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Maggio, 2007
Mercoledì, 30 Maggio 2007
Per prima cosa, non è stata né filmata, né fotografata (quindi vi dovete fidare).
Secondo: forse non tutti hanno idea di come si svolgono siffatte performance-dibattito (nel senso che la performance è il dibattito e il dibattito è la performance: se i parecipanti non prendono la parola, la performance semplicemente non ha luogo). Ne avevamo già prodotta una a Livorno, a ridosso della pubblicazione AI PIEDI DELLO SPORT: pur mantenendo la stessa struttura, per LA CROCE DELLA NORMALITA’ abbiamo potenziato il dispositivo “spettacolare” attraverso un montaggio di immagini proiettate su grande schermo (sequenze del film Gli Incredibili, immagini di sport, fiction, reality show e di quelle che chiamiamo hi-performances: hooligans, filmati autoprodotti dai cosiddetti “bulli”, sevizie fatte e fotografate dai soldati americani nelle prigioni irachene…); ogni sequenza di immagini era preceduta dal titolo di un capitolo e seguita da una serie di frasi, finalizzate a suggerire un percorso di analisi e che terminavano con alcuni interrogativi; a questo punto aveva inizio il dibattito, mentre, interrotta la proiezione del montaggio, sullo schermo si vedeva al lavoro Ultrakorp intento a disegnare alla lavagna luminosa una storia di ordinaria superfollia (prima o poi la vedrete); quindi, per ogni capitolo un momento di discussione e così fino alla fine.
Considerazioni: ci saranno stati una ventina d’interventi, con persone che hanno preso la parola più volte, quindi la performance ha avuto luogo. Dont acte. Sono emersi però alcuni problemi, alcuni li chiamiamo per comodità interni e altri esterni. Problemi interni: c’è uno stacco troppo netto con una notevole caduta di tensione e di attenzione tra la proiezione del montaggio e lo scorrere dei testi; bisogna migliorare questo aspetto, magari cominciando a “chiudere” un po’ di più il dispositivo, a farlo funzionare autonomamente, come una sorta di documentario, con una voce narrante, magari delle brevi interviste ecc.; questo eviterebbe senz’altro lo stacco tra immagini e testo (come vedete il problema delle nostre performance cartacee si ripresenta nelle performance live, interessante no?), ma l’importante è che il dispositivio sia costruito sempre in funzione del dibattito, quindi non sia affatto “chiuso” (una bella antinomia!); insomma, c’è da lavorare, le antinomie si possono risolvere inventando soluzioni sul piano pratico, che è quello che c’interessa.
Problemi esterni: abbiamo avuto a disposizione circa un’ora e mezza e questo non è possibile; in un’ora e mezza puoi fare una lezione magistrale e, se tutto va bene, un paio d’interventi di docenti (gli studenti… se c’è tempo… che non c’è quasi mai); le performance-dibattito non sono una lezione, non si arriva con la ricetta in tasca (anche se non si arriva con le tasche vuote), sono invece un’appropriazione collettiva delle tematiche proposte, e per questo ci vuole tempo, i primi interventi saranno forse avventati, reattivi o visionari, poi l’analisi va avanti, il tempo si dilata e si creano confluenze o divergenze motivate, si rischia insieme di pensare in modo diverso; non dimentichiamoci che le performance-dibattito non sono concetti spettacolarizzati, sono esperimenti di contro-pedagogia collettiva; il secondo problema esterno è dato dal pubblico: troppo omogeneo, trattandosi soprattutto di docenti e di studenti di letteratura; invece queste performance preferiscono di gran lunga l’eterogeneità del pubblico, che qualcuno senza arte né parte (e tutti, in una moltitudine eterogenea sono senza arte né parte…) prenda la parola, magari scavalcando con la sua visione i Professori e noi stessi (come accadde a Livorno, dove c’era un rompi che anticipava costantemente lo sviluppo dell’analisi biforcandola a modo suo: qui diventa difficile per chi conduce, ma questo è il Bel Rischio…); inoltre, trattandosi di docenti e studenti c’era un’inevitabile relazione gerarchica, che è un Bel Blocco…
Detto questo, detto questo, e per non fare incazzare Ultrakorp che giustamente predica interventi più brevi sul blog, non bisogna trascurare che la performance-dibattito l’abbiamo fatta all’Università, che vi abbiamo scaricato la nostra tonnellata di spazzatura eterologico-politica e questo è sicuramente un risultato. Su cui continuare a investire.
Milingoagogò
Mercoledì, 30 Maggio 2007
Dopo la performance-dibattito di Liegi (di cui vi dirò in un prossimo articolo), ho conosciuto a Bruxelles Miguel Benasayag, “militante ricercatore” come ama definirsi, autore di numerosi libri alcuni dei quali tradotti in Italia (come L’epoca delle passioni tristi, Per una nuova radicalità, Contropotere, Resistere è creare ecc.). Tra l’altro, è stato di recente allontanato da France Culture, forse su pressione dello stesso Nicolas Sarkozy. I conti tornano, n’est-ce pas? Vi invito a leggere una lunga conversazione intitolata “Résister malgré tout”, personalmente vi ho trovato molti punti di contatto. La trovate al seguente indirizzo:
http://www.peripheries.net/article186.html
Venerdì, 25 Maggio 2007
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(In alto: Gaspard Félix Tournachon, in arte Nadar,
Le fogne, Parigi, 1861 ca.)
Tra le scienze sociali, l’etnografia è la disciplina che, indubbiamente, parla piu’ dal basso. Dico “disciplina” perchè, in fin dei conti, essa resta inquadrata a pieno titolo in quella che Foucault aveva definito la “polizia dei saperi” dell’università. Niente a che vedere, dunque, con la “bassa etnografia” di Bataille che discutevo qui qualche giorno fa. Eppure, a volte qualcosa si muove. Penso al libro di Philippe Bourgois, In cerca di rispetto - l’autore ha vissuto per anni al fianco degli spacciatori di crack di East Harlem, a New York - o ancora ad Anima e corpo di Loïc Wacquant (che Milingo ben conosce): cio’ che è in gioco in questi due libri, infatti, è un vero e proprio annullamento dello “sguardo scientifico” che restituisce la parola ai rifiuti umani dei ghetti nordamericani.
Spero sia anche il caso del libro di Agnès Jeanjean Basses Oeuvres: une éthnologie du travail dans les égouts (CTHS, Paris, 2006), una ricerca etnografica su quella specie particolare di uomini-talpa che sono i lavoratori delle fogne. L’ho appena trovato - per caso - su Amazon.fr, e dunque non l’ho letto. E magari si tratta di una semplice etnografia della fogna, quando invece cio’ che ci vorrebbe è, precisamente, una fogna di etnografia. Cosa che, con tutta probabilità, Action30 ha già cominciato a fare.
Dalla quarta di copertina:
Dans la plupart des villes françaises, les eaux usées et les excréments humains sont refoulés dans les sous-sols. Éloignés des corps, ils glissent dans l’obscurité des égouts. Cependant, des hommes manipulent ces matières, les voient et en respirent les odeurs parce que leur activité professionnelle les conduit. Qu’ils travaillent sur le réseau public ou privé, qu’ils circulent en ville ou demeurent huit heures par jour au fond d’un égout ou dans l’enceinte d’une station d’épuration, les hommes qui font l’objet de ce livre sont tous en contact physique avec ces substances pestilentielles que la plupart des citadins ne touchent, ni ne pensent. Des substances autour desquelles se développent des fantasmes. Basses Œuvres montre que l’étude des égouts n’a rien d’anecdotique et qu’à la question de l’évacuation des eaux usées d’une ville se joignent des dimensions symboliques, anthropologiques et politiques. Six univers de travail situés à Montpellier sont tour à tour présentés. Il s’agit dès lors de prêter attention aux conditions de travail, aux techniques et savoir-faire de même qu’au sens que les travailleurs donnent à ce qu’ils font mais aussi à ce qu’ils sont. Situation qu’un égoutier exprime ainsi : ” La pensée s’arrête juste avant nous, nous on est en dessous “. Cette mise en perspective conduit à l’analyse de toute une série de mécanismes sociaux qui articulent positions sociales et souillure.
Un’altra recensione si trova al seguente link:
http://www.scienceshumaines.com/basses-_fr_15229.html
Vincent P.
Martedì, 22 Maggio 2007
Questo è un bando di ricerca: ho appena pubblicato sul nostro blog - PAGINE > DISCORSO DI N. SARKOZY SOTTO OSSERVAZIONE - la versione integrale di un discorso elettorale del neopresidente della Repubblica Francese.
Me l’ha inviato l’amico Fabrice, da Parigi, ma anche Alano ha più volte richiamato la nostra attenzione sulle “insidie” politiche e culturali connesse con l’elezione di N. Sarkozy
Invito, quindi, tutti gli actionisti a studiare questo discorso e a discuterlo. Con calma, possiamo prenderci tutto il tempo necessario…
Quando è necessario.
Milingo studioso
Martedì, 22 Maggio 2007
2700 quintali di immodizia stanno trasformando Napoli in una discarica urbana. La gente esasperata accende roghi che in realtà non fanno che sprigionare diossina.
La classe politica affronta il problema come se si trattasse calamità naturale allarmando la protezione civile, il cui responsabile non a caso si dimette. Dunque il problema rifiuti è posto sulla stessa linea di un terremoto, di un eruzione vulcanica (sarà per la vicinanza del vesuvio?) di una frana e cosi via. Il rifiuto è un rischio! una calamità che mette a repentaglio la vita della popolazione e il suo governo. La questione interessante è che la razionalità biopolitica non riesce a predisporre un intervento che fermi lo stato di crisi; detto in altri parole i tecnici, ingegneri, chimici, politici, non riescono a trovare la soluzione. Noi ci proponiamo ovviamente di raccogliere l’invito che la spazzattura ci offre con la sua depense, con la sua posizione di porsi al di là dell’utile quale escemento post-moderno. Innanzittutto sarà bene porsi il problema perchè solo l’immondizzia napoletana puzzi; bisognerebbe fare una storia dell’immondizia e dire chiaramente che esce dal buco del culo perchè entra dalla voragine della bocca. Di certo In Italia, si sta consumando una separazione tra i mondi e gli immondi tra città a raccolta differenziata dove vivono gli intelligent, le menti brillanti e città con montagne di spazzatura ottime per raccogliere scorie e discariche; perchè in fondo Napoli è la porta del Sud, di un regno puzzolente dove gli abili o meglio i super-abili sono esportati nelle aziende e nelle scuole del Nord mentre cammoristi e servetti dominano sui rifiutati della società. L’irrompere della spazzatura non è che l’emergere di un sostrato che mette in mostra la sua esisitenza aldilà del golfo di sorrento, dei villaggi vacanza, di mostre culturali. Sono anni che l’immondizzia è assiepata agli angoli delle strade degli immondi, in quanto unica manifestazione di dissenso nei confronti di una forma di vita in crisi. la storia della spazzatura non potrà che essere una toria sociale, ma anche politica e se vogliamo etica se qualcuno permetterà agli immondi di giocare un supplemento etico. Per far intendere qual che dico porto l’esmpio di Sao Paolo, città più popolosa del Brasile con i suoi 22 milioni di abitanti di cui 2/3 vive in quartieri- immondizia. Ebbene qui in una di queste zone dove non esiste confine fra casa e discarica, alcuni poveri si sono organizzati procedendo ad una divisione e riutilizzo dell’immondizia, riuscendo col tempo a costituirsi cooperative per la raccoltà e il riutilizzo dei rifiuti. Nessuno di questi poveri era ingegnere, medico o esperto, molti non sapevano e non sanno neanche scrivere! A proposito di questi immondi ci tengo a sottolineare una chicca: durante l’ultimo capodanno il presidente del Brasile, lula e l’arcivescovo di San Paolo (di cui non ricordo il nome) hanno deciso di festeggiare proprio con questi raccoglitori di rifiuti.
Vi immaginate Napolitano e Super Ratzinger festeggiare il capodanno a Scampia tra palloni di maradona e di fuochi di immondizia,
beato l’immondo, perchè suo sarà ”il regno” dall’immondizia
Giovedì, 17 Maggio 2007

O Bischero, anche se ti sei parato il culo (”potrebbe essere un supereroe… ma potrebbe essere pure la super madonna”), te la do buona: soprattutto perché, sorprendentemente, hai intuito che si tratta di una donna…
Ecco il passaggio in questione (nel quale avevo omesso “di lei” per nascondere il gioco: “Il grosso sasso venne fermato a mezz’aria dal braccio proteso di lei, un fluido invisibile fuoriuscì dalla sua mano bloccandone la traiettoria.”
Come hai fatto a cogliere il lato femminile dell’anonimo braccio proteso? Sei proprio un genio maligno!
Diciamo qualcosa di più: si tratta di Isabella Tomasi, nata nel 1645 (antenata del Tomasi di Lampedusa autore del Gattopardo), entrata in convento all’età di tredici anni, mistica con tutti i crismi, venerata con il nome di Maria Crocifissa della Concezione. Come ricorda Andrea Camilleri, autore del volumetto Le pecore e il pastore da cui sono tratte le citazioni, suor Maria Crocifissa lotta quotidianamente con il diavolo: “Lotta spirituale, certo, ma che talvolta degenerava in scontri fisici che lasciavano contusioni, abrasioni, ecchimosi sul corpo della suora. Contrariamente a quanto afferma Tomasi di Lampedusa, altri sostengono che il tentativo di lapidazione da parte del diavolo avvenne dopo un’accesa discussione con suor Maria Crocifissa su temi teologici. Il grosso sasso venne fermato a mezz’aria dal braccio proteso di lei, un fluido invisibile fuoriuscì dalla sua mano bloccandone la traiettoria ecc. ecc.”.
Perché questo riferimento a suor Maria Crocifissa? Consideratelo come un contributo al dibattito sugli attuali deliri di sovranità (religiosi, filososofici, piscoanalitici ecc.). I supereroi non sono, forse, una banalizzazione della sovranità? E le istanze tradizionali di sovranità non si danno ormai in forme banalizzate? Prendete questa scena: Clark Kent entra nella fatidica cabina telefonica per tornare ad essere Superman e salvare il mondo, ma ne esce di bianco vestito come Ratzinger, il Papa-Professore. Oppure, in un impeto di fede, andate a San Nicola, vi soffermate sulla statua del bambinello Gesù, ma la sua silhouette proietta sulle sacre pareti l’ombre di Batman… Chi si soprenderebbe? Milingo no di certo, Jarod nemmeno, visto che la sua lucida macchina fotografica ha colto il “fatto” in alcuni scatti pubblicati su Action30 - La croce della normalità / L’invasione dei supernormali (a proposito, il volume è stato appena stampato: il risutato tipografico è ottimo).
Un’ultima, doverosa, nota a proposito del libro di Camilleri. Si tratta di un lavoro di detection storica su uno strano caso occorso nel Monastero di Palma di Montechiaro nel 1943-44: per salvare la vita del vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo, rimasto gravemente ferito in un attentato, la comunità di monache del monastero di Palma di Montechiaro, ancora intriso della passione mistica della Venerabile Maria Crocifissa, decide di offrire in cambio al Signore la vita di dieci giovani sorelle. Dieci vergini che si “lasciano morire” di fame e di sete. Vergini suicide? Anoressiche d’elezione, come direbbe Ballard? Ombre suicide, come direbbe il Troglodita? L’affaire ci interessa e non posso, quindi, che rinviarvi alla lettura del libro di A. Camilleri, Le pecore e il pastore, Sellerio, Palermo 2007.
Milingo pecora nera
Mercoledì, 16 Maggio 2007
Chi è il personaggio di cui si narra?
“Il grosso sasso venne fermato a mezz’aria dal braccio proteso, un fluido invisibile fuoriuscì dalla sua mano bloccandone la traiettoria.”
Forza, genietti, provate a indovinare!
Mike Milingo
Martedì, 15 Maggio 2007

Dal 9 al 13 Maggio si è tenuto a Roma il 1° festival della filosofia a pagamento in cui filosofi, intellettuali e artisti si sono incontrato e hanno dibattuto intorno ai temi della nostra contemporaneità. Si sono tenute tavole rotonde, mostre, lectio magistralis, caffè filosofici, proiezioni. Protagonisti di questo evento sono stati “i grandi” filosofi nostrani quali Bodei, Vattimo, Giorello, Scalfari, Canfora nonchè i regnanti stranieri: sua maestà Nancy, Savater e altri. Unico grande assente, RE Habermas.
L’evento pare abbia riscosso successo, nonostante i temi trattati non fossero il massimo dell’originalità: fede-ragione, oriente-occidente, la scienza e i suoi limiti etc.. In altre parole la trasposizione spettacolare e spettacolarizzante del grande sapere accademico, che avido di estendere e ostentare la propria sovranità presenta il proprio prodotto nel vasto parco dell’intrattenimento. Potremmo leggere il tutto sotto lo spot ” intrattenersi e divertirsi con cultura”.
Eppure dietro tutto questo splendore non possiamo non notare un decadimento e una fottutissima paura. Già le sembianze fisiche dei super-filosofi con le loro curate barbe bianche sembrano trasfigurarli in una dimensione olimpica di stampo giovico-apollinea, manifestazione di una volontà di pietificarsi con la loro sapienza. Un sapere che sentendosi detronizzato e incapace di intercettare le istanze del presente si riflette su di sè provando attraverso un alleanza mal-destra ( con l’intrattenimento) a reinpossesarsi del trono. Per questo siamo difronte ad un fenomeno reazionario e come tale conservatore e in fin dei conti fascista. Allearsi con l’intrattenimento manifesta un profonda istanza di spoliticizazzazione, in cui la dirigenza accademica si presta al gioco di non creare conflitti che possano turbare l’ordine di cui nel bane e nel male sono i propagandisti.
Assume contorni paranoici la pretesa accademico-dirigenziale di affacciarsi sulle forze telluriche e dionisiache per poi tornare a rinchiudersi nel proprio castello e a selezionare il pubblico pagante;è evidente chè l’uscita dalle accademie spesso non porta all’uscita dall’ accademico, anzi…
Domenica, 13 Maggio 2007

Giusto per ritornare in punta di alluci al numero zero di Action30, vi segnalo l’uscita in Francia di una nuova edizione de Le gros orteil di Bataille (a cura di J.-P. Cometti, éditions Farrago, Tours), seguito da un testo di Roland Barthes, Les sorties du texte (tr. it. in Il brusio della lingua, Einaudi, 1988), in cui il semiologo francese si cimenta in un’interessante rilettura nietzscheana del ditone che ben conosciamo. Nietzscheana, giacchè Barthes offre a mio avviso una serie di dritte interessanti per ripensare la portata genealogica del testo di Bataille.
I.
In effetti, sembra suggerire Barthes, l’eterologia puo’ essere considerata a buon diritto come una genealogia, giacché provoca un’ “intrusione” del valore nel passato. Ora, introdurre il valore nel passato significa fare la genealogia di tutta una serie di differenze di potere che, generalmente, costituiscono il grande rimosso della bella unità pacificata del presente. “Che cosa c’è di mediocre nell’uomo medio? Che non comprende che il rovescio delle cose è necessario” (Nietzsche). La genealogia eterologica, allora, nient’altro è che una genealogia delle differenze di potenziale : “Toute l’hétérologie de Bataille est du même ordre : éléctrique”, dice Barthes. Elettrizzando il presente, essa introduce nel passato delle scosse di valore e insinua la differenza di potere laddove è presupposta un’eguaglianza di tipo democratico. “Introduce”, “insinua”, o meglio “inventa”, giacché l’eterologia è soprattutto un’arte dell’interpretazione in cui il valore - che “precede e predetermina il sapere” - è il frutto di quel che Foucault avrebbe definito una “finzione storica”, vale a dire un’ipotesi alternativa sull’origine delle cose. “Le bas - nota ancora Barthes - simule le sens et déjoue l’en-soi de la matière”.
In questo senso, la genealogia eterologica è una “scienza del tutt’altro” nella misura in cui contribuisce a riportare alla luce tutta un’altra origine delle cose, e contemporaneamente un’ “antiscienza”, nel senso che la posizione di valori gioca a “spostare” (déplacer), “deviare” (détourner), “truccare” (truquer) e “sventare” (déjouer) la mathèsis universalis del sapere, piuttosto che a distruggerla. “Le rôle de la valeur n’est pas un rôle de destruction (…). En somme, le savoir est retenu comme puissance, mais il est combattu comme ennui”.
La genealogia eterologica, dunque, è il campo aperto in cui i valori sfidano a duello i saperi : un duello in cui i primi escogitano ai danni dei secondi tutta una serie di manovre tattiche concepite per far vacillare la “monadologia del sapere”. Contemporaneamente, essa è anche una “bassa etnografia”, giacché si serve dello sguardo etnografico per abbassare il quotidiano, vale a dire per denaturalizzarlo e “miniaturizzarlo” a partire dall’emergenza di qualcosa di inquietante, bizarro e comico nello stesso tempo. Gesto antiscientifico di grande portata, soprattutto perchè Bataille riesce nell’impresa di far giocare il capitale etnocentrico dell’etnografia accademica dell’epoca in un contesto di radicale debordamento di ogni forma di etnocentrismo (e accademismo).

II.
Eppure, Les sorties du texte sembra arenarsi proprio sulla questione del carattere radicalmente antiscientifico dell’eterologia. A prima vista, infatti, Barthes non esita a farsi alleato di Bataille (ma anche del Foucault de Le pouvoir psychiatrique) quando contesta la volontà di “semantizzazione” della psicoanalisi e rivendica l’esigenza di far parlare il corpo non in quanto agglomerato idealizzato di sintomi da interpretare, ma come fatticità inquadrata in una rete di pratiche sociali e di relazioni di potere. E’ il caso, per esempio, della differenza tra “nudo” e “nudità” : mentre il primo è il simbolo per eccellenza di una sessualità destoricizzata, tipica delle società del consumo di massa, la seconda va concepita come un concetto storico che designa “un ordine di pratiche erotiche”.
E tuttavia, questa rilettura genealogica de L’Alluce resta apertamente all’interno di quella stessa logica della simbolizzazione e della semantizzazione che pretende di superare : in poche parole, resta piu’ “scientifica” di quanto non volesse lo stesso Barthes, il quale, da semiologo, continua a pensare il carattere operativo dell’eterologia nei termini di una trasgressione esclusivamente linguistica e quindi, in ultima analisi, poetica ed estetica. “Ci vorrebbe senza dubbio - ci vorrà un giorno - una teoria delle parole-valore”, scrive. Perchè, a suo avviso, è il linguaggio che crea il cortocircuito genealogico, e solamente il linguaggio. A questo punto, l’antiscienza è ridotta ad essere nient’altro che un controlinguaggio : “Il tessuto delle parole-valore costituisce un apparecchio terminologico, un po’ come si potrebbe parlare di un ‘apparecchio di potere’ : c’è una forza di cattura della parola; la parola fa parte di una guerra di linguaggi”. Ebbene, la fiducia in questa forza di cattura della parola è cosi’ salda che Barthes si spinge ad auspicare la nascita di una “linguistica del valore non piu’ nel senso saussuriano (…), ma in un senso quasi morale, guerriero o, ancora, erotico”.

III.
In Sade, Fourier, Loyola (1971), Barthes aveva intravisto negli scritti del Marchese la pratica di un linguaggio rivoluzionario che rinuncia al compito di rappresentare un significato - il Significato - e si limita a “significare” i corpi e i rapporti di potere e godimento nei quali essi sono inscritti. Estrema metamorfosi, o grado zero del “grado zero della scrittura”. Eppure, proprio Sade aveva suggerito a Barthes qualcosa che quest’ultimo, probabilmente, non ha compreso sino in fondo : “écrite, la merde ne sent pas”. Perchè il “tutt’altro” puo’ diventare scrittura e linguaggio soltanto se esso non é, innanzitutto, né scrittura né linguaggio.
Sabato, 12 Maggio 2007

Lavorando alla performance che avrà luogo a Liegi il prossimo 23 maggio, ci siamo imbattuti in due piccole scoperte sull’uomo talpa, protagonista del prossimo capitolo della saga “La croce della normalità” (vedi pagina del blog: Politiche del lapsus / Il ritorno degli uomini talpa).
1) Nella versione francese del film Gli Incredibili, The Underminer (il Minatore in quella italiana) è diventato Le Demolisseur (il demolitore): forse perché The Incredibles è stato tradotto in Francia con Les Indestructibles?
2) Tale personaggio, che fa la sua comparsa alla fine del film come nuova malefica minaccia al mondo pacificato dei (super)normali, è diventato effettivamente il protagonista di un sequel, nella forma di un videogame intitolato Rise of the Underminer,
vedi: http://thq.com/gamesites/theincredibles/
Milingo curioso speleologo