Archive for Febbraio, 2007

Giovedì, 22 Febbraio 2007

Samizdat…

Posted in Action30 - 1, Dibattiti by Milingo

L’idea è affascinante, forse troppo, giocare a fare i dissidenti… Non basterrebbe entrare nella grande famiglia delle contro-condotte? Ma, per entrarvi, bisognerebbe rinunciare un po’ al nome, ossia guadagnare un po’ di anonimato (e qui torna Wu Ming, che potrebbe però diventare anche un grande marketing del nome… ça se dicute).

Comunque, il termine SAMIZDAT piace (chi cita più in russo?) e anche il suo senso (”edito in proprio”) e la sua storia (che trovate al seguente indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Samizdat)

Per venire, brevemente, alle riflessioni di Alano sull’impaginato di Action 30 0/1.

La trovata, a mio avviso brillante (ça marche, ça fonctionne, donc ça fait machine… pardon, sto sfogliando l’Anti-Edipo), di stagliare il testo su un fondo di vecchio materiale cartaceo, risponde, sempre a mio avviso, a una duplice esigenza:

1) scollare letteralmente la scrittura saggistica dal fondo neutro che è, al tempo stesso, presupposto e rappresentazione della sua “scientificità” o, più in generale, della sua pretesa di  “verità”; la pagina bianca sulla quale continua ad essere presentata la scrittura saggistica è, da questo punto di vista, un non-supporto, la sua funzione è rendere il più possibile “trasparente” il rapporto tra scrittura e senso, “immediato” il rapporto tra chi scrive e chi legge; la scrittura saggistica - filosofica, scientifica (anche letteraria, certo, ma la letteratura ama e sa contaminarsi, vedi il fiorente mercato graphic novel) - continua a darsi come qualcosa di “oggettivo”; in fondo, si tratta sempre, non di una scrittura che si scrive sulla pagina bianca per essere letta, ma di una scrittura che si scrive direttamente sul bianco della mente per essere appresa attraverso un puro atto di intellezione; per la stessa ragione - può sembrare banale, ma non lo è affatto - il cosiddetto apparato critico, ossia le note a pie’ di pagina, è stato sacrificato; ma rinunciare all’autorità e alla legittimatà dei riferimenti critici significa mutilarsi, o meglio, significa operare un piccolo gesto di automutilazione sacrificale (perciò rinunciare alle note a pie’ di pagina non è mai banale); infatti, per la scrittura saggistica, il vero supporto non è la pagina bianca, ma l’intero corpus di testi (autrement dit, la “tradizione”) attraverso i quali ci si autorizza a proferire un discorso vero; doppio gesto, quindi: scollare la scrittura saggistica dal supporto “ideologico” della pagina bianca, per restituirle un po’ di opacità; strappare la scrittura saggistica al supporto “reale” della tradizione, per restituirle un po’ di radicalità.

2) dunque: stagliare la scrittura saggistica su un supporto “visibile”; raddoppiare la pagina bianca con una seconda pagina che si sovrappone alla prima senza mai coincidere completamente con essa; una pagina che, in qualche modo, si dà come tale, ossia come la “materialità” di un supporto (affermare, in fondo, con un gesto operativo, che ”ceci n’est pas une page!”); ebbene tutto ciò significa resistere in qualche modo alla neutralizzazione filosofica o scientifica della scrittura saggistica e cominciare a muoversi performativamente nella direzione di una radicalità etica e politica (Action 30). A questo punto, però, si pone un problema, ed è questa la seconda esigenza a cui la soluzione proposta da DFD ha cercato di rispondere. D’accordo, proviamo a rompere il format tradizionale o accademico della scrittura saggistica: come facciamo a presentarla in modo tale che si connetta orizzontalmente con gli altri flussi (iconografici, citazionistici ecc.) che attraversano la pagina, senza che la la pagina stessa vada in brandelli? L’esigenza era quella di creare un “tessuto” grafico che tenesse insieme il tutto (senza perdere troppo né in specificità né in eterogeneità): dalle elucubrazioni saggistiche a quelle fumettistiche, passando per la forza bruta, fattuale delle immagini fotografiche. Non è un caso, anzi è fortemente significativo, che un grosso aiuto alla tessitura di tale tessuto sia stato offerto proprio dai “collages”. Come dire, bisogna lavorare di colla: sta a noi interpretare l’arte della colla, migliorarne la performance, la cui posta in gioco si trova probabilmente nel problematico punto d’intersezione tra l’assemblaggio di contenuti (l’escrescenza di senso) e l’accumulazione informe della colla stessa (l’escrescenza come non senso).

Il raddoppiamento della pagina bianca attraverso la sovrapposizione di vecchie pagine scansionate (ancora il “fatto” fotografico) alla fine funziona, nel senso che riesce a incollare il tutto. Molti, come lo stesso Alano, lo ammettono, sottolineando anche che c’è stato un “salto” rispetto ad Action 30/0. Per me è ragione sufficiente per serializzare il ciclo della Croce della normalità (ritorno sulla serializzazione). Tuttavia, ed è questo che vorrei dire ad Alano, l’aspetto “vintage” della prima uscita di A30 è il più contingente rispetto al discorso che ho cercato di sviluppare e non va caricato di sensi “ultimi”. Il nocciolo della questione è il progetto Graphic Essays e le sue possibilità operative (la qual cosa ci introduce direttamente al dibattito sul rapporto tra avanguardie e popular culture, che potremmo sviluppare a partire dalle cose fatte e dette da Wu Ming).

Infatti, a proposito di serializzazione “discontinua” del ciclo di A30, si pensa già a come realizzare, nella seconda uscita, il raddoppiamento opacizzante e radicalizzante della pagina bianca su cui scrivere/inscrivere il testo (se volete, su come operare il divenire informe della scrittura saggistica). Jarod proponeva di lavorare su pagine-muri (scrostati, tappezzati, sgranati ecc.): la qual cosa potrebbe incollare bene, ma, al tempo stesso, ribadire l’aspetto vintage del primo numero. Il sottoscritto pensa anche a materiali plastici, plastiche bruciate alla Burri (se ci pensate, i materiali che fanno il tessuto del nostro blog sono un muro e una macchia di ruggine che ricorda i lavori di Burri), oppure pelli umane-animali: potrebbe andare meno nella direzione del vintage e più in quella dell’informe (sempre che le due cose si escludano), resta, però, sempre da vedere se l’effetto tiene oppure no, se la macchina funziona oppure no. Il dibattito è aperto, la ricerca pure.

Infine, rispetto alla proposta di creare delle “finistre” che, dal testo base, aprano su altri testi, ribadisco e specifico la proposta avanzata in una mail di servizio, sulla scorta di quanto fatto da Wu Ming. Potenziando il dispositivo del nostro sito, potremmo usare il testo base, oppure l’intero fascicolo di A30, come una sorta di “open source”: chiunque può trasformare una parola, un concetto, un’immagine ecc. in un link che apre una nuova pagina dove la ricerca prosegue in altre direzioni, e così via di seguito…

Milingo scompaginato

Mercoledì, 21 Febbraio 2007

TESTIMONE OCULARE

Posted in Action30 - 1, Dibattiti by alano

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Auguri agli actionisti di DFD per l’impaginazione del numero coccodrillo, però…

J’aime beaucoup les photo-montages schizophréniques de Jarod et son “côté obscure de la force”. La lumière vient toujours de l’ombre non ? Sans parler du physique Ramarro d’Ultrakorp, toujours aussi cinglant et sanglant… L’idée des phrases “surlignées” est très juste, et très efficace. C’est un peu comme si on volait des choses au texte lui-même, comme si ces extraits étaient scotchées puis arrachées ? Greffes et contre-greffes organiques des textes ? C’est une idée à garder, voire à développer me semble-t-il. Je pense à des encadrés, format certes plus journalistique, mais qui pourrait servir de contrepoint. Par exemple en ce qui concerne les “beautiful enemies”, il pourrait y avoir des exempla de “Haute-Politique”, autres que ceux distillés par Milingo ?
Cela n’étonnera personne qu’il y ait dans cette mise en page comme un air des années 60/70 non ? Personnellement, ça me rappelle aussi le côté anti-conformiste des revues et manifestes Dada et surtout Situationistes ; qui, à leur manière, furent aussi des dadaistes. Bref, c’est vrai que dans le genre qui nous plait et nous intéresse ici, tout est permis, tout est envisageable, et donc “tout se divise”… Si l’on n’est pas un livre, si l’on n’est pas une revue alors, oui : Tout est possible.
Comme il n’y a pas loin du jeu à la joie, ni de la joie à la jouissance, plus il y a de pages plus il y a de travail et donc, plus il y a de plaisir. Comme on dit de ce côté des Alpes : C’est de la belle ouvrage ! Dont acte. Mais justement, c’est peut-être un peu trop beau ? Comment dire, beau à force de ne pas vouloir l’être. Notamment l’exemple du papier “ancien” choisi, qui fait vieux document, qui fait archive, et voudrait mettre en relation direct/indirecte A30 et les années 30 me paraît critiquable, en ce qu’il vient réifier les sources des textes dans leur matière même. Si effectivement “ça marche”, une telle approche performative risque d’apparaître comme un peu abusive ; trop puissante en vérité. Les éléments d’A30, bien que perlées de batailles anciennes, ne sont-ils pas “résolument modernes” comme dit l’autre ? Nul doute que l’on puisse et qu’il faille envisager une mise en deuil de certains fragments des années 2000 sous le voile sombre des années 30. C’est notre raison d’être non ? Mais le choix de ce papier me semble précisément faire le deuil de ce deuil, et c’est bien là ce qui me gêne. A part cela tout me plait bien, mais le problème c’est que ce “tout” est précisément mis en pages sur ce papier. On ne badine pas avec l’imprimerie. C’est un détail j’en suis conscient, et même un petit détail mais, comme disait Aby Warburg : Les détails ne sont-ils pas des Dieux ? La redondance poétique de la forme et du fond faisant ici figure de rasoir d’Ockham c’est comme - si vous voyez ce que je veux dire-, faire un cadeau en laissant le prix sur l’emballage… Quand même, il faut un peu faire confiance au lecteur non. J’ajoute que selon moi, le medium ne doit pas être le message.
Avec ce papier et cette mise en pages dactylographiée, un peu pirate, un peu samizdat, et en cela très réussie, il me semble qu’il faille aussi se méfier d’un style quelque peu “testamentaire”, courant de ce fait le risque d’une certaine kitschification. Mais il est vrai que là, je suis en pleine contradiction avec moi-même puisque mes goûts me portent volontiers vers le kitsch ; vers la gondole en plastique au dessus de la télévision, vers les figurines Panini et les photos de famille transies sous des cadres versicolores, etc. En conséquense de quoi, je retire donc tout ce que je viens de dire… Salut et fraternité à tous.

 

Martedì, 20 Febbraio 2007

superneocon

 

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Invito tutti gli actionisti a leggere l’ultimo numero di Limes, rivista italiana di geopolitica, “L’America in panne”. In particolare, a pag199, l’ interessante articolo di Sebastiano Contrari, “Il fumetto USA:i supereroi della superpotenza”. Interessante soprattutto per la parte finale (quella storica, aggiunge poco e sembra un po’ generica) in cui fa una disamina della serie Ultimates della Marvel proponendone una lettura neocon e, per contro, le nuove produzioni egiziane o kuwaitiane in materia supereroica.

Illuminante in senso actionista, il parallelo rimarcato tra gli Ultimates post-11/9 e il Capitan America, primo supereroe bandiera a combattere i Nazisti in pieni anni Quaranta: gli anni Trenta erano alle sue spalle come alle nostre comincia ad essere l’Undici Settembre.

Ultrakorp

Sabato, 17 Febbraio 2007

Avanguardie e popular culture

Posted in Action30 - 1, Bassa politica, Dibattiti by Milingo

Vi rimando all’intervista, in due capitoli, a Wu Ming Foundation (già movimento Luther Blissett), che opera anche come collettivo di scrittura e ha pubblicato romanzi come “Q” e “54″.

www.carmillaonline.com/archives/2006/10/001964print.html

Gli argomenti trattati nella discussione interessano da vicino Action 30 e potrebbero diventare spunto per ulteriori analisi e discussioni.

Il sito di Wu Ming:

http://www.wumingfoundation.com/

 

 

 

Sabato, 10 Febbraio 2007

A30 0/2 start: dai supernormali agli uomini talpa…

Dichiariamo ufficialmente chiuso il primo capitolo del ciclo LA CROCE DELLA NORMALITA’, intitolato “L’invasione dei supernormali”.

L’impaginato sarà discusso oggi e poi si procederà alla stampa del fascicolo.

In A30 0/1 abbiamo cercato di analizzare i processi di normalizzazione (come si erigono e funzionano le “croci della normalità”); in A30 0/2 cercheremo, invece, di analizzare come i processi di normalizzazione vengano rimessi in discussione alla radice (come la “croce della normalità” venga disarticolata dal basso, aprendo spazi di possibilità etica e politica).

Il paesaggio - punto di partenza o cornice - sarà sempre quello dei supereroi; ora, però, l’attenzione si sposta dai supereroi come supernormali alla loro antitesi, ai loro avversari, i villains, i cosiddetti “cattivi”, in particolare a tutte quelle forze sotterranee (donne e uomini talpa) che emergono dall’inferno con una dichiarazione di guerra, un gesto di sfida, la provocazione di un duello.

Per cominciare, vi rimando al blog di Stefano Misesti,

http://misesti.blogspot.com/search/label/uomo%20esagitato 

autore di una ricerca sui supereroi che ne rovescia radicalmente la prospettiva, con l’Uomo-Eccitato e altri personaggi molto “talpeschi” come l’Uomo-Ventriloquo, l’Uomo-Presenzialista e il magnifico Uomo-Tombino (très bas!). Sono tutti “tagliati” come villains: infatti, l’effetto dei loro superpoteri è che “seminano il terrore” nella città. Strani superpoteri, d’altronde, perché si tratta di vizi, difetti o eccessi molto quotidiani trasformati in dichiarazioni di guerra, in sfide politiche…

Non vediamo l’ora che Mistesti proponga anche qualche personaggio femminile, qualche donna-talpa!

Buona ricerca,

Milingo

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Martedì, 6 Febbraio 2007

dialogo italiano…

Posted in Action30 - 1 by Milingo

- Per una volta che il Vaticano non ingerisce nella politica italiana, la politica italiana se ne risente.

- Sì, hai visto? Pippo Baudo critica il Papa per non aver detto nulla sui fatti di Catania e sulla morte del poliziotto, e diventa il nuovo supereroe della sinistra.

- Della sinistra? Ma non è proprio la sinistra che predica tutti i giorni la separazione tra Chiesa e Stato?

- Invece no, questa volta il Papa avrebbe dovuto scendere in campo e proclamare la pace per gli stadi italiani…

- Ma, allora, vuol dire che è in atto una guerra?

- Certo, non hai letto? I giornali lo dicevano chiaramente: “rappresentante delle forze dell’ordine morto in GUERRA”… 

- Ma, scusa, che guerra è questa? Mica siamo in Iraq o in Afghanistan o in Medio Oriente, questi sono gli stadi di casa nostra. Con chi saremmo in guerra, con i nostri figli?

- Ops, forse ti è scappato un lapsus…

- Pas grave… è la voce della verità.

- Proprio così, noi li abbiamo armati e questi usano le armi contro di noi…

- Irriconoscenti, loro e il Papa!

L’antenna di Milingo

Domenica, 4 Febbraio 2007

Per un palla rotonda all’inferno, una palla ovale in paradiso…

Posted in Action30 - 1, Sport by Milingo

Tralasciando
Che, comunque, nel calcio abbiamo vinto qualcosa mentre nel rugby continuiamo a prenderle di santa ragione;

Che c’è tutto un repertorio di differenze storiche e culturali a scavare un abisso tra i due sport;

Che basta guardare le facce degli spettatori di Twickenham, il modo in cui sono vestiti, per rendersi conto che c’è una diversa composizione sociale rispetto ai tifosi delle curve calcistiche (d’altronde non ci sono “curve” nel senso calcistico);

Che nel rugby è difficile che non vinca la squadra che lo merita, giocando fino all’ultimo minuto, per cui ai tifosi non passa nemmeno lontanamente per la testa che si possa vincere “per forza” o “a tutti i costi”;

Che nel rugby il rispetto per l’avversario non può essere separato dal fatto che si tratta di uno sport di pieno contatto, di violenza regolata ma esplicita, nel quale ci si affronta senza esclusione di colpi e con un’ampia gamma di colpi che fanno parte del repertorio di base dello sport stesso (per intenderci: non c’è bisogno di sgambettare l’avversario da dietro, visto che gli puoi rompere una costola con un bel placcaggio davanti, e ti dicono pure bravo mentre quello esce dal campo in barella);

Che, di conseguenza, il “piacere” del tifoso ha sempre la possibilità di andare oltre la semplice logica “utilitaria” e “capitalista” dell’accumulazione di vittorie, scudetti, trofei ecc. e, soprattutto, dell’identificazione narcisistica con tale accumulazione;

Che il rugby è un sport di “trasgressione”, nel senso che, a differenza del calcio, il piacere del tifoso (e in qualche misura dello stesso giocatore) trascende se stesso nella dimensione di una partecipazione disinteressata all’espressione rituale della violenza (lo sport non è forse lo spettacolo di uno scontro mortale tra uomini che non hanno paura di morire?), per cui in fondo il semplice “risultato” è sempre secondario rispetto all’espressione collettiva di tale trasgressione;

Che, se vogliamo, nel senso di Hegel-Nietzsche-Bataille, il rugby è uno sport signorile, orgiastico e sovrano, mentre il calcio è uno sport servile, individualistico e democratico.

Tralasciando tutto questo, o tendendo conto di tutto questo, la domanda che dovremmo porci è la seguente: perché il calcio non riesce ad accettare l’idea che il “risultato” non costituisca l’aspetto essenziale del fatto sportivo? Il wrestling e il rugby ci riescono, anche se in modo completamente diverso. Il calcio potrebbe (forse dovrebbe) diventare come il wrestling, ma non potrà mai diventare come il rugby. Viceversa il rugby, democratizzandosi (attraverso la televisione, la lenta ma inesorabile espulsione della violenza dal fatto sportivo, la seduzione di un discorso che è disposto a incoronarlo come modello educativo, pieno di valori ecc.) si trasformi in una specie di wrestling un po’ più verosimile; e chissà che un giorno, per questa via, non finisca per somigliare proprio al calcio, che nel frattempo non sarà morto, né avrà imparato ad essere come il wrestling.

(Tutto ciò, ovviamente, non ha NULLA a che fare con i disordini di Catania, e con la costruzione mediatica di uno pseudo-funerale di Stato per il rappresentante delle forze dell’ordine tragicamente scomparso. Qui la domanda potrebbe essere: che cosa indica il fatto che, in Italia, per prendere posizione rispetto alla violenza calcistica, ci si stringa attorno ai simboli dell’ordine e dello Stato? Le vittime “civili” di tale violenza non mancano certo e sono all’ordine del giorno. Il calcio italiano avrebbe avuto mille occasioni per dire di no. Per esempio, quando il dirigente di una squadretta di provincia è stato massacrato a calci e pugni nel corso di una partita di terza categoria. Sarebbe stato più “democratico”. Di fatto, non è stato così. Di fatto, avviene altrimenti. Ed è anche su questi FATTI che dovremmo interrogarci.)

In realtà, queste considerazioni sul rugby sono solo un gentile pensiero per quel genio che oggi, per festeggiare la sonora sconfitta dell’Italia contro la Francia al Flaminio, ha ritenuto di scrivere a caratteri cubitali sul suo giornale QUESTO È SPORT, mandando il calcio all’inferno.

Milingo, lo scuro

Domenica, 4 Febbraio 2007

La soluzione, privatizzare…

Posted in Action30 - 1, Sport by Milingo

Dimenticavo di aggiungere che nel modello inglese gli stadi sono stati “privatizzati”, diventando spesso proprietà delle stesse società di calcio.

D’altronde, lo ha appena dichiarato il Ministro dello Sport: “Bisogna privatizzare gli stadi”.

Ecco, dunque, il modo più efficace di governare il calcio e, soprattutto, nel calcio, il problema della violenza.

Particolare non trascurabile. Il modello preconizzato è inglese, ossia neo-liberale.

Domanda: come governa il nostro governo… di centro-sinistra?

Sabato, 3 Febbraio 2007

Calcio, che tragedia…

Posted in Action30 - 1, Sport, Ombre suicide, Spazzature by Milingo

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Delle due l’una.

1) C’è chi dice che bisogna riformare gli stadi sul modello inglese. Ossia, concretamente? Luoghi per le “famiglie”, a metà strada tra il parco divertimenti e il centro commerciale, tutti seduti, con zone vip e palchi in tribuna da varie decine di milioni l’anno, ”acquari” dai quali assistere alla partita comodamente seduti in poltrona ma immersi nel clima esotico della curva (una specie di safari nel quale, al posto degli animali feroci, ci sono gli ultras…) ecc. ecc. si veda l’articolo ALLO STADIO CON IL CARRELLO? di Carlo Balestri, disponibile on line al seguente indirizzo:

http://www.progettoultra.it/italiano2/ultras/ultras2.pdf 

 

2) C’è qualcun’altro, invece, che immagina un’evoluzione del consumismo verso il fascismo; un nuovo paesaggio urbano dominato da un centro commerciale trasformato in un’entità quasi metafisica; un iperuranio di idee-consumo proiettate nella realtà attraverso una rete televisiva via cavo; un popolo narcotizzato di consumatori che prova a risvegliarsi coltivando la violenza (spesso apertamente razzista) veicolata dallo sport e che aspetta solo un nuovo leader carismatico per farsi guidare. Verso dove? Ma certo, verso la terra promessa di un pieno e consapevole consumismo! Guarda caso, l’esperimento si svolge proprio in Inghilterra e la ”visione” di questo formidabile circolo vizioso è proposta da J.G. Ballard nel suo ultimo romanzo, Regno a venire; cfr. il commento di Valerio Evangelisti al romanzo di Ballard, disponibile on line al seguente indirizzo:

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/11/002032.html

Stiamo vedendo due film diversi?

Comunque, è probabile che fatti come quello di Catania servano a far dimenticare Moggi (per non parlare dell’iceberg del quale è stato solo la punta visibile) più di qualsiasi vittoria ai mondiali.

Milingo n. 10

 

Giovedì, 1 Febbraio 2007

Grande attacco isterico

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Mi scuso, scrivo in diretta mentre va in onda Porta a Porta e Crepet, il nostro esperto totale, sta stigmatizzando la lettera di Madame Veronica L. o B. indirizzata a Silvio B., in nome di limiti, linee, righe e non so quali altri ordigni di psicogeometria stracciona; tutto per difendere il sacro spazio dell’INTIMITA’ (chissà chi avrà diritto a sbirciarvi dentro…), che persino Don Mazzi sembra un homme des Lumières.

Non foss’altro che per questa condanna dello psicogiudice col baffo (che esclude categoricamente ogni valenza politica del gesto), Veronica L. o B. merita il titolo di santa tra le Grandi Sante Isteriche.

Peccato, però, veramente peccato che abbia inviato la lettera a Repubblica; io l’avrei letta con piacere sull’Osservatore Romano.

W l’arco di cerchio,

Milingo