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C’est l’application LA PLUS TELECHARGEEÂ actuellement en Italie (vedi artcicolo)
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Succede a volte di trovarsi difronte a strani incroci che ti costringono alla riflessione e comunicare, nel senso di mettere in comune, tale agitazione del pensiero. Così mentre preparo una ralazione sulla mafia come fenomeno sociale mi imbatto in un famoso articolo di Leonardo Sciascia dal titolo “I professionisti dell’Antimafia”. In questo intervento l’autore de “il giorno della civetta” prende in considerazione le ricerche condotte da Christopher Duggan sul rapporto tra Mafia e Fascismo. Lo studioso americano attraverso l’analisi dell’agire del prefetto Mori (incaricato con pieni poteri da Mussolini) rileva come il discorso dell’anti-mafia nelle mani del potere fascista si ricurva dentro se stesso per trasformarsi in una falce che con la mafia elimina anche la possibilità del dissenso. Duggan, in altre parole vede acutamente che l’anti-mafia diventa una veste-morale per il fascismo, che può presetarsi come forza di giustizia, ma non solo; Le stesse libertà individuali vengono meno e ogni minimo gesto eccedente, ogni lapsus diventa l’occasione per essere accusati, internati, giudicati; lo scarto tra il mafioso e il dissidente, l’uomo di cosa nostra e il brigante si sfuma e diventa impercettibile. Nel suo articolo del 1987, Sciascia, che sarà oggetto di aspre critiche, si rende conto del pericolo e della deriva fascista sia pure con nuove forme. Lo scrittore siciliano non si limita solo all’analogia tra l’anti-mafia fascista e quella a lui contemporanea ma coglie lo scarto che tale discorso produce attraverso i dispositivi mediatici.
Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città : dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.
 La perfomance antimafiosa produce sicurezza, attribuisce valore e per questo che pur mantenendo rapporti con la mafia, tutti i politici sono anti-mafiosi. Forse perchè la mafia non esiste come dicono i Boss, è solo un invenzione di Impastato e La torre. Il pericolo è che questo tipo di discorso genera facilmente un consenso, cosicchè per dirla con Agamben, i soggetti amano e ameranno i loro dispositivi. Ed ecco che queste riflessione si incrociano con il presente contraddistinto dal vertice anti-mafia tenuto a Reggio-Calabria dal governo Berlusconi, che afferma “Faremo pu/olizia della mafia”……poi il lapsus “ gli immigrati aumentano il tasso di criminalità ”. Ecco che le considerazioni inattuali e av-venire di Sciascia si concretizzano nel nostro presente e il discorso performativo dell’antimafia diventa e/o si manifesta nella sua essenza razzista e prepotente. Non sarei stupito che l’incaricato della ”missione” sia Bertolaso.
garrincha dal pozzoÂ
Ieri, 29 gennaio, nell’aula magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, Enrico Fornaroli, docente di storia del fumetto presso la stessa Accademia, e Giuseppe Palumbo, autore di fumetti e rappresentante del collettivo Action30, hanno presentato il cortometraggio “Don’t forget the Joker!” di Adrian Tranquilli. Il video, che vede Achille Bonito Oliva calato perfettamente nei panni di Joker, trae le sue origini da una precedente opera dallo stesso titolo, in cui autori di fumetto come Palumbo, Camuncoli e Dell’Otto (questi ultimi vere star del fumetto supereroistico americano degli ultimi anni) avevano dato vita a un fumetto a più mani, diventato ora una sorta di storyboard del video. La cartella che conteneva la storia a fumetti era stata esposta al Napoli Comicon, nei locali del Trip, come parte integrante della mostra dedicata a Action30.
La riflessione sulla figura del supervillain, come ineludibile controparte della irrisolta figura del supereroe, anzi quasi come principio creatore addirittura luminoso è al centro della più recente installazione di Tranquilli presso la galleria Scognamiglio di Milano, in cui una gigantesca ricostruzione della Basilica si San Pietro è interamente fatta da 50000 carte da gioco di varie epoche rappresentanti il Joker, il Matto. Davanti a questo castello di carte, un Batman impaurito e assolutamente bianco, rimane investito dalla luce di questa rivelazione tragica.
Durante la serata, Giuseppe Palumbo ha collegato la ricerca artistica di Tranquilli al lavoro di ricerca sulla Supernormalità del collettivo Action30. Tranquilli annuiva soddisfatto e confermava la sua adesione al progetto del collettivo. Il video “Don’t forget the Joker!” è stato acquisito come parte integrante della docu-fiction di prossima produzione.
Riporto da Facebook, dalla pagina a cui sono iscritto, Primo marzo 2010 Sciopero degli stranieri - Gruppo di Bologna:
In attesa del primo sciopero degli stranieri, è possibile ancora sorridere di fronte al collasso del sistema immigrazione in Italia?
L’annuncio di ieri a “Che tempo che fa†del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di concedere protezione agli immigrati feriti a Rosarno, fa scappare una battuta: per essere considerati uomini, donne, lavoratori, cittadini in Italia bisogna avere la sventura di farsi sparare come è successo agli stranieri colpiti nella tre giorni e tre notti di caccia all’uomo in Calabria?
Quello del ministro è un provvedimento doveroso. Ma senza un aggiornamento della legge sull’immigrazione rimane un’elargizione, un regalo, un tampone alla bomba sociale che la Bossi-Fini prima e il pacchetto sicurezza poi hanno innescato.
Sentite qua.
1) Giovedì 14 gennaio, conclusa la trasmissione Annozero, la polizia ha fermato per mezz’ora tre ospiti che erano intervenuti in diretta. Non li hanno lasciati nemmeno uscire. Sono stati bloccati in un corridoio secondario, dentro gli studi della Rai. Non hanno fermato me (che sono imputato davanti al Tribunale di Agrigento per aver dichiarato di essere iracheno quando sono stato ripescato dal mare di Lampedusa). Non hanno nemmeno fermato l’onorevole del Pdl Alessandra Mussolini (è parlamentare, non si può) anche se potrebbe riconoscere chi si muove nella rete di estrema destra con cui è stata alleata fino a pochi mesi fa. Hanno fermato gli unici tre ospiti neri. Il funzionario di polizia voleva verificare che avessero davvero la ricevuta per aver chiesto il permesso di soggiorno. Deve essere l’originale (non una fotocopia).
Un abuso? No. Da quando l’essere irregolari è reato, i pubblici ufficiali per non finire a loro volta nei guai devono controllare.
I cedolini c’erano.
Se avessero dimenticato a casa gli originali o anche se avessero avuto con sé le fotocopie (per non perdere gli originali) i tre ragazzi sarebbero stati rinchiusi nel centro di identificazione di Ponte Galeria e avrebbero rischiato fino a duemila euro di multa e un anno di carcere.
Provate voi a immaginare un italiano condannato a un anno di carcere per aver dimenticato la carta di identità … Infatti la legge vale solo per gli stranieri.
L’episodio va letto anche in un altro modo: uno schiavo dell’agricoltura al Sud o dell’edilizia al Nord, se non ha il permesso di soggiorno, non può mai più denunciare pubblicamente o alle autorità le sue condizioni di schiavitù. Perché rischia l’arresto immediato e se non lascia l’Italia, una condanna fino a 4 anni di carcere. Più del suo caporale, che non rischia nulla, e del datore di lavoro, che spesso non si trova mai.
2) Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi è talmente impegnato a scongiurare situazioni di schiavitù come quelle di Rosarno che nel 2009 ha avvallato queste disposizioni, contenute nel Documento di programmazione dell’attività di vigilanza: meno controlli in tutta Italia, con punte del 50 per cento in Calabria.
La Calabria ha un altro record: secondo uno studio del 2006 dell’Agenzia delle entrate gli imprenditori calabresi evadono il 94 per cento dell’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive.
Significa che il 94 per cento dell’economia calabrese è sommersa e resta sommersa grazie anche alla decisione del ministro Sacconi di ridurre i controlli (e di indirizzarli semmai sulle imprese di proprietà di immigrati).
Non è solo una piaga del Sud. La Provincia di Venezia ha scoperto che il 27 per cento degli addetti nelle industrie manifatturiere in Veneto è composto da lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno. Siamo nel Nordest.
3) Dopo l’inchiesta de L’espresso a Foggia nel 2006, Giuliano Amato, ministro dell’Interno nel governo Prodi, aveva istituito una commissione composta da prefetti, funzionari di polizia e ufficiali di carabinieri e guardia di finanza. La commissione aveva suggerito la necessità di istituire il reato di caporalato perché, secondo i commissari, le leggi attuali non sono in grado di reprimere il fenomeno. Il ministro dell’Interno successivo, Roberto Maroni, ha istituito il reato di immigrazione clandestina che punisce anche i lavoratori. Ma non i caporali. Il progetto della commissione del 2006 è stato ignorato.
4) Sempre dopo l’inchiesta de L’espresso a Foggia nel 2006, il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, nel governo Prodi, aveva istituito un fondo integrativo da affidare all’Inps per gestire con le regioni l’ospitalità , l’assistenza e la tutela dei lavoratori stagionali. Il ricorso alla Corte costituzionale delle Regioni di centrodestra Lombardia e Veneto ha fatto bocciare il provvedimento.
5) Sempre dopo l’inchiesta de L’espresso a Foggia nel 2006, il governo Prodi aveva proposto di estendere ai lavoratori irregolari la tutela prevista per le vittime della tratta dell’immigrazione, qualora denunciassero i loro sfruttatori. La proposta non è passata per l’opposizione di funzionari del ministero dell’Interno, perché temevano che la norma avrebbe aggirato i limiti imposti dalle quote annuali (che sono la causa indiretta del lavoro nero. L’esempio della Puglia nel 2006: quote stagionali 1600, necessità di lavoratori stagionali solo per la provincia di Foggia 5000-7000).
6) Sempre dopo l’inchiesta de L’espresso a Foggia nel 2006, il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, nel governo Prodi, ha introdotto l’obbligo di registrare i lavoratori entro il giorno prima del loro inizio, per evitare lo sfruttamento e la registrazione postuma solo in caso di controlli o di incidente. L’attuale governo Berlusconi ha proposto di sopprimere questa norma e il nuovo provvedimento attende l’approvazione della Camera.
7) Se un raccoglitore di arance senza documenti in regola avesse denunciato i suoi schiavisti a Rosarno, avrebbe rischiato fino a 4 anni di carcere. Nessuna norma punisce i parlamentari che hanno contatti con mafia, ‘ndrangheta e camorra.
8 ) Se uno straniero perde il lavoro e nel frattempo gli scade anche il permesso di soggiorno, entro sei mesi deve trovare un’altra assunzione o andarsene. Se resta commette reato, anche se non commette altri reati e si mantiene con i suoi risparmi. I centri di detenzione per stranieri stanno diventando centri di detenzione per disoccupati.
9) Poiché lo Stato ha dimostrato in questi anni di non essere in grado di espellere gli irregolari che hanno commesso reati gravi (solo il 40 per cento viene rimpatriato secondo dati del ministero dell’Interno consegnati a Medici senza frontiere), avremo un’ulteriore massa di lavoratori senza nessun diritto. Se non quello di essere premiati dal ministro dell’Interno. Ma solo dopo essersi fatti sparare.
Per questo il primo marzo aderisco al primo Sciopero degli stranieri.
Fabrizio Gatti
Nell’Italia di oggi, l’inconscio detta, gli italiani eseguono…
In gita a Roma cantando l’inno fascista
la gaffe della scuola elementare Balilla
LA CANZONE, che la maestra ha fatto imparare ai bambini, fa così: «Salve Dea Roma, fulgida in arme, all’ ultimo orizzonte è la vittoria». Gli studenti della quinta C, sotto dettatura, ne hanno scritto il testo sul diario, pronti a cantarla durante la gita scolastica a Roma.
Al referendum sull’Ikea
più votanti che per le Europee
Amburgo si spacca su un nuovo punto vendita in centro
ALESSANDRO ALVIANI
BERLINO
Meglio conservare in pieno centro cittadino un gigantesco parallelepipedo grigio o sostituirlo con un gigantesco parallelepipedo giallo e blu? Messa così, la domanda potrà suonare viziosa. Ad Altona, nella parte occidentale di Amburgo, sta invece dividendo gli animi da settimane. Perché è nel cuore di questo quartiere di quasi 250.000 anime che Ikea vuole costruire una nuova filiale, abbattendo un vecchio edificio in cemento armato e dando vita a una sorta di «City Ikea». 20.000 mq in zona pedonale Un tempio dei mobili a basso costo grande 20.000 metri quadri e alto 37 metri che si annuncia come il primo punto vendita al mondo del gigante svedese creato non in periferia, bensì nel bel mezzo di una zona pedonale. E che zona pedonale: la Große Bergstraße, il viale di 800 metri su cui Ikea ha puntato gli occhi, è stata la prima area per soli pedoni istituita in Germania. … LEGGI TUTTO L’ARTICOLO
Ricordiamo Regno a venire di James G. Ballard: il cuore pulsante del nuovo Stato fascista sarà un… IPERMERCATO!
L’Italia, secondo l’edizione online del Guardian
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l’une des façons les plus contemporaines de manier cette articulation, c’est très sûrement d’interroger frontalement la question du nationalisme, qui éclate aujourd’hui sous toutes ses formes et sous toutes les latitudes en Italie, en France, en Turquie, en Iran, au Venezuela ou en Chine… Problématique devenue paradoxalement mondiale, alors nous sommes ici en amont de futurs flux migratoires conséquents et de prochaines crises globales qui ne feront sans doute qu’accroître les inégalités et les incompréhensions mutuelles.
Aujourd’hui même à Paris, des chercheurs et intellectuels tentent de mobiliser l’opinion et les politiques autour du collectif : ” Pour la suppression du ministère de l’immigration et de l’identité nationale.” (vedi articolo) Car au-delà du vrai-faux débat franco-français sur cette fameuse “identité nationale”, gît et geint dans son ombre un bien plus crucial débat : celui sur l’existence même d’un tel ministère qui est comme une plaie ouverte au coeur de la République, et que la classe gouvernementale dirigeante instrumentalise en y remuant sans cesse le couteau ; notoirement en période pré-électorale.
Attraverso questo dispositivo “analogico” abbiamo realizzato L’uniforme e l’anima, che è appunto un tentativo di pensare le nuove forme di razzismo e di fascismo attraverso il gioco delle analogie con il razzismo e il fascismo di un tempo. Â
Ora il gioco delle analogie impazza, sotto la pressione di eventi come quello di Rosarno.
Dall’articolo di Adriano Prosperi L’uomo bianco con il fucile (Repubblica 11.1.10):
(…) Ronde notturne, posti di blocco, automobili con uomini armati di fucili, agguati, spari, grida, ferocia, paura, corpi sanguinanti di altri uomini in mezzo a paesaggi devastati, a rifugi primitivi: dove avevamo già visto queste scene? È una sequenza che finora avevamo visto solo nei film americani, quelli sul Ku Klux Klan e sulla lunga tragedia del razzismo degli Stati Uniti. Le scene di Rosarno trasmesse dalla televisione sembravano spezzoni di quei vecchi film dove i bianchi americani armati di fucili andavano a caccia di schiavi fuggiaschi (…) La parola «negro», cadendo sull´Italia intera dai fatti di Rosarno, ha prodotto un effetto che ricorda, pur tra molte differenze, l´essenziale di quello che accadde quando le leggi razziali del 1938 portarono per la prima volta nella vita quotidiana la parola «ebreo». Un bel libro di Rosetta Loy ha raccontato come quella parola producesse l´effetto di far scomparire delle persone. Anche con la parola «negro» l´effetto è stato quello (…)
Bene, l’analogia è in piedi e funziona, nel senso che libera il suo potenziale riflessivo, che ci interroga, che ci spinge a riflettere, a pensare. Tuttavia, siccome la scommessa è appunto quella di “pensare il presente” (la famosa ontologia dell’attualità  posta da Foucault come obiettivo di un atteggiamento critico), bisogna poi andare a vedere che tipo di pensiero viene fuori da questo gioco delle analogie. Prosperi, come molti altri, asseconda l’idea secondo la quale in Italia staremmo assistendo al “rigurgito” di qualcosa di vecchio, a delle forme di razzismo che magari altrove sono state superate mentre in Italia ristagnano o riemergono in modo (relativamente) inaspettato. L’analogia serve quindi a pensare il razzismo di oggi essenzialmente “nei termini” di un ritorno del o al razzismo di ieri (vedi il riferimento al Ku Klux Klan e alle leggi razziali del 1938), la qual cosa è confermata dal fatto che questo ritorno del razzismo sarebbe sintomo di un “declino civile senza sbocco”, di una “regressione civile” del nostro paese.
Il problema è che di fronte c’è sempre qualcuno pronto a imbracciare il fucile della novità per ammazzare il problema: “Ma che Ku Klux Klan, ma che leggi razziali! Qui il problema è un altro, il razzismo non c’entra”. (Vedi caso Balotelli…) Putroppo queste due posizioni simmetriche si neutralizzano a vicenda impedendo che in Italia il “problema” faccia presa, dando luogo a un dibattito all’altezza della situazione.
Ovviamente, la nostra ricerca - sviluppata nel blog e confluita nel volume L’uniforme e l’anima - sta dalla parte di un’analisi dell’oggi attraverso il gioco delle analogie con il passato. Ciò detto, la nostra scommessa è però quella di provare a cogliere anche ciò che nelle attuali forme di razzismo e di fascismo vi è di nuovo, di inedito e quindi di sostanzialmente diverso e irriducibile rispetto alle forme storiche di razzismo e di fascismo. La qual cosa non significa affatto negare che oggi ci siano manifestazioni di razzismo e di fascismo che si sovrappongono perfettamente a quelle di ieri, ma solo che sono cambiate le condizioni generali a pertire dalla quali il razzismo e il fascismo s’innescano e tendono a strutturare la nostra comune esperienza del mondo: ebbene, queste condizioni sono legate più alla società del marketing e dello spettacolo che allo Stato totalitario, e affondano più nella dimensione soggettiva, etica, spirituale che in quella collettiva, politica, ideologica.
In altri termini, l’esperienza razzista e fascista è una stratificazione e un’articolazione di vecchio e di nuovo; ma proprio a causa della “complessità ” di questa esperienza è importante cogliere la “dominante”, ossia l’elemento che riesce a tenere insieme, a connettere, a concatenare, a fare la sintesi di questo disparato che è alla base dell’attuale modo di essere razzisti e fascisti. Prendiamo per esempio, il caso dell’operazione White Christmas lanciata dal sindaco leghista di Coccaglio: è evidente che si tratta di una manifestazione grottesca del razzismo vecchia maniera; ma se non s’inscrive questo gesto razzista nella logica del marketing - per vendere il proprio prodotto bisogna farsi pubblicità nel modo più efficace - probabilmente non si coglie il problema.
Oggi la cosa più difficile è riuscire a pensare l’articolazione tra vecchio e nuovo, ossia tra dimensioni tanto distanti quanto possono esserlo un manganello e un centro benessere, una folla inneggiante al Duce e una massa narcotizzata dinanzi alla tv.
Da il Corriere della Sera:
Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo?