminale. È qui che la normalizzazione comincia il suo processo di gravidanza. Al momento del parto, vedremo uscire una cucciolata di supereroi già normalizzati. Infatti, smaltita la crisi, all’inizio degli anni 60 viene alla luce una nuova generazione di supereroi (debellati gli hooligans del crimine e dell’orrore, che riappariranno solo negli anni 70) con caratteristiche diverse dai loro predecessori. Sono i cosiddetti supereroi con superproblemi: i Fantastici Quattro, Hulk, Spider-Man, gli X-Men, Daredevil. Nessuno sta completamente bene nella sua pelle. Sono super, ma la loro superiorità è anche una tara che gli impedisce di vivere come gli altri, insieme agli altri. Sono normali, ma la loro normalità , difettata da poteri straordinari, li rende anche un po’ inferiori ai comuni mortali. Da questo momento in poi i supereroi saranno sempre un po’ down. Handicappati dalla nascita, custodiranno l’uomo talpa come un anfratto del loro dna. La lezione è chiara: ogni superiorità è anche un’inferiorità , un handicap (attenti primi della classe!). Un po’ superiori un po’ inferiori. Un po’ migliori un po’ uguali. Più veloce più piano. Tema a casa: trovare l’equilibrio.
Impotenza preventiva
In un articolo del Code of the Comic Magazines Association of America, è scritto: «In every instance good shall triumph over evil and the criminal punished for his misdeeds». Il bene avrà sempre la meglio sul male e i criminali saranno sempre sconfitti e puniti. Dichiarazione trionfale, o discorso istituzionale edificante che nasconde la crisi per tacere la guerra? Il solito tentativo degli “occupanti†di esorcizzare il conflitto, congelando i rapporti di forza sotto la coltre di una pace imperiale? In effetti, tutta questa esibizione muscolare, da parte del bene, è sospetta. Il mistero è fitto, meglio chiedere aiuto a un super-esperto. Nelle Lezioni sulla filosofia della religione (1821-1831), a proposito del dualismo del bene e del male, Hegel dice: «Il bene combatte il male, deve trionfare, ma sempre solo deve, e non raggiunge con ciò il fine. […] Il bene è certo il vero, il potente, ma lo è come principio in lotta con il male, cosicché a lui si oppone il male, e rimane assoluto come principio che il male deve veramente essere vinto e conciliato, ma ciò che dovrebbe essere non è. Il dover essere è una forza che non si può realizzare, è questa debolezza, questa impotenza».

Che il male debba soccombere per principio è la dichiarazione d’impotenza del bene e di tutte le fondazioni istituzionali che poggiano la manifestazione teorica del sublime sulla sconfitta preventiva del male (di ciò che è assolutamente esteriore al bene). Come se il male fosse da sempre “eccepitoâ€, catturato fuori, marchiato ed espulso come spazzatura, confinato all’inferno. Una vittoria senza battaglia è una dichiarazione di debolezza, d’impotenza. Il bene, invece, dovrebbe vincere, o meglio, prima di aprire bocca avrebbe dovuto già vincere e conciliare sul campo di battaglia, attraverso la guerra che ha combattuto e nei termini in cui la ha combattuta. Solo così la vittoria e la sconfitta cessano di essere una frustrante astrazione, per assumere un senso determinato, reale, storico. Fatti non parole. Hegel, che il negativo lo prende sul serio, comprende che l’unico modo per sublimare il male è vederlo al lavoro nella storia, catturarlo mentre fatica come un mulo per la vittoria del nemico (il bene). Anzi, se si osserva con attenzione, si scopre che non c’è bene senza lavoro del negativo, che questo lavoro è l’unico modo attraverso cui il bene si realizza e si compie nella storia. Il male è un coprotagonista, o meglio, il protagonista è un inestricabile groviglio di negativo e di positivo. L’uno il rovescio dell’altro, lottatori che si ribaltano senza sosta, una schiena che prende il posto dell’altra in un’alternanza vorticosa. La storia è tragicamente duale, un duello mortale. Ma, alla fine, la soluzione proposta da Hegel è “dialetticaâ€. I tori neri, i caproni dionisiaci, tutte le violenze vanno sciolte dalle catene per costruire il mondo dell’uomo padrone, libero, cosciente e razionale. Il duello può diventare una grande macchina produttiva. Solo così l’antagonismo troverà la sua sublimazione, la sua conciliazione, la sua pace. Il volo della nottola è anche un requiem per il duello.
Dunque, Hegel ha preventivamente fornito una risposta alla lezione che, più di cent’anni dopo, sarebbe stata ricavata dall’expertise di Wertham, scritta nero su bianco nel Code of the Comic Magazines. Scacco matto alla psichiatria? Sarebbe bastato studiare un po’ di filosofia perché le classi dirigenti evitassero di dichiarare la loro impotenza nelle lande periferiche del fumetto? Piano a cantare vittoria, soprattutto se c’è di mezzo la filosofia che aspetta solo il momento giusto per rimettersi la corona ruzzolata sulla testa degli esperti. Smettiamo per un attimo di fare i filosofi. Limitiamoci a fare i giornalisti e chiediamoci: il mondo odierno non funziona proprio così? Non è forse tornato di moda, male permettendo, il vecchio manicheismo del bene e del male? Di fronte al terrore planetario, i più alti discorsi istituzionali non gridano a squarciagola l’impotenza del bene: in every instance good shall triumph over evil? Finché ci sarà il male, ci sarà bisogno di supereroi, questo lo abbiamo capito. Ma i supereroi non sono altro che il “deve†– scandito e amplificato come uno spot promozionale – di ciò che è impotente a realizzarsi storicamente. I supereroi sono la pubblicità del bene come dover essere, il marketing della vittoria preventiva e di principio. E finché il bene dovrà , non sarà .
Riflettiamo. Se dico “deveâ€, questa è un’affermazione di debolezza; ma se sono realmente impotente, allora dico “deveâ€. E lo ripeto, alzo la voce, lo dico in coro. Più le istituzioni sono impotenti, più c’è bisogno di imprese supereroiche che annuncino preventivamente la vittoria del bene sul male. Fa niente che, in questo modo, non facciamo altro che ingigantire la dichiarazione della nostra impotenza. Ci proviamo lo stesso, il frastuono dei supereroi – “Deve, fortissimamente deve!†– finirà per coprire il rumore della crisi, della battaglia che sfrigola sotto i nostri piedi. Non è un trionfo come quello che voleva Hegel, ma chi se ne frega, comunque è un risultato. Per il momento conserviamo il coltello dalla parte del manico, nascondiamo la spazzatura sotto il tappeto e ricacciamo i diavoli all’inferno. I supereroi sono il frastuono che copre tutti i rumori e, reciprocamente, questo frastuono, che rende sordi e ciechi, ha sempre un carattere supereroico. Che cos’è, infatti, la guerra preventiva, se non una super-guerra? Fare guerra alla guerra affinché essa non parli mai, e parli invece sempre la pace? La guerra preventiva è l’applicazione concreta di un puro principio, di un’astrazione assoluta: il bene deve trionfare prim’ancora che la guerra abbia inizio.

Ma che cos’è, allora, la guerra? È l’azione scatenata dalle forze del male (mentre la guerra alla guerra è l’estremo sacrificio del bene per la salvezza dell’umanità , la croce della pace: ). Il male è, infatti, l’esteriorità assoluta del bene. Ricordiamoci del Minatore: «Adesso dichiaro guerra alla pace e alla felicità ». Il male è essenzialmente ciò che porta la guerra, minacciando la pace che, invece, è essenzialmente il bene. Ritorneremo su questa doppia identificazione: guerra = male, pace = bene. Una nota oscura potrebbe, infatti, essere sfuggita come un alla razionalizzazione pacifista, proprio a causa della sua esorbitante pretesa di rimuovere ogni nota bassa, ingombrante, indesiderata. Comunque, dichiarare preventivamente guerra a chi, a causa della sua natura malvagia, prima o poi porterà la guerra, è l’atto benefico o salvifico per eccellenza. Il paradigma stesso dell’azione supereroica.
Dunque, la soluzione è fare la guerra stigmatizzando la guerra. Uhm, ci ricorda un certo Dottore che, per normalizzare i fumetti, produceva razzismo etichettando e mettendo al bando il razzismo. Tutti i focolai di violenza possono essere assimilati al fenomeno mostruoso per eccellenza: il terrorismo è il male assoluto perché minaccia la pace portando la guerra. Dovunque ci siano buoni contro cattivi c’è la violenza, la guerra. Dobbiamo, quindi, eliminare tutte le scene in cui i buoni e i cattivi si combattono. Ma come? Forse, se scongiuriamo la guerra, verrà meno anche il manicheismo. O meglio, costringeremo i cattivi a venire allo scoperto, e tornerà a trionfare l’unico, il buono, il potente, il vero. Perché mica l’abbiamo voluto noi questo scontro di civiltà tra il bene e il male. Sono gli altri che si chiamano fuori, che secedono, che eccepiscono se stessi (dividere non è forse la natura stessa del diavolo?). D’ora in poi, il dualismo sarà la loro religione. Straordinaria perversione del monismo, da entrambe le parti: “Io sono il Bene e tu sei Satana. No, tu sei il Diavolo e io sono il Bene, la Pace, la Giustiziaâ€. La guerra in nome del Dio Unico è sempre uno scontro tra leadership combattuto a colpi di “deveâ€; mentre le rivolte della gente sono sempre a mani nude, spazzatura scagliata contro le corone.
Per questo la guerra preventiva è una sur-guerre, una guerra di normalizzazione. Il suo obiettivo non è eliminare il terrorismo, ma esorcizzare, normalizzare la guerra stessa. Più guerra e meno guerra si raggiungono e si confondono a metà strada. Quasi guerra quasi pace, ovunque. Che vuol dire: mai guerra mai pace, dappertutto. L’abbiamo imparato, la storia va avanti da almeno da vent’anni. La pedagogia della pace – la predica anche sua santità , con alterne fortune – è senz’altro un discorso sublime. Purtroppo, ogni poesia porta dentro di sé un tarlo mortifero, che è la sua versione in prosa: “Fino a quando additeremo le voragini causate dai satanassi suicidi, riusciremo a tappare tutti i buchi che solcano il pianeta, a partire da quelli di casa nostraâ€. Che la guerra sia mutata, virando alla normalità , è evidente non solo perché, da quando è diventata “preventivaâ€, porta scritta nel suo nome la propria funzione: prevenzione del pericolo e gestione dei rischi sono le parole d’ordine che attraversano la storia dei dispositivi di sicurezza e che circolano quasi allo stato brado negli ambiti più diversi (salute pubblica, protezione civile e sociale, economia ecc.); ma anche perché i nuovi eroi combattenti, partoriti dalla guerra preventiva, sono una massa incolore di soldatini supernormali. La loro performance è far trionfare il bene, ma senza esagerare. Vincere sì, ma come qualcosa di dovuto. Basta con gli eroi di guerra con la maiuscola. La figura del soldato non deve più erigersi come un monumento, deve sopravvivere solo quel tanto che basta. Prendete il giovane Capitan America, forgiatelo con la ferrea disciplina di Full Metal Jacket e poi inviatelo in Iraq a girare Weekend con il morto (o a fare l’impiegato della sicurezza come Mr. Incredibile). Avrete una interminabile rassegna di gag macabre. Plotoni di Rambo preventivamente disadattati, veterani prima di essere partiti per il Vietnam, reduci che si muovono come spettri sul teatro di una guerra senza fronte (si veda il film Jarhead di Sam Mendes, USA 2005; c’è chi lo ha criticato a causa della sua visione eccessivamente “manicheaâ€: i marines sarebbero ritratti come un branco di insensati, isterici,cinici, sadici ecc.).
Per evitare le performance in up – se c’è un vero soldato, ci sarà una vera guerra, con i relativi eccessi – si rischia di non riuscire a prevenire le performance in down: “Tu mi fai fare il turista di guerra, e io mi porto a casa qualche cliché pittoresco da mostrare a parenti e amici. Tu mi fai giocare alla guerra, e io isterizzo le scene salienti come un bambino alla play station.†Difficile trovare l’equilibrio. La prevenzione deve essere perfetta, per questo non lo sarà mai.
Polveri resistenti
Requiem sul duello. La strategia di punta è “spazzatura sotto il tappetoâ€. E funziona. Vittoria! Gli angeli della normalità sono stracci buttati per terra come zerbini. Ci cammini sopra, ti ci pulisci i piedi, ma sotto la povere si accumula ed è un ricettacolo di vermi e altre schifezze. Non ci avevamo pensato, che gli zerbini servissero anche a nascondere la spazzatura, a mettere un coperchio sull’immonda ebollizione. È cominciata l’invasione dei tappetini. Quasi servi quasi padroni. Il mondo è avvolto da una guaina, un’immensa distesa grigia di scendiletto. Non si riesce più a mettere un piede per terra. Gli zerbini ti vengono dietro, ti marcano stretto, ti seducono, si buttano ai tuoi piedi, sotto i tuoi piedi: “Ti prego calpestami, ti prego sii mio padre, il mio padrone, il mio Maître. Ti prego frustami, marcami gli errori sulla schiena con la penna rossa.†Ma attenzione: mica gli zerbini sono come Ramarro. Solo impropriamente masochisti, la loro macchinazione è sempre sadica. Anche quando soffrono, soprattutto quando si sacrificano e patiscono. La loro croce è rigoroso calcolo. Cercano, disperatamente vogliono un sovrappiù di potere. Agognano superpoteri, mentre la regola finale dell’ascesi antifascista è «ne tombez pas amoureux du pouvoir» (la trovate nell’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari che, letto da Foucault, diventa un’Introduzione alla vita non fascista). Visti dall’alto, da chi ci marcia sopra e proferisce discorsi sublimi, gli zerbini servono. Lo zerbino serve, proprio come la serva di Totò. Non solo perché ti solleva da terra e ti ripulisce dalle sue scorie fastidiose. Ma anche perché fa da tappo all’agitazione terrestre. È il grado zero della gerarchia, un termometro che misura solo in negativo raggiungendo temperature infernali. Sopra le fresche pendici dell’olimpo, l’accademia dei promossi, la gerarchia dei beati loro. Le travi della normalità , poggiate sulla terra a presidio degli abissi, sono anche umani zerbini, stesi come pelli di capra nella sala degli affreschi.

Che cosa direbbe Georges Bataille di questa invasione di puliscipiedi? Forse ripeterebbe ciò che diceva negli anni 30, mentre si preparavano ariane pulizie, in una voce del dizionario critico della rivista “Documents†dal titolo Polvere. La fantasia dei novellieri non si è mai spinta fino a immaginare che la Bella addormentata, risvegliandosi, avrebbe dovuto farsi largo tra una spessa coltre di polvere. Né che la sua bella chioma rossa, cominciando a ondeggiare, avrebbe strappato un intrico di sinistre ragnatele. Di questo non si parla. Eppure, sembra che gli umani si siano posti il problema eleggendo, nelle loro abitazioni, uno spazio nel quale convogliare e confinare la triste invasione della polvere, un po’ come la spazzatura viene localizzata in contenitori e recinti nei quali può ammassarsi e lievitare. Vecchie stanze e, soprattutto, soffitte (greniers, dicono i francesi), nient’altro che scantinati alla rovescia. Ma pur sempre sottani, inferi. Qui le ossessioni, le larve e gli spettri possono entrare e accomodarsi alla tavola imbandita dall’odore tarlato della vecchia polvere. Ma che cosa succede se la polvere esce, e la polvere esce sempre, insinuandosi in ogni spiraglio? C’è il rischio che trascini con sé il suo strascico rancido e notturno. Allora, fiato alle trombe, che entri l’esercito degli zerbini. «Quando ogni mattina le ragazzotte [e i ragazzotti, ndr] “tuttofare†si armano di un grande piumino o di un aspiratore elettrico, forse non ignorano del tutto di contribuire, quanto i sapienti più positivi, ad allontanare i fantasmi malefici che la pulizia e la logica scoraggiano. Però un giorno o l’altro la polvere, che persevera, comincerà probabilmente ad avere la meglio sulle serve [e sui servi, ndr], invadendo con immense macerie i casamenti abbandonati, i dock deserti: in quest’epoca lontana, non vi sarà più niente che salvi dai terrori notturni, in mancanza dei quali siamo diventati dei perfetti ragionieri». Gli zerbini si sacrificano alla causa della pulizia armati di squadre, regoli e calcolatrici. Hanno già qualcosa di super, le loro performance sono davvero straordinarie, ineguagliabili. Questo gli va riconosciuto e, infatti, sono super-geometri e super-ragionieri. Non sapete di quali follie sono capaci, di quali supplizi interiori, di quali mortificazioni dell’io, di quali catastrofi del pensiero, pur di far tornare i conti. Fantozzi - Revenge.
Ma la polvere resiste. E talvolta si ribella e insorge. Il Bataille di “Documents†è una risorsa, una freccia nell’arco, non tanto perché fa dei lapsus – li fanno tutti, soprattutto chi prova a trattenerli come fossero starnuti –, piuttosto perché li lascia parlare come dichiarazioni di guerra. “La candeggina X dichiara guerra allo sporcoâ€, e così si vende perché tutti vogliono che regni l’ordine e la pulizia. Perché così ’essere. Bataille allora dice: siate onesti, non vedete che questo è un lapsus, che sotto c’è un’altro spot che dice “Lo sporco dichiara guerra alle donne delle pulizieâ€? Non viene prima il pulito e poi lo sporco, le due cose nascono insieme ed è subito guerra. Non si può squalificare, almeno politicamente, lo sporco con la scusa che esso giace sotto i nostri piedi e ci camminiamo sopra. I lapsus non chiedono per favore il diritto di portare scompiglio nella pace di tutti i giorni. Se lo prendono e basta. E d’un tratto ci ritroviamo gambe all’aria. Da buon hegeliano – che però non si rassegna a cantare il de profundis al duello, anzi lo rilancia nella filosofia del XX secolo –, Bataille si pone all’ascolto della voce che non dice “deveâ€, ma che “è†ciò che dice, e che “realizza†ciò che dice di essere nell’atto stesso di dirlo. L’appello del Minatore è un performativo come “ti amo†o “giuroâ€. Nel momento in cui lo dico, sono già innamorato oppure giurato. Gli uomini talpa non fanno discorsi sublimi, non enunciano teorie. Dicono semplicemente “ti sfido†oppure “dichiaro guerraâ€. Bataille sente distintamente questa voce: “Io non sono solo polvere; perciò, con questa polvere io ti sfido!†(anche Foucault si metterà in sintonia con questi appelli, voci di donne e uomini infami; perché noi continuiamo a non ricevere?). Lanciando questa sfida, dichiarando questa guerra io un soggetto guerreggiante e ciò che dico di essere. Il performativo è già una performance. Non proclamo in anticipo la mia vittoria (come fanno i garanti dell’ordine e della pulizia, del bene e della pace), non sono un soggetto trionfante, non dico “devo essereâ€. Prendo la parola e, dicendo ciò che dico, realizzo che in questo preciso momento non si sa più chi vincerà e chi perderà . Il senso della vittoria e della sconfitta sono sospesi. Bisognerà aspettare la fine della partita, seguire tutto il suo andamento aleatorio, per provare a decifrarlo. Da adesso si gioca, ora ce la giochiamo. Le parole sono fatti. La forza degli uomini talpa, hegelianamente parlando, è che gli basta lanciare la sfida per poter essere realmente ciò che sono: nient’altro che dei soggetti bellicosi. Infatti, i duellanti prendono posizione, si apre uno spazio storico politico, la battaglia è già cominciata. La guerra c’è e, finché ci sarà , la pace dovrà .
Il morso della vita quotidiana
Per questo i lapsus non sono una lezione, ma un’azione, che non fa più tornare i conti. Freud racconta l’episodio di un amico dottore, chiamato da un’amabile paziente per una visita a domicilio. Bussa alla porta, la donna apre in vestaglia. Lui porge formalmente la mano in segno di saluto, un dito, però, incespica infilandosi nel nodo della cintura che si slaccia di botto. Voilà . Oplà , che performance! Ma dov’è l’autore, di chi la perizia? Non dubitiamo che il medico abbia subito trovato il modo di esorcizzare l’incidente, ristabilendo il dislivello nei confronti della sua paziente. L’istituzione interviene ad angolo retto, rompendo la reciprocità realizzata per un attimo dall’atto mancato. D’altronde, se la signora mi ha chiamato per “sapere†in vece sua, vuol dire che si è messa sotto la mia tutela, e che adesso io ho tutto il “potereâ€. Nel frattempo, però, la scienza è scivolata giù della croce e striscia ancora per terra nuda come un verme. Sotto la vestaglia, la signora custodisce un segreto che indurrebbe volentieri il dottore a stracciarsi il camice di dosso. D’altronde, me lo ha detto lui, a chiare lettere, che l’idea lo alletta, che è sedotto. Transfert e controtransfert di potere. Certo, l’atto mancato introduce nella vita quotidiana un potente fattore di destabilizzazione e da questo si può trarre una lezione significativa. Non una semplice giustificazione, del tipo “mi scusi, mi è scappato, era solo uno starnutoâ€. No, parliamo di un’analisi, un’interpretazione e una spiegazione. Tutto raccolto e sublimato in una teoria. Infatti, la lezione si legge sui libri, si enuncia dal pulpito, si rovescia dal punto più alto di chiese, tribunali e aule scolastiche. La lezione è sempre ex cathedra. Noi sotto, come il Pinocchio di Carmelo Bene, una vita sui banchi. Perciò la lezione è, comunque, una razionalizzazione. Il fatto bruto dell’atto mancato – in realtà perfettamente riuscito, dal punto di vista dell’Altro che ci possiede – è rischiarato. Eppure, i talpoidi e handicappati performer che abitano dentro di noi, hanno il potere di portare la guerra proprio perché stanno sotto la superficie, perché vivono nella cavernosità dell’io. I raggi di luce, che cercano di illustrarli o spiegarli, esorcizzano la loro forza dirompente, addomesticano, pacificano l’incontenibile bellicosità della loro azione. L’illuminazione è già una sconfitta, a priori o a posteriori poco importa. Se il lapsus è il morso della vita quotidiana, la lezione che se ne trae è già la museruola.
La lezione si definisce per il contenuto ideale che enuncia. Per esempio, che il bene trionferà , che lo sporco è nemico dell’ordine e perciò sarà sconfitto. L’azione si definisce, invece, in modo diverso. Da dove viene portato l’attacco e verso dove? In che cosa consiste questo attacco, quali forze vengono messe in campo e contro chi, contro cosa? Come ci si difende da simili attacchi? Chi vince, chi perde? E che cosa significano vincere e perdere? Freud chiama “forze motrici†le idee inconsce a contenuto sessuale. Lapsus e atti mancati sono rigurgiti del basso ventre, radici putride che affiorano dalla terra, stronzi ostinati che saltano fuori dal cesso. Sono spazzatura che scoperchia la pentola lanciando la sfida nella vita quotidiana. Mordono ai calcagni gli ideali, appollaiati sui grattacieli come supereroi, li trascinano giù e li costringono a mettersi in gioco, a combattere rasoterra confusi nel fango e nella polvere. La loro azione si definisce per il contenuto basso, radicale che viene liberato e messo in gioco.
Analizzando un caso di nevrosi demoniaca nel XVII secolo, Freud lo interpreta in termini psicoanalitici come una forma di nevrosi, senza dimenticare di richiamarsi alla lezione di Charcot, il quale aveva spiegato le rappresentazioni estatiche e di possessione trasmesse dalla storia dell’arte come espressioni d’isteria.
 
Per Freud, che qui dimostra una verve anacronistica pari a quella del suo maestro, tutte le espressioni storiche di possessione sono da ritenersi equivalenti a delle forme di nevrosi e, in tal modo, vanno spiegate: i demoni non sono altro che la proiezione nel mondo esterno della vita interiore dei malati. Fin qui la museruola. Ma veniamo ai fatti. Il pittore Christoph Haitzmann sostiene di aver contratto un patto con il diavolo, da lui ritratto in diversi quadri, prima come un rispettabile borghese, poi come una creatura difforme, dotata di corna e ali di drago. Subentrata dopo la morte del padre, la possessione viene interpretata da Freud come una grave forma di depressione malinconica, provocata dal lutto, ma significativa soprattutto di una certa ambivalenza nella relazione di Haitzmann con il genitore. La sua malattia non parla solo il linguaggio dell’amore, altrimenti perché avrebbe sostituito il padre mancante con il diavolo? Ecco il punto: “Tu volevi impedirmi di fare il pittore, ritenendola una perdita di tempo; adesso sei morto, mi manchi, ma il tuo posto è giù, all’inferno.†Freud lo dice chiaramente: la sostituzione del padre, da parte di Haitzmann, è un’azione finalizzata ad abbassarlo al rango di diavolo, a declassarlo, a detronizzarlo. La sua azione esorbita, dunque, dal patologico, nel momento in cui delinea una relazione di potere, un campo di battaglia e una posta in gioco di tipo politico.
Non stiamo dicendo che il pittore non fosse malato o che non soffrisse. Non è il punto in discussione. Ciò che qui interessa è che questo signor spazzatura, a un certo punto, con la sua spazzatura si è scagliato contro la figura paterna profanandola. La demonizzazione del padre non è solo nevrosi, malattia. È anche azione politica, o meglio, è la radice, la parte più bassa di un’azione politica. È il popolo a mani nude che lancia immondizia contro le carrozze dei sovrani. Sarà pure l’essere più malato, la creatura più mostruosa che si possa immaginare, comunque nel “fatto†della sua azione c’è una qualità , un carattere politico che non possiamo dimenticare, cancellare o tacere. Altrimenti spiegateci perché saremmo “uominiâ€, e abbiamo sempre la bocca piena di questo “umanismoâ€. Non c’è nemmeno bisogno di essere Soggetti Uomini con la maiuscola. Basta essere donne e uomini talpa. Bastano i vermi che ci rodono le budella. Anzi, la politica parte sempre da qui ed è lo spazio di possibilità aperto nella vita quotidiana dalla sfida lanciata dai materiali e dai fatti più bassi.
D’altronde, è lo stesso Freud a dirlo. E a ripeterlo proseguendo la sua analisi. Sebbene il diavolo sia l’essere basso per eccellenza, egli è anche super. È il Signore dell’Inferno, il Nemico di Dio, il villain più grande e potente. Ed è anche estremamente virile: Haitzmann lo ritrae con le corna e la coda, una volta persino con un supercazzo a forma di serpente. Ma, allora, perché gli dipinge anche le mammelle? A Freud non sfugge il dettaglio che interpreta come l’oscura ribellione di Haitzmann alla posizione femminile in cui egli si troverebbe nei confronti del padre. Ma certo, tu mi castri, io mi ribello. E per essere sicuro che non tiranneggerai più nella mia vita, non solo ti sostituisco con un orrido demonio, ma sposto sul demonio i caratteri inferiori e negativi della femmina. Demonizzazione del padre, femminizzazione del demonio: un attacco al vetriolo! Mr. Immondizia è incazzato nero, procede su una scala rabbiosa che non finisce mai. C’è sempre un altro scalino. Non gli basta abbassare il padre, giacché nel basso ci può essere qualcosa di super, e questo è il demonio. Vuole distruggere anche ciò che c’è di super nel basso, e allora affonda le mani nel demonio per svuotarlo dall’interno. L’inferno di Satana è un corpo depotenziato di femmina, ed è qui che, alla fine, viene collocato il padre. La lotta del nostro pittore posseduto si placherà altrove, seguendo altre strade. Restano le armi, ancora insanguinate, sul campo di battaglia. Un ammasso di demoni cornuti e femmine discinte.
A prova di fascismo
Freud si lascia scappare dei lapsus e sono “politiciâ€. Transfert e controtransfert appartengono anche alle relazioni di potere, e ai nessi tra poteri e saperi. Sono dichiarazioni di guerra, duelli, giochi d’astuzia, raggiri diplomatici, alleanze truccate o a doppio taglio. Sono strategie di sublimazione e di sotterramento, di abbassamento e d’insurrezione, manovre e contromanovre. Alla fine dell’Ottocento, nell’inferno femminile della Salpêtrière – circa 4000 donne talpa rinchiuse (altro che leggenda metropolitana!) – si apre una grandiosa scena di transfert e controtransfert. Protagonisti Charcot, uno psichiatra che sogna di diventare un vero medico, e le internate, le quali accettano di dare una mano all’aspirante medico e, in cambio, domandano di non essere più trattate come follia-spazzatura da ammassare e sotterrare in manicomio, ma di essere riconosciute come vere malate da curare in veri ospedali.

Nel corso al Collège de France intitolato Le pouvoir psychiatrique, Foucault inforca il binocolo e vede «les grandes manœuvres de l’hystérie à la Salpêtrière». Una vera battaglia: sfide, scontri a muso duro, tattiche avvolgenti, disseminazione di trappole da un lato e dall’altro, attacchi e contrattacchi, tentativi di prendere il controllo delle operazioni da parte dell’uno e da parte dell’altro. L’isteria non si spiega solo come malattia, positività ibernata nelle distese di ghiaccio della verità scientifica. È anche lo spazio storico in cui si svolgono i fatti: il rapporto tra il neurologo e l’isterica è un duello, nel corso del quale le cose sono andate così ma potevano andare diversamente. Siamo uomini oppure no? Che cos’altro abbiamo da giocarci, se non un margine di potere, di sapere, di libertà ?
I lapsus politici sono quelli in cui ci sfugge di dire che la dichiarazione di guerra viene da sotto, che è l’attacco scagliato da forze basse, infernali. Per questo l’apparizione del Minatore, nel film Gli Incredibili, è un formidabile lapsus politico. Per questo la psicopatologia della vita quotidiana è crivellata di lapsus politici. Ma in che mondo viviamo? Un mondo ricoperto di angeli premurosi e sadici, di superguerre macabre e salvifiche. Un mondo neo-manicheista che scava inferni, che designa mali assoluti per poter proclamare ancora discorsi sublimi, per dire di nuovo che deve trionfare il bene, l’unico, il potente, il vero. Un mondo che usa il dualismo del bene e del male, non per far parlare la guerra, ma per farla tacere raccogliendo la società in enormi fasci di domesticità e di pace. Un mondo che tutti i giorni canta il requiem per il duello, ma facendo un passo indietro anche rispetto a Hegel. E a Marx. Che cosa avrebbe detto uno come Bataille in un mondo come questo? Innanzitutto, che cosa avrebbe fatto. Anzi, cosa ha fatto. Per cominciare, ha risposto ad Alexandre Kojève, magistrale estensore della lezione “finale†di Hegel nella Parigi degli anni 30: d’accordo, il Sapere assoluto è compiuto; d’accordo, la storia è al crepuscolo; ma allora vuol dire che la mia vita è solo residuo, eccedenza, materiale di scarto; allora «immagino che la mia vita – o, meglio ancora, il suo aborto, la ferita aperta che è la mia vita – costituisca di per sé la confutazione del sistema chiuso di Hegel». C’è qualcosa, un supplemento di negatività che non si può mettere al lavoro; e con questo “negativo senza impiegoâ€, con questa ferita purulenta io contesto. Qui la vita non si sublima affatto, magari per riconquistare dal basso i propri diritti. Non proclama il proprio trauma o il proprio handicap per riprendersi un po’ di potere. Si qualifica, altresì, unicamente per il bellicoso supplemento attraverso cui rilancia la sfida. La risposta di Bataille è una dichiarazione di guerra e, in effetti, il Minatore, l’uomo talpa della filosofia novecentesca è proprio lui: “Non sono solo spazzatura; perciò, con questa spazzatura – con la mia vita debosciata, con l’aborto immondo che è la mia vita – io porto la guerra nella storia della filosofiaâ€. Sfido il Sapere assoluto, la fine della storia, lo Stato universale e omogeneo, il mondo neutralizzato e pacificato, la croce sopra ogni rigurgito di conflitto. Formidabile lapsus politico nel cuore di tenebra del Novecento. E introduzione a una pratica antifascista, se è vero che il fascismo (si veda Nietzsche et les fascistes. Une réparation, “Acéphale†gennaio 1937), è la forma di esistenza umana più vicina al Dio eterno, in quanto realizza la forma più chiusa e compiuta di “organizzazione†sociale. Una società stretta e chiusa come un grasso covone di grano, nobilitato dai segni dell’autorità , della gloria e della potenza. Invece, tutto si divide, tutto è politicizzabile, si può discutere di tutto. Ma come si divide? Chi è il diavolo?

Bataille, non solo non si associa al de profundis sul duello, ma lo rilancia all’alba degli anni 30 sfidando tutte le forme di idealismo. Come un forsennato si mette a schiantare le croci che fanno segno verso l’alto. È un cane rabbioso che addenta gli angeli ai calcagni impedendogli di volare. Come se fosse la morte in persona si mette a falciare tutti i prefissi “super†(sur), prendendosela eccezionalmente persino con Nietzsche: anche il suo superuomo è troppo super. Vuole dividere, creare interstizi e margini di manovra in una società che si sta richiudendo su se stessa come una testuggine. È già andato in Spagna, prima del 1936. Ha giaciuto tra i cadaveri, mentre in lontananza le uniformi brune si raccoglievano nella luce febbrile di un canto violento e osceno. Ha visto l’azzurro accecante della guerra, il sole sprofondato nel cielo come un cadavere in fondo al pozzo. Ma, prima di andare in Spagna, prima della visione e della catastrofe, aveva già cominciato a dividere. Lo aveva fatto dalle pagine della rivista “Documentsâ€, falciando il prefisso sur dalla parola surrealismo. Aveva morso l’angelo più vicino: si chiamava André Breton ed era il papa del surrealismo. Si dice che sia stato Breton ad attaccare per primo Bataille, nel Secondo manifesto del surrealismo (1930), opponendo la pulizia dell’anima, il distacco dalle cose volgari, l’affrancamento da ogni forma di debolezza e di malattia, alla sporcizia, alla senilità , alla morbosità dell’appassionato di ragni, mosche, sputi e altre inenarrabili schifezze.
Breton dipinge il surrealismo in modo tanto più angelico, quanto più luciferino deve apparire il volto dell’avversario. Le idee di Bataille sarebbero materia per medici o esorcisti, essendo egli affetto da «déficit conscient à forme généralisatrice», da «psychasthénie» (Breton usa la clinica ad angolo retto – comme il faut – e se lo può permettere, avendo studiato più medicina che filosofia e coltivato la lezione di maestri come Charcot, Babinski e Freud; ancora lo zampino della psichiatria: viene da lei anche il segno “super†del surrealismo? Non saremo forse un po’ paranoici?). Tutto, sotto la penna di Breton, diventa meraviglioso: l’inconscio, Sade, il diavolo, le isteriche. Mentre tutto ciò che esce da quella di Bataille è bava di handicappato, schiuma di un malato demente e sporcaccione.
Il meraviglioso dichiara guerra al mostruoso. Ma ormai dovremmo avere orecchi per i lapsus. Eccone uno, puntuale. Breton, a un certo punto, dice: «Je m’amuse d’ailleurs à penser qu’on ne peut sortir du surréalisme sans tomber sur M. Bataille». Bataille è un «filosofo-escremento», tuttavia possiede almeno una virtù: il «rigore». Non una virtù qualsiasi, dal momento che il rigore è il marchio stesso della poetica virilità . Si tratta, certo, di un riconoscimento fatto all’avversario, ma riconoscere l’eccellenza del nemico è anche un modo per issare il proprio blasone. Dio non sconfigge un diavoletto qualunque. Lotta contro Satana in persona. Vince contro il Signore degli Inferi, sconfigge il Nemico Assoluto. Per questo è Dio. In sostanza, Breton dice che non si può uscire dal bene senza cadere nel male, che non si può smettere di essere puliti senza sporcarsi, di essere sani senza ammalarsi. Ogni eresia ha il volto del diavolo, quella surrealista la faccia da contadino ostinato di Georges Bataille. E questa è la radice stessa del lapsus. Perché vuol dire che l’essere ha già cominciato a dividersi, che si è aperto un margine di possibilità , che è in atto una sfida. Perché Bataille, a partire almeno dal 1929, da quando ha messo piede nella redazione di “Documentsâ€, non ha fatto altro che dichiarare guerra ai surrealisti sputtanando la loro cucina poetica: usano materiali bassi e infetti, ma poi li traspongono in salsa ideale e vengono fuori solo piatti puri, nobili, veri. L’informe ha dichiarato guerra al meraviglioso.
Le trasposizioni poetiche dei surrealisti sono piatti autorevoli. Da autentici chef. Perciò, in definitiva, il surrealismo è roba da classi dirigenti e le classi dirigenti sono fatte per dirigere, condurre, governare. Domanda: se il problema è come introdurci a una vita non fascista, ci metteremo completamente nelle mani del management antifascista o non fascista, oppure cercheremo di fare un po’ a meno dei manager, per essere in generale un po’ meno governati? Problema serio, scottante. In ogni caso, tutto ciò che indossa Breton sa di borotalco e fiori di campo. Puzza troppo di pulito, di sano, di buono, cioè di idealismo. Inoltre, per Bataille il fascismo è la sublimazione delle forze basse rivoluzionarie nella persona gloriosa del duce, lo chef maximo; è la riunione compiuta degli elementi eterogenei e di quelli omogenei, degli uomini talpa e delle classi dirigenti, dei lapsus sovrani e della loro razionalizzazione, della feccia costituente e dell’autorità dello Stato. Il nocciolo del fascismo – ciò che fascia, riunisce e chiude nel fascismo – è la sua superbassezza. Lo dice lui ed è tutto da verificare, dal momento che la stessa cosa potrebbe dirsi, per esempio, dello stalinismo (ma una differenza tra le classi dirigenti fasciste e quelle comuniste esiste e va subito sottolineata: mentre le seconde possono essere interessate all’emancipazione degli uomini talpa, e diventare quindi loro alleati politici, alle prime interessa solo che la spazzatura resti spazzatura, nobilitata esclusivamente dall’identificazione carismatica con il capo). Al di là di tutto, per uno come Bataille che ha fatto della caduta dei prefissi “surâ€, a partire da quello di surrealismo, l’obiettivo principale della sua battaglia, parlare di surfascisme è una barzelletta. Filologica prima che filosofica. Diciamo allora così: la polemica tra Bataille e Breton è una controprova sottile e rischiosa del fascismo montante. Una sorta di test del carbonio-14 attraverso il quale si può sapere come sono stati metabolizzati gli anni 30 in Europa. Surrealisti contro basso-materialisti. Non è uno scherzo. Comunque vada, qualcuno si scoprirà e si ferirà . Per cominciare, potremmo domandarci se, oggi, non stiamo metabolizzando nuove forme di razzismo e di fascismo…