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Marzo, 2010
Sabato, 27 Marzo 2010
Dal Venerdì di Repubblica, 26 marzo 2010
Racconto l’arroganza del fascismo. E le sue bugie. Vi ricorda qualcosa?
Andrea Camilleri parla del suo nuovo romanzo, Il nipote del Negus, edito da Sellerio.
“Ho vissuto il fascismo, e ho cercato di resituire ai lettori quell’atmosfera di potere arrogante. Purtroppo si tratta di una malattia che ritorna (…) Cerco di far emergere quanto la propaganda e il controllo della comunicazione, la mistificazione e la falsificazione, siano elementi fondamentali per la costruzione del consenso e anche per la coercizione del consenso. Ecco perché se qualcuno, leggendo il mio libro, troverà un retrogusto amaro, avrò raggiunto il mio obiettivo”
Lunedì, 22 Marzo 2010
L’AMORE VINCE SEMPRE SULL’INVIDIA E SULL’ODIO, dichiara trionfalmente Silvio Berlusconi, indossando gli abiti logori di uno slogan vecchio come la storia del cristianesimo.
Sul fatto che il bene debba trionfare sempre, e quasi per principio, ci eravamo soffermati nel secondo capitolo del nostro Graphic Essays LA CROCE DELLA NORMALITA’ intitolato “Politiche del lapsus / Il ritorno degli uomini talpa”. Ecco un estratto:
“In un articolo del Code of the Comic Magazines Association of America, è scritto: «In every instance good shall triumph over evil and the criminal punished for his misdeeds». Il bene avrà sempre la meglio sul male e i criminali saranno sempre sconfitti e puniti. Dichiarazione trionfale o discorso istituzionale edificante che nasconde la crisi per tacere la guerra? Il solito tentativo degli “occupanti” di esorcizzare il conflitto, congelando i rapporti di forza sotto la coltre di una pace imperiale? In effetti, tutta questa esibizione muscolare, da parte del bene, è sospetta. Il mistero è fitto, meglio chiedere aiuto a un super-esperto. Nelle Lezioni sulla filosofia della religione (1821-1831), a proposito del dualismo del bene e del male, Hegel dice: «Il bene combatte il male, deve trionfare, ma sempre solo deve, e non raggiunge con ciò il fine. […] Il bene è certo il vero, il potente, ma lo è come principio in lotta con il male, cosicché a lui si oppone il male, e rimane assoluto come principio che il male deve veramente essere vinto e conciliato, ma ciò che dovrebbe essere non è. Il dover essere è una forza che non si può realizzare, è questa debolezza, questa impotenza».
Che il male debba soccombere per principio è la dichiarazione d’impotenza del bene e di tutte le fondazioni istituzionali che poggiano la manifestazione teorica del sublime sulla sconfitta preventiva del male (di ciò che è assolutamente esteriore al bene). Come se il male fosse da sempre “eccepito”, catturato fuori, marchiato ed espulso come spazzatura, confinato all’inferno. Una vittoria senza battaglia è una dichiarazione di debolezza, d’impotenza…”.
Di fronte al discorso trionfalistico dell’amore e del bene, un brusio sotterraneo si fa strada, l’ostinata dichiarazione di sfida degli uomini talpa:
“Gli uomini talpa non fanno discorsi sublimi, non enunciano teorie. Dicono semplicemente “ti sfido” oppure “dichiaro guerra”. Bataille sente distintamente questa voce: “Io non sono solo polvere; perciò con la mia polvere io ti sfido!” (anche Foucault si metterà in sintonia con questi appelli, voci di donne e uomini infami; perché noi continuiamo a non ricevere?). Lanciando questa sfida, dichiarando questa guerra io sono un soggetto guerreggiante e realizzo ciò che dico di essere. Il performativo è già una performance. Non proclamo in anticipo la mia vittoria (come fanno i garanti dell’ordine e della pulizia, del bene e della pace), non sono un soggetto trionfante, non dico “devo essere”. Prendo la parola e, dicendo quello che dico, realizzo che in questo preciso momento non si sa più chi vincerà e chi perderà. Il senso della vittoria e della sconfitta sono sospesi. Bisognerà aspettare la fine della partita, seguire tutto il suo andamento aleatorio, per provare a decifrarlo. Da adesso si gioca, ora ce la giochiamo. Le parole sono fatti. La forza degli uomini talpa, hegelianamente parlando, è che gli basta lanciare la sfida per poter essere realmente ciò che sono: nient’altro che dei soggetti bellicosi”.
Detto questo, siccome il “partito dell’amore” scalpita, è venuto il momento di mettere mano al prossimo capitolo della CROCE DELLA NORMALITA’, intitolato “Duel_Dual / La rivolta degli antiesorcisti”, e dedicato all’eresia gnostica. Infatti, sarà sempre greazie agli gnostici - i primi eretici contro e grazie i quali il cattolicesimo ha edificato la sua Chiesa - che l’uomo potrà dirsi libero dal ”dovere” di amare il mondo.
Nel blog trovate i testi guida della ricerca, cominciamo a raccogliere le citazioni e i contributi iconografici.
http://www.action30.it/blog/?page_id=764
http://www.action30.it/blog/?page_id=766
Sabato, 20 Marzo 2010
I fraticelli di Action30 continuano a predicare la loro erratica novella.
Il 19 marzo all’Hiroshima mon amour di Torino: leggi
Il 20 marzo al Circolo Arci 25 aprile di Novara: leggi
Venerdì, 19 Marzo 2010
Scariche elettriche a chi sbaglia, il reality che sconvolge Parigi
PARIGI - Può un gioco televisivo trasformare i protagonisti in carnefici? Ed esistono ancora persone disposte a compiere efferatezze soltanto per eseguire gli ordini? Se lo è chiesto un anno fa il documentarista francese Christophe Nick, realizzando un terribile gioco televisivo. Con la rete France 2 ha reclutato ottanta candidati per una trasmissione a quiz, ” La zone Xtrème “. Si trattava di porre domande a un altro candidato legato a una sedia e rinchiuso in un gabbiotto di vetro. Se le risposte erano sbagliate, chi aveva fatto la domanda poteva scegliere la punizione fra scariche elettriche da 260 volt, da 280, da 300, da 400, da 420 fino a 460 volt. Sobillato dalla giornalista Tania Young, il candidato abbassava la leva. Il poveretto rinchiuso nel gabbiotto urlava e si dimenava. Il gioco era finto, la vittima era un attore, ma i carnefici non lo sapevano. Eseguivano gli ordini. Senza saperlo, si sottoponevano all’ esperimento dello psicologo americano Stanley Milgram, condotto tra il 1961 al 1963 su candidati trovati con un annuncio sul giornale. Il suo test nasceva da una domanda: è possibile che il nazista Adolf Eichmann abbia organizzato la “soluzione finale” semplicemente per obbedire agli ordini? L’ esperimento Milgram avrebbe dovuto misurare il livello dell’ obbedienza umana verso l’ autorità, la sottomissione umana al potere. Anche quello di un presentatore di un gioco a quiz. Accanto a Milgram durante i test era la filosofa Hannah Arendt, la quale nel ‘ 63 pubblicò il suo saggio più famoso: “Eichmann a Gerusalemme. Rapporto sulla banalità del male”. Il documentario di Christophe Nick si intitola Le jeu de la mort, il gioco della morte, e andrà in onda mercoledì sera su France 2. È un montaggio delle immagini più forti del fittizio La zone Xtrème con i pareri degli psicologi. L’ ottanta per cento dei candidati ha obbedito, alcuni hanno inflitto i 460 volt, il massimo della pena, nonostante la “vittima” desse segni di svenimento. «Mi hanno detto: fai, e io ho fatto», «Ho dimenticato la mia razionalità», «Ero in preda a una lotta interiore», hanno detto i candidati-carnefici dopo aver scoperto di aver partecipato a un nuovo esperimento Milgram. Ma dopo, per alcuni, il recupero psicologico è stato difficile. - LAURA PUTTI (Repubblica 14 marzo)
vedi servizio
Di passaggio a Marsiglia, mercoledì 17 ho avuto l’occasione di vedere su France 2 il documentario di Christopher Nick, Le jeu de la mort. Era chiaro che spingendo la logica del reality alle sue estreme conseguenze, prima o poi se ne sarebbero toccati i limiti. Questo “documentario” inaugura infatti la stagione dei meta-reality. Mentre pretende mostrare e denunciare con sguardo obiettivo il potere della tv, in realtà il programma non fa altro che inscrivere protagonisti e spettatori di questo “esperimento” in un reality di secondo grado: reality show di come funzionano - realmente o essenzialmente - i reality di show. Perché il problema sta tutto qui: presentandosi come semplice reportage di un esperimento - ossia come qualcosa che dovrebbe in qualcjhe modo esorbitare dalla logica dello spettacolo - in realtà questo programma non fa altro che creare le condizioni di una spettacolarizzazione ulteriore o esponenziale: spettacolo di una certa logica (sicuramente feroce e inquietante) dello spettacolo. D’un tratto, invece di partecipare - da spettatori o protagonisti, poco importa - alla messa in scena della realtà, ci trasformiamo negli osservatori riflessivi e critici di tale messa in scena. Da semplici cavie, a osservatori di come fungiamo da cavie nella e grazie alla tv di tutti i giorni. Ma l’occhio televisivo ha già fatto un salto di livello e, dilatadandosi e inscrivendoci in un’orbita più ampia, è riuscito a trasformarci nelle cavie che osservano il proprio essere cavie. Risultato: un’estrema spettacolizzazione della nostra esistenza quotidiana. Dallo spettacolo del reality show, al reality show come iper-spettacolo (che si presenta ormai nella forma neutra e rarefatta del “documentario di se stesso”). Il sedicente documentario è fondato sull’idea di sperimentare la capacità di dissobedire all’autorità televisiva, nel momento stesso in cui questa prescrive di infliggere una vera e propria tortura ai partecipanti di uno dei suoi giochi. Sembra dunque che tutta l’analisi vada naturalmente verso la distinzione tra carnefici (la maggioranza di coloro che non riescono a disobbedire al diktat televisivo e coninuano a schiacciare il pulsante che infligge la pena) e disobbedienti (la minoranza che a un certo punto si rifiuta di andare avanti). In realtà, ed è questo l’aspetto più odioso della mistificazione messa in opera da questo meta-reality show, tutti i partecipanti all’esperimento sono sin dall’inizio le vittime di un gioco che si volge sulla loro pelle e a loro insaputa: la spettacolizzazione del modo in cui quotidianamente ci rapportiamo al mezzo televisivo. Additando una maggiornza di carnefici-televisivi, la televisione stessa evita di mostrare se stessa come la grande macchina di una Carneficina-Spettacolo totale e illimitata. Ultima considerazione: si potrebbe dire che questa volta la tv riesca quanto meno ad assolvere a una funzione pedagogica, premiando per così dire la capacità di resistenza che nonostante tutto continua a esistere nell’uomo, e mettendo invece in guardia dalla cieca obbedienza che purtroppo continua a essere maggioritaria. Attenzione, perché qui c’è l’ultima e più insidiosa trappola di questo meta-reality che tende a presentarsi come un elogio della disobbedienza. Infatti, la tesi su cui si basa questo elogio è che, a causa dell’immenso potere di suggestione della tv, la disobbedienza è un bene raro per principio. Qual è il rovescio di questa tesi? Semplice: che non si può dare la colpa alla maggioranza della gente che obbedisce (così come, in democrazia, non si può dare la colpa a chi vota Bush, Berlusconi o Sarkozy, perché in democrazia la maggioranza ha sempre ragione…). Non solo dal documentario non emerge nessuna intenzione di condanna nei confronti degli “obbedienti” (ciò contraddirebbe la tesi dell’immenso potere di suggestione della tv), ma si può addirittura leggere in controluce un riconoscimento della loro positiva tendenza a stare alle regole. E’ in buona fede che si trasformano in carnefici, la colpa è solo del sistema. Molti dei carnefici dicono infatti di essere andati avanti perché sono persone ordinariamente “disciplinate”. Non è questo in fondo che auspica una convicìvenza democratica: persone disciplinate, elettori di cui ci si può fidare, lavoratori che non vengono meno alla prima difficoltà? L’importante è che queste persone siano inscritte nel buon quadro democratico, buono per principio, piuttosto che in quello cattivo per principio del nazismo, ma anche in quello ugualmente cattivo di una certa deriva televisiva della democrazia… E così va in onda lo show della democrazia…
Giovedì, 18 Marzo 2010
Nell’ambito del convegno internazionale “Fascismo senza fascismo?
Indovini e revenants nella cultura popolare italiana (1899-1919/1989-2009)” presso l’Università di Liegi (Belgio), Giuseppe Palumbo, a nome del collettivo, presenterà il volume “L’uniforme e l’anima”, edizioni ACTION30. Martedì 16 marzo alle ore 10, presso la Salle de l’Horloge.
Domenica, 7 Marzo 2010
Ricordate il nastro bianco del film di Haneke? Legato intorno alle braccia di alcuni bambini austriaci, sembrava prometterli alla missione storica del sadismo. Forse è il caso di domandarsi come e perché questo nastro bianco si trovi sempre più spesso intorno alle braccia dei bravi e onesti giovani italiani. Si dice che l’Italia non sia un paese razzista, eppure si susseguono ormai senza soluzione di continuità le aggressioni omicide ai clochard, ultimo avatar delle “vite indegne di essere vissute”, della spazzatura umana che tanto preoccupava il delirio igienistico del Terzo Reich. L’Italia è un paese nazista? No di certo, ma è certamente un paese in cui si può essere nazisti per una notte, così per gioco, senza nessun’altra “motivazione” se non quella di accendere (anche lettteralmente: alcuni clochard sono stati bruciati vivi) una notte stanca… Domanda: c’è un altro paese in cui si stanno verificando con regolarità allarmante (ma lo sentiamo suonare questo allarme?) episodi di questo tipo? Facciamo una piccola inchiesta. L’unica cosa che mi viene in mente è che in Olanda, dove è stato appena premiato nelle elezioni amministrative il partito di estrema destra Pvv di Geert Wilders (che si candida a diventare il futuro primo ministro), è uscito qualche tempo fa un romanzo - La cena - al cui centro c’è il giocoso assassinio di una donna senza tetto da parte di alcuni ragazzi “bene” (tra cui il figlio di colui che si candida a diventare… il primo ministro olandese). Per il momento non possiamo fare altro che continuare ad affidarci alle visioni ballardiane, come quella proposta da questo romanzo di H. Koch.
Ecco dunque la notizia (6 marzo 2010):
Tre giovani picchiano un senza tetto
L’uomo è stato aggredito in corso di Porta Ticinese con un manganello e ferito con un cacciavite
Le “armi” sequestrate Tre giovani sono stati arrestati a Milano con l’accusa di aver picchiato e ferito la notte scorsa un clochard, poi trasportato all’ospedale Policlinico.
L’uomo è stato aggredito in corso di Porta Ticinese: è stato malmenato con un manganello e ferito a un gluteo con un cacciavite. I carabinieri, avvisati da un cittadino, sono arrivati sul posto quando la banda, attorno alle 3, era ancora in azione.
La vittima, che non aveva documenti e che ha detto di essere di nazionalità svizzera e di avere 45 anni, è stata trasportata al Policlinico. I medici si sono riservati la prognosi anche se l’uomo non sarebbe in pericolo di vita.
Per i tre, due di 20 anni e uno di 24, tutti italiani e incensurati, l’accusa è di tentato omicidio a scopo di rapina anche se, secondo quanto riferito, la vittima in tasca non aveva né soldi né oggetti di valore. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri del Nucleo radiomobile.
NB: L’accusa di tentato omicidio ”a scopo di rapina”, essendo la vittima un clochard, è sicuramente un lapsus che nasconde e al tempo stesso smaschera l’incapacità di guardare in faccia la lucida follia che è alla base di questi atti.