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Marzo, 2007
Mercoledì, 28 Marzo 2007
 
Oltre che un formaggio, ho sempre pensato che il Bel Paese fosse l’Italia. Scopro con piacere che anche i cugini d’oltralpe sono affetti dalla sindrome Beau Pays e d’altronde i formaggi e i vini e la storia dell’arte non sono lontani. Date le circostanze, propongo di chiamarlo fattore B.
Le elezioni sono diventate una sciagura, forse lo sono sempre state. Sono in grado di far arrossire di vergogna il più bel paese del mondo, come se un bel giorno si svegliasse con un brufolo sul naso o, più precisamente, con la merda nelle braghe. Elezioni: Jeu lugubre.
Fatto sta che Milingo, recentemente minacciato da un ritorno alle urne (vedi Prodi bis), ha sognato di esiliarsi (in un altro bel paese, la Francia?) e, piĂą seriamente, ha minacciato la sua illegittima famiglia di oscurare a tempo indeterminato la tv. Â
Parliamo piĂą seriamente. Alano ha ragione a riportare il dibattito alla scandalosa ”semplicitĂ ” dei fatti. Qui parliamo di “sans papiers” e di forme concrete di discriminazione e di uniformizzazione, un popolo di uniformi brune in cammino. Ma anche Vincent ha ragione a ricordare che l’esercito in marcia è il popolo di formiche dei “quadri”: abito scuro, camicia viola scuro, cravatta scura e viso rigorosamente rasato. Qui tutto diventa meno semplice, nel senso che il rapporto tra vecchio e nuovo fascismo è un groppone che resta in gola. Forse dovremmo rinunciare all’idea di poterlo mandare giĂą, un giorno. D’altra parte, senza negare nĂ© sorvolare le specificitĂ , perchĂ© soprattutto le sfumature c’interessano, questo groppone non appartiene solo alla Francia, ma anche all’Italia, appartiene a molti bei paesi, sicuramente alla Bella Europa.
Veniamo al punto che mi sembra determinante: come si fa a non diventare collaborazionisti? come si fa a entrare in contro-contotta, in resistenza? A volte basta un piccolo incidente, una piccola mutilazione, come accade al protagonista del film di Elio Petri, La classe operaia va in paradiso (1971).

Ludovico Massa, detto LulĂą, è uno stakanovista; in realtà è uno “sportivo” del cottimo, uno che vince la noia della fabbrica aumentando il ritmo, uno affetto da performance-addiction, insomma, uno di noi. Ebbene, LulĂą è benvoluto dai padroni, ma un giorno perde un dito e passa dall’altra parte, diventa un appassionato militante (cioè continua a “patire” come militante). Forse il destino è che sia un piccolo incidente, una piccola mutilazione a farci saltare il fosso. Forse ognuno di noi, un giorno, ha perso un dito, senza escludere che qualcuno abbia potuto perdere qualcosa di piĂą, che abbia dato il dito e gli sia stato preso il braccio, la vita stessa. Ma il problema è che al destino, per piccino che esso sia, non si comanda. Non decidi tu quando perdere un dito, non decidi tu quando guardare in faccia il razzismo e il fascismo. Mentre tutto il problema è come allenarsi a guardare in faccia il razzismo e il fascismo, sempre e comunque, facendo i conti con i grumi del vecchio e del nuovo. Ci si può allenare alla mutilazione? Esiste un training dell’automutilazione? Come si fallisce l’appuntamento amoroso con il potere? Come si diventa dei suicidati della societĂ ?

Certo, c’è gente per la quale è piĂą facile, troppo facile diventarlo. Ma c’è gente per cui è piĂą difficile. Problema che ieri avremmo definito “di classe”, ma potremmo chiamarlo così anche oggi, ci siamo capiti.
Insomma, l’adagio di Brecht è fondamentale, ma bisognerebbe forse aggiungere altre parole, bisognerebbe continuare l’adagio: perchĂ© non lo facciamo insieme?
Comunque, il fattore B. sta anche per Balordo.
Balordo paese!
Milingo spatriato
Martedì, 27 Marzo 2007
(per maggiore visibilitĂ , mi permetto di riportare qui il commento di Alano agli articoli del 24 e 25 marzo)
D’accord ! D’accord ! Et il y aurait beaucoup à dire, effectivement, sur la sociale-démocratie. Question cruciale - à crucifier ? - s’il en est, et à tous égards, proche de la question questionnante des classes moyennes où beaucoup de choses noires et brunes fermentent aujourd’hui au bord de notre addiette de soupe… ( Le corps de Rosa Luxembourg, jeté comme celui d’un chien dans un canal berlinois, c’est aussi ça, la sociale-démocratie…)
Mais ce petit débat a décolé trop vite et trop haut pour moi ! Je voulais juste rappeler qu’il s’agit ici de “sans-papiers”, c’est-à -dire, dans le pays des droits de l’homme, de sans voix ni droits. Ce n’est pas une opinion personnelle, c’est un constat. Et ce que je vois dans la politique Sarkozy d’aujourd’hui et d’hier, c’est ce que Pierre Tévanian et sylvie Tissot appellent la “lepénisation des esprits”, et Gérard Noiriel ” le narcissisme identitaire “. Ce n’est pas un hasard si l’on peut, aujourd’hui en France, agir de la sorte. C’est parce qu’il y a un terreau fertile pour ces actes de terreur qui sont avant tout des lois, des décrets et des idées. Dans quel autre pays occidental siègeant au conseil de sécurité de l’ONU - organisme pacifique s’il en est - a-ton vu un candidat d’extrême droite convergé si aisément vers le second tour des élections présidentielles comme en France, en 2002 ? Dans ce putain de beau pays, il y a des intellectuels et des rédacteurs en chefs de journaux d’opinion qui se disent ouvertement ” islamophobe “. C’est un fait. Etre raciste en France est devenu une opinion comme une autre. Régulièrement, dans des sondages - qui valent ce qu’ils valent -, les Français sondés se disant proches des thèses du front national atteignent 30 % ! Dans les campagnes françaises, on peut voir le F.N atteindre les 40 % aux élections cantonales ou régionales ! Et pour 200 personnes qui sortent de leurs gonds et soutiennent ici ou là des expulsés chinois ou maliens, il y a 200 interventions du F.N dans les médias par mois. Parce que le F.N fait partie du paysage. Parce que le F.N est en nous. Comment pourrait-il être encore diabolisable lorsque l’ex ministre de l’intérieur soutient que, pour des raisons démocratiques, Jean-Marie Le Pen doit être présent à l’élection ? Le cynisme ne semble pas avoir de fond ? Et si je stigmatisais Nicolas Sarkozy comme ” candidat de Vichy “, c’est parce qu’avec des hommes comme lui au pouvoir, la collaboration va devenir institutionnelle. Le plus beau des ennemis ? Peut-être. On a toujours un surmoi, et l’on met toujours beaucoup de libido à aimer détester. Mais loin de la grande politique et des grands ennemis, le plus bel ennemi, il est en nous, dans notre bouche muette. Il est chez le boucher, chez le boulanger, chez papa maman etc. Il est dans les journaux et à la télé… On est en train de nous préparer le terrain mental pour toutes les collaborations. En ce qui concerne le personnel politique, ladite collaboration s’appelle “la pêche aux voix”. Sarkozy raccole sur sa droite, Royal raccole sur sa droite, et Bayrou raccole de tous les côtés… Voyez un peu la charge symbolique du pseudo-débat sur le Patriotisme, le Drapeau, la Marseillaise… Gérard Noiriel parlerait de “narcissisme identitaire “. Comme si la France c’était du noir ou du blanc, du même ou de l’autre, du eux ou du nous… Un jour, un ami italien m’a dit : Lé démocratie, c’est la nuance ! Ecco.
Certes, les syndicats sont là . Et ils font bien leur boulot me semble-t-il ? Mais, comme disait Berthold Brecht ( je fais gaffe en choisissant mes citations maintenant, non parce que Hölderlin étant mort en 1843… bref ) : Lorsqu’il sont venus chercher les syndicalistes je n’ai rien fait, car je n’étais pas syndicaliste ! Lorsqu’ils sont venus chercher les socialistes je n’ai rien fait, car je n’étais pas socialiste ! Et lorsqu’il sont venus me chercher, personne n’a bougé, car il n’y avait plus personne… Puisque Nicolas Sarkozy est notre futur président : Il s’agissait donc pour moi, d’une question purement privée. En être ou pas ? En avoir ou pas ? To be or not to be ?
P.S : caro Milingo, bien plus que Hölderlin ou même Junger, dans leurs poches les soldats de la Wermacht devaient avoir plutôt Mein Kampf non ?
Martedì, 27 Marzo 2007

Come, per Eraclito, dio è giorno notte, pace guerra ecc. ecc.;
così, per Action30, l’azione potrebbe essere grande piccola, sublime infame, d’avanguardia popolare ecc. ecc.
Azione tragic-pop!
Milingo l’oscuro
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Domenica, 25 Marzo 2007
 
Allora, Vincent.
Cercherò di essere telegrafico nonostante l’ardore supplementare suscitato dalla visione del film 300, giĂ graphic novel di Frank Miller e Lynn Varley (ci ritorno in un altro post).
Dunque, solo qualche spunto per alimentare il “rischioso” dibattito intorno alle elezioni presidenziali in Francia.
Riconosco che la socialdemocrazia europea continui a porre problema (qualcuno pensa addirittura che sia “il” problema).
Traducendo in soldoni: il “possibile” della SĂ©golène è tutto interno alla tecnologia governamentale o alla governance che dir si voglia; il “possisibile” di Sarkozy è invece esorbitante, quasi metafisico.
E allora, la prima cosa che mi viene in mente e che butto lì, provocatoriamente, in forma di quiz: chi ebbe un giorno a dire che la grande politica è “l’arte di rendere possibile ciò che sembrava impossibile”? Vincent lo sa, e come se lo sa: si tratta di un tale signor Goebbels, la politica era quella nazista, cominciando dai campi di concentramento e di sterminio. Â
Siamo ovviamente nell’ambito di ciò che, sulla scorta di Pasolini e insieme a personaggi come Ballard e Guillermo Del Toro, chiamiamo fascismo ”archeologico”; tuttavia non è detto che qualcosa non si conservi nel passagggio dal vecchio al nuovo…
Seconda provocazione: “LĂ dove c’è il pericolo, cresce anche cio’ che salva”, diceva Holderlin e ripetono in coro Alano e Vincent. D’accordo, povero Holderlin sulle soglie torreggianti della follia ma, se non ricordo male, le poesie di Holderlin stavano nelle tasche dei soldati tedeschi durante la prima guerra mondiale (quasi sicuramente in quelle di Junger: correggetemi se sbaglio) e, soprattutto, il sempre piĂą povero Holderlin, intorno agli anni 30, finisce nelle mani di un certo professore di filosofia tedesco, di stanza all’UniversitĂ di Friburgo in Brisgovia, il quale si mette a fare l’Icaro universitario, e aderisce al partito nazionalsocialista, e come rettore nazionalsocialista sogna di imprimere la guida filosofica al movimento nazionalsocialista. Ebbene, il grande professore si chiamava Martin Heidegger e il suo discorso inaugurale di rettorato (anno 1933) finisce con la seguente frase della Politeia di Platone: “Tutto ciò che è grande … è nella tempesta”. In seguito, cioè nel grande processo di dissimulazione politica che si protrarrĂ praticamente per tutta la sua vita, Heidegger userĂ proprio la formula di Holderlin che, come è facile constatare, recoupe sostanzialmente quella del Platone para o archi-nazista del Discorso di Rettorato.
Dunque, portando a conclusione le mie provocazioni, dirò ce qui me gene: è la tentazione del GRANDE, in particolare della GRANDE POLITICA, fosse anche nella forma della GRANDE RESISTENZA.
Personalmente, “temo” la grande politica. PiĂą precisamente, detto in positivo, preferisco la piccola politica:Â le donne e gli uomini talpa non sono solo INFAMI (letteralmente “indegni della memoria degli uomini”, saperi sepolti, memorie insabbiate) ma anche INFIMI.

Quindi, la domanda che pongo è la seguente: crediamo davvero che piĂą brutto è piĂą bello è? che peggio è meglio è? Non sa troppo di un certo “pensiero” militante che sembra amare il grande nemico e la grande politica del nemico, per veder crescere - con la tempesta, con il pericolo - il grande antagonismo messianico, la rivoluzione che salva?
Con tutta la buona volontà , non riuscirei proprio a mettere Sarkozy in croce, a farne un (Anti)Cristo cui affidare la speranza di una grande scena di resistenza popolare.
Non basta aspettare che spuntino le donne e gli uomini talpa e che siano loro a lanciare la sfida? Non basta farsi trovare pronti, vicini ai piccoli buchi dai quali si aprono squarci di politica radicale? Le classi dirigenti europee hanno bisogno d’altro per andare all’aceto, rovesciare il sistema delle alleanze e cominciare a fare politica?
Tutto ciò per dire che, forse, non abbiamo bisogno di Sarkozy. Va bene anche Ségolène.
The Aristocracy of the Infamous Men
Milingo e i 300 Molemen
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Domenica, 25 Marzo 2007

Mentre mi raffreddo per rendere piĂą scottante l’intervento sull’articolo di Vincent (che tocca corde “intime”), vi segnalo l’apparizione di questo signor fumettaro alla presentazione di La macchina della paranoia. Enciclopedia dickiana (trattasi di Philip K. Dick), autori Antonio Caronia e Domenico Gallo (edizioni X Book, Milano 2006).
Non sappiamo se il nostro abbia trovato la forza, di certo non è glabro (l’immagine piccina, il pelo sufficientemente folto).
Ora non ci resta che sbarbare Marx…
Sabato, 24 Marzo 2007
L’ultimo intervento di Alano dĂ un’ottima idea di quel che succede da queste parti. O meglio, di quel che non succede. Si’, perchè in Francia, a parte i clamori ordinari della campagna elettorale - vale a dire al di lĂ di quel che accade in qualsiasi campagna elettorale in un qualsiasi punto della terra - , non succede assolutamente nulla. Qui a Parigi, giusto per offrire qualche testimonianza di vita quotidiana, raffinati intellettuali espongono le loro raffinate (leggi: teoriche) posizioni sull’argomento in no-books altrettanto raffinati - ogni occasione è buona per rimpolpare una biografia scientifico-intellettuale e consolidare una posizione louche rispetto al potere politico; SĂ©golène conia slogan da antologia del buon umore (quello della “RĂ©publique du respect” è sempre in testa alle classifiche); il vecchio Jean-Marie consacra i suoi comizi ad alcuni temi classici del fascismo “archeologico” (tra gli ultimi, un “Discorso a Parigi sulla demografia”). Mentre il nuovo fascismo, quello della super-normalizzazione della vita quotidiana, non smette di crescere e proliferare nella forma di un’anestesia generale della politica. Fenomeno a dir poco contagioso: basta farsi un giro in mĂ©tro per cominciare immediatamente a sentirsi parte integrante di questa moltitudine di individui in divisa da impiegato. Abito scuro, camicia viola scuro, cravatta scura e viso rigorosamente rasato. Perchè il cosiddetto “General intellect” - il super-cervello della super-normalitĂ , con buona pace di Negri e Hardt - detta le sue regole tanto nel campo della “produzione immateriale di soggettivitĂ ” (ossia l’assoggettamento quotidiano degli individui, mi scusino ancora Negri e Hardt), quanto in quello dell’estetica e dell’igiene personale. Posto che la super-normalitĂ non ha peli superflui, infatti, essere glabro è una delle prerogative del successo, dal lavoro all’amore. “Il faut se raser, pour draguer une française!”, mi diceva con un certo orgoglio un glabrissimo amico francese. Consiglio che, in un modo o nell’altro, ha funzionato come una specie di Rivelazione dal basso: da allora, il sottoscritto cerca di essere piu’ barbuto del solito - innanzitutto nella scrittura - , e si sforza piu’ che mai di immaginare, come voleva Deleuze, una Gioconda barbuta e un Marx glabro.
L’immaginazione e il possibile, è proprio questo il punto. “Imaginons la France d’après”, dice Sarko. E in effetti, la sua Ă© una vera e propria politica del possibile e dell’immaginazione. Se SĂ©golène fa appello al possibile in termini esclusivamente tecnocratici - per vincere, diceva qualche giorno fa, la sua coalizione dovrĂ raccogliere una “maggioranza parlamentare piu’ ampia possibile” - , Sarko propone una variazione sul tema dai toni a dir poco metafisici: “La Francia - affermava nello scorso autunno - deve diventare il paese in cui tutto puo’ essere possibile”. Senza alcun dubbio si tratta di un appello dall’impatto mediatico considerevole. E tuttavia, non è questo il punto. Quel che voglio proporre qui non è una critica semiologica della campagna elettorale francese, nĂ© un’analisi delle cause dell’anestesia politica di un paese ma, molto piu’ semplicemente, una sporca operazione di bassa politica.
In effetti, questo proposito di fare della Francia “il paese in cui tutto puo’ essere possibile” ha il sapore di un’autentica dichiarazione di guerra. “Quando saro’ al potere, tutto sarĂ ormai possibile”, dice Sarko. “Quando saro’ al potere, accadrĂ tutto quello che avreste voluto che non accadesse”, dice Sarko. E ancora, per rovesciare la dichiarazione di guerra del Minatore de Gli Incredibili: “Sono sempre sopra di voi e nessuno raggiunge le mie altezze. Adesso dichiaro guerra alla guerra!”. Foucault diceva che il governo degli uomini Ă© un’arte del controllo e della strutturazione del loro “campo di azione possibile” : il potere “sa” e “agisce”, ovvero classifica e normalizza - o mette in croce… - , fabbricando per ciascun “tipo” di individuo una specie di nicchia in cui potrĂ sapere e fare certe cose, e non sapere e non fare altre cose. La dichiarazione di Sarkozy sembra moltiplicare all’infinito l’ingiunzione del possibile tipica del potere, che si presenta nella sua forma piu’ radicale: come possibilitĂ infinita di controllo e normalizzazione, come infinita guerra alla guerra. Formula che, d’altronde, costituisce per esempio il retroterra teologico-politico della dottrina della “guerra preventiva” del Dipartimento di stato americano, con la sua idea agghiacciante di una “giustizia infinita”.
Il vero nemico ci sfida a duello, e la posta in gioco di questo duello è il possibile, vale a dire il potere : Sarko, è dunque il nemico per eccellenza, uno “splendido nemico” al quale rispondere con un’altra sfida a duello, la cui logica, come ci ricordano il racconto di Conrad e il film di Ridley Scott, è proprio quella della moltiplicazione all’infinito dello scontro. D’altronde, Sarko il gusto di sfidare a duello la spazzatura della terra l’ha sempre avuto. Non era forse stato lui, nell’autunno 2005, a “istituire la pourriture” che prolifera ai margini del potere - giusto per riprendere il titolo di un fantastico saggio di Michel De Certeau - etichettando i giovani delle citĂ©s come “racaille”? E quest’ultima, non aveva forse risposto con un “non sono solo feccia, e per questo, con la mia feccia, ti sfido a duello”?
Action30, credo, non puo’ esimersi dall’accogliere la dichiarazione di guerra di Sarkozy, rispondendo con una nuova sfida a duello che ne moltiplichi all’infinito le poste in gioco. Battaglia pericolosa, senza alcun dubbio, che si espone al rischio dell’ambiguo. Ma perchè il duello abbia luogo, è necessario accettare e “riconoscere” il nemico in tutta la sua bellezza. E questo nemico, che nemico resta, giacchè fa la guerra alla guerra, è nello stesso tempo uno splendido nemico, giacchè ci sfida e ci provoca, e cosi’ facendo, ci consente di aprire un campo di lotte e di politicizzare rischiosamente il possibile. “Caro Sarko, noi di Action30 non siamo solo spazzatura, e per questo, con la nostra spazzatura, ti sfidiamo, e abbiamo cosi’ tanta voglia di sfidarti che ci auguriamo che tu vinca, perchè sei il nostro nemico piu’ bello, il nemico piu’ bello che ci potesse capitare!”.
“LĂ dove c’è il pericolo, cresce anche cio’ che salva”, lo ricorda Alain, Ă© quel che scriveva Hölderlin qualche anno prima di ritirarsi a vivere in una torre e abbandonare definitivamente la poesia per dedicarsi alla spinetta. Personalmente, mi piacerebbe tanto parafrasare quel verso, e unirmi ai suoi folli concertini notturni. “La dove Sarko guadagna consenso, crescono le possibilitĂ di una bassa politica”: ça commence, la lotta. O meglio: Sarkommence.
Giovedì, 22 Marzo 2007

“Immaginons la France d’après !”: slogan dell’U.M.P. di Nicolas Sarkozy per le elezioni presidenziali in Francia.
La France est dĂ©cidĂ©ment un bien beau pays. Tous les touristes, toutes les stars holywoodiennes de passage vous le diront : En France, on mange tellement bien ! Tous ces vins… Tous ces fromages… Et les musĂ©es ! Et l’architecture ! Non dĂ©cidĂ©ment disent-ils, il arrive mĂŞme que l’on rencontre des garçons de cafĂ© sympathiques.En plus, sous les lambris de la rĂ©publique, pour peu que vous ayez “une Ĺ“uvre”, les hommes politiques en France vous remettent sans dĂ©tours des mĂ©dailles et des dĂ©corations. Car en France, on les aime les stars et on aime les touristes. On aime tous ces voyageurs riches en devises, et tous ces passagers riches en valeur ajoutĂ©e. Bref, on aime s’enrichir.France terre d’asile : Si tu es plasticien, si tu es musicien, si tu es Ă©crivain, ancien dictateur ou un prince dĂ©chu, pour peu que tu aies de l’argent et des amis influants, tu es et tu seras toujours le bienvennu en France : La Patrie des Droits de l’Homme qui ont des sous et des relations… Voyez un peu si nous sommes grands ! Durant notre RĂ©volution, la Convention ne dĂ©livrait-elle pas la nationalitĂ© française Ă de nobles Ă©trangers pour lesquelles elle avait eu le coup de foudre, tel le cĂ©lèbre Benjamin Franklin ; inventeur du paratonnerre. Aujourd’hui c’est pareil. Ă€ peine demandĂ©e, le nĂ©o Prix Goncourt Jonathan Littel n’obtient-il pas sa naturalisation ? C’est qu’en France on aime les Ă©crivains. C’est qu’en France, tout le monde est Ă©crivain. Mais par dessus tout ce que l’on aime et vĂ©nère c’est notre langue. Une langue parlĂ©e dans le monde entier ; c’est-Ă -dire dans toutes nos anciennes et regrettĂ©es colonies. Jadis elle Ă©tait la langue des cours royales et des ambassades, aujourd’hui, c’est celle des institutions internationnales. Tout de mĂŞme !
Dans ce beau pays, le matin, alors que les oiseaux gazouillent et que les fleurs de rosĂ©e se mouillent, la France-française serpente dans les rues et patrouille. Les cars de policiers verrouillent des quartiers entiers en attendant que sortent les clandestins. Ils les attrapent comme des souris pour mieux les renvoyer vers leurs pays d’origine dans de jolis “charters ethniques “. Il arrive mĂŞme, figurez-vous, que ledit pays d’origine soit la France elle-mĂŞme, ce qui provoque des allers-retours que l’on n’ose appeler villĂ©giatures s’agissant de sans papiers, Ă qui ne subsistent que les yeux pour pleurer. Dans ce pays, juste un peu plus tard, les mĂŞmes policiers feront un dĂ©tour par les Ă©coles primaires du coin, afin de mieux y cueillir ceux qui viennent chercher leurs enfants et auraient pu Ă©chapper aux raffles. C’est une tradition en France et depuis une autre RĂ©volution : On ne sĂ©pare jamais les enfants de leurs parents. L’enfant est considĂ©rĂ© comme un adulte en France. Et ça, ça fait aussi partie de nos valeurs ou, comme dirait notre ministre sinistre de l’intĂ©rieur, de notre identitĂ© nationale On balance des grenades lacrymogènes, on arrache les enfants des bras de leurs parents, on va dans les lieux publiques chercher les grands-pères en djellaba. L’après-midi dans ce pays, les forces de l’ordre iront vider un squatt dans une banlieue, pour y embarquer tout ce qui bouge… Depuis cinq ans - depuis l’accès au trĂ´ne de Nicolas Sarkozy -, ce sont plus de 82 000 personnes qu’on a ainsi expulsĂ©es. Bref, chaque jour en France, tous les clandestins sont gris ! Tous les clandestins sont des criminels ! Et puisque tous les clandestins sont indĂ©sirables du seul fait qu’ils ne soient pas français : Ils n’ont donc rien Ă faire chez nous. C.Q.F.D.
Peu importe en France que, parmi eux, un grand nombre soit en attente de naturalisation après avoir effectuĂ©, en bonne et due forme, leur demande ! Notre gouvernement a mĂŞme su convaincre les associations et certaines O.N.G de faire passer le message : Chers amis clandestins ! Venez donc vous dĂ©clarer dans les mairies et les prĂ©fectures de notre beau pays, afin que nous accĂ©lĂ©rerions vos dĂ©marches. Comment rĂ©sister Ă la possibilitĂ© d’un tout lorsque l’on n’a rien ? Ils sont donc venus. Ils se sont signalĂ©s. DĂ©sormais ils sont sous contrĂ´le. Ils attendent et ils vivent dans la peur d’ĂŞtre expulsĂ©s. Certains enfants ne vont plus Ă l’Ă©cole. Naguère, par l’entremise du Commissariat aux Affaires Juives, les juifs de la France vichyste Ă©taient-ils de mĂŞme invitĂ©s Ă venir “se dĂ©clarer”, pour mieux repartir avec un Ă©toile jaune Ă la place du cĹ“ur ; en attendant pire. Dans ce beau pays de France, en cette annĂ©e d’Ă©lections prĂ©sidentielles le candidat de Vichy est un ancien ministre de l’intĂ©rieur et de la police qui s’appelle Nicolas Sarkozy. Et sa “France d’après” est dĂ©jĂ lĂ .
En ces temps de retour nausĂ©abond de l’Histoire avec sa grande hâche policière, au beau pays de France vient de disaparaĂ®tre Lucie Aubrac, la grande figure, le grand esprit de la RĂ©sistance. Celle Ă qui l’on demandait s’il fallait du courage pour rĂ©sister, rĂ©pondait Ă la radio que : ” Non ! Il faut juste rĂ©flĂ©chir… Il faut avoir le cĹ“ur ouvert”, disait-elle ! Je rĂ©pète donc : Le cĹ“ur ouvert… S’il ne fallait qu’une seule raison pour rĂ©sister, ce serait donc de rĂ©flĂ©chir et de penser que, après la rĂ©sistance, vient toujours la libĂ©ration. Comme disait l’autre : LĂ oĂą croit le pĂ©ril croit aussi ce qui le sauve…
Venerdì, 16 Marzo 2007


In riferimento a quanto si può leggere su: http://sdz.aiap.it/notizie/7380
Questi due manifesti sono stati utilizzati per una campagna contro l’evasione del ticket per il trasporto urbano, dall’azienda locale di Treviso.
Curioso che qualcuno, giustamente, urli alla scandalo sia estetico che politico e che qualcun’altro rimanga invece morbibo davanti a questa ingenua (stupida) o razzista comunicazione.
Venerdì, 16 Marzo 2007

Max, Fatti, detti, avvenimenti, peripezie di Bardin il superrealista
Segnalo il pregevole lavoro di Max, recentemente edito in Italia dalla Black Velvet di Bologna, per l’evidente incrocio con il nostro lavorare intorno al duello tra surrealismo e e basso materialismo.
Una scheda del volume al seguente indirizzo: http://www.stanza101.com/wordpress/?p=62
Bardin il superrealista si trova a ereditare strani poteri dal cane andaluso di Bunuel e Dalì, quest’ultimo incagliato come una nave giĂ derelitta nelle secche del 1929. Il 1929, guarda caso, è proprio l’anno di nascita della rivista “Documents” diretta dal basso-materialista Georges Bataille, e della pubblicazione del Secondo Manifesto del Surrealismo by AndrĂ© Breton che, nell’occasione, dĂ una bella ripassata a Bataille e a tutti i transfughi del movimento surrealista raccolti intorno a lui. Il 1929 è, quindi, l’anno di una specie di parto gemellare, mentre monta l’onda razzi-fascista in Europa e si prepara la catastrofe.
I poteri che il cane andaluso trasmette a Bardin sono ovviamente onirici. Tuttavia, c’è qualche ragionevole dubbio a ritenere che Max ci proietti nella ripetizione stantia del “meraviglioso” di Breton. In primo luogo perchĂ©, nemmeno troppo “sotto sotto”, c’è Robert Crumb. Cioè sotto c’è molto underground: il cinismo degli uomini talpa che fanno cucĂą e ridono in faccia al potere che li sotterra, ma anche alla cultura di massa che li sublima per continuare a marciarci su. In secondo luogo, forse soprattutto, perchĂ© c’è stato El desencanto (film di Jaime Chavarri, 1975: http://usuarios.lycos.es/drassolt/modules.php?name=News&file=article&sid=10): il risveglio delle classi dirigenti spagnole - nella fattispecie la famiglia del grande poeta Panero - dalla glaciazione franchista e tutta la merda che tracima e si mette a fare gluglĂą. Insomma, Bardin eredita i superpoteri onirici del surrealismo, il sogno di una classe dirigente colta e poetica che diventi la guida spirituale della rivoluzione proletaria; ma, al tempo stesso, eredita anche l’incubo del secondogenito della famiglia Panero, Leopoldo Maria: pluritentatosuicida, poeta-escremento, militante antifranchista nonchĂ© tra i primi consumatori di LSD in Spagna, detenuto in carcere e poi in manicomio (regalo di mamma). E’ lui l’ombra suicida che sbuca fuori dal disincanto post-franchista, l’uomo talpa che scaraventa la sua vita-immondizia contro la memoria del padre (e di Franco) profanandola. “A la raiz de la feliz muerte de nuestro padre”, dice. Ed è come se dicesse: “No, non sono come voi. No, non mi sono mai sognato di sublimare questa merda. No, non ho mai sognato. E che l’incubo della mia vita risuoni come una perenne dichiarazione di guerra!”.
In effetti, Bardin, dopo aver suonato la sveglia (”E voi, disegnatori di fumetti, svegliatevi dal sogno della Marvel!”), se ne va a dormire. Ma il suo sognare è un subway da incubo, un delirio donchisciottesco (Bardin si ritrova a indossare il caratteristico kit cavalleresco) nel quale non fa altro che lottare: lotta contro suore e papi, lotta contro orchi e foreste minacciose, lotta arrampicandosi su una scala di rabbia che non finisce mai e che diventa autentica trance guerriera. Fino a quando, al colmo dell’eccitazione, ritorna al letto da cui era partito e strappa il cuore al povero… Bardin addormentato. Il sogno surrealista finsce nel buco nero di un’ombra suicida.
Comunque - è bene saperlo, è bene ripeterselo - suicidarsi fa male. I suicidati della società vanno in guerra con la certezza di farsi male.
L’anima di Milingo
Mercoledì, 14 Marzo 2007

Nonostante le difficoltĂ oggettive,
nonostante l’attualitĂ (o meglio grazie all’attualitĂ che si lascia percepire Ă la manière Anni 30),
propongo di cominciare a incorniciare le nostre considerazioni riflessioni discussioni all’interno del prossimo capitolo di La croce della normalitĂ : Politiche del lapsus (chiederò a Gramigna di voltare pagina anche nella struttura del blog, aprendo la categoria Action30 - Numero 2).
Il testo di riferimento è Il ritorno degli uomini talpa (lo avete ricevuto, insieme a un elenco di temi e la bibliografia di base; tra breve sarà anche disponibile sul blog).
In questo testo si affronta esplicitamente la polemica tra Breton e Bataille, intesa come una “prova” del fascismo montante in Europa e di come esso sia stato metabolizzato dalle classi dirigenti (i.e. avanguardie non ancora o giĂ “reali”, nel senso del socialismo reale).
Ciò vuol dire che si mette apertamente sul tavolo la posta in gioco da cui procede e verso sui avanza Action30: come si stanno metabolizzando le nuove forme di razzismo e di fascismo in Europa?
Nel 1946, in un’avvertenza alla riedizione del Secondo manifesto del surrealismo (1930), Breton giustifica il tono da esecuzione sommaria con cui era stata liquidata la ”feccia” del surrealismo (raccolta intorno a Bataille stronzo totemico, infatti definito “filosofo-escremento”) dicendo che ”bisogna situare il Secondo Manifesto nel clima intellettuale dell’anno in cui ha visto la luce. E’ proprio intorno al 1930 che ci si accorge del ritorno prossimo, ineluttabile della catastrofe mondiale”.
Quindi, il surrealismo si divide nell’anno di disgrazia 1930. Sa di scoperta, no? Per Milingo vale come data di nascita.
Bataille è trattato da Breton essenzialmente come un laido e uno sporcaccione: quando apre bocca sarebbe meglio chiamare un medico (uno psichiatra) o un prete (un esorcista). Il pulito surrealista dichiara guerra allo sporco basso-materialista.
Ma lo sporco aveva cominciato a dichiarare guerra al pulito (l’idealismo surrealista, l’elemento “super” del surrealismo) giĂ nel 1929, quando Bataille aveva preso a infettare la cultura d’elite con la rivista “Documents”, da lui stesso diretta. Guarda un po’, uno dei suoi articoli s’intitola “Polvere”. Donne e uomini delle pulizie siete avvisati: la polvere resiste, talvolta insorge!
Anni dopo, molti anni dopo, un monsignore chiamato Michel Foucault, in una conversazione intolata “Sade, sergent du sexe”, afferma: “I nazisti erano delle donne delle pulizie nel senso peggiore del termine. Ci davano di strofinaggio e scopa, volendo purgare la societĂ da tutto ciò che consideravano marciume, polvere, spazzatura: sifilitici, omosessuali, ebrei, sangue impuro, neri, folli. E’ l’infetto sogno piccolo-borghese della pulizia razziale che sottendeva il sogno nazista”.
Stop the Cleaning!
Milingo 2