Archive for the Supereroi e Supernormali category
Domenica, 22 Agosto 2010
Supereroi violenti ed egoisti
“Ma devono essere buoni?”
Secondo una studiosa americana i vecchi miti vengono rimodulati dalle case produttrici sulla base di una società più individualista. Brancato: “Il loro dovere storico è quello di raccontare e spiegare il mondo”. Lupoi: “Incarnando la violenza la esorcizzano. Qui sta la loro bellezza”
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Martedì, 17 Agosto 2010
Supereroi: cattivo o buon esempio per i giovani?
Pubblicato da afNewsInfo su afNews.info
“Ma allora, i fumetti (di super eroi statunitensi) fanno bene o male alla salute psichica dei giovani lettori? Annosa e sostanzialmente irrisolta questione, che, a seconda delle epoche, ha dato luogo anche alle relative “caccie alle streghe”, la più famosa delle quali fu quella legata al nome di Fredric Wertham, l’autore, nel 1954, de La seduzione dell’innocente. Ora fa il giro della rete la ricerca di Sharon Lamb, Superheroes and Slackers: Limited Media Representations of Masculinity for Boys, che mira a spiegare come i super eroi di oggidì diano il cattivo esempio ai giovani, mentre i super eroi “di una volta” proponevano un buon esempio da seguire. A parte che detta così la cosa appare decisamente superficiale, di quali tempi andati si sta parlando? Potete cominciare a farvi un’idea leggendo il comunicato stampa sull’American Psychological Associaton (leggi) e l’articolo sul Corriere della Sera che lo commenta (leggi).”
Nell’articolo del Corriere si dice, tra l’altro: “Certamente i supereroi di oggi non veicolano più il messaggio elementare di una volta, con il bene tutto da una parte e il male tutto dall’altra. Sono personaggi tormentati, contraddittori, fragili. Non a caso la formula che decretò il successo della Marvel di Stan Lee (ideatore dell’Uomo Ragno, dei Fantastici Quattro, degli X-Men, di Devil) fu appunto, agli inizi degli anni Sessanta, «supereroi con superproblemi».”
Ma la storia va avanti e oggi sembra che l’avere imperfezioni e debolezze (come qualsiasi persona comune) non esima i nuovi santi, martiri ed eroi dal riproporre - pedagogicamente e/o politicamente - il vecchio schema manicheistico della lotta del Bene contro il Male, dei Buoni contro i Cattivi, di Dio contro Satana…
Sabato, 3 Luglio 2010
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C’est devenu une habitude, un invariant structurel venant étayer par le versant paradoxal cette montagne de symboles, cette Mythologie française confinant à l’universel : Le Tour de France ! Cette année, c’est le paria Floyd Landis qui, tel un repenti de la mafia italienne, se met à table et s’en prend à l’icône américaine par excellence : son ex-coéquipier, son frère de sueur et de sang : Lance Armstrong. L’idole de Georges Bush Jr. et de Nicolas Sarkozy en personnes, le héros lazaréen, le modèle, le bienfaiteur (via son ONG personnelle) a pourtant déjà une cape bien souillée puisque, depuis bientôt 10 ans, pas une affaire de dopage ne fait l’économie de son nom ni de ses agissements qui, apparemment, en feraient plus un acteur qu’une simple victime… Les affaires de dopage succèdent aux affaires de dopage, les procès aux procès, et même si des langues se délient rien ne semble en mesure d’entamer la montagne. L’homme du Texas est à l’image du Tour de France : à l’épreuve des balles ! Rien ne semble pouvoir l’entacher. Les mythes sont plus forts que la réalité c’est connu. Armstrong est invincible, pur agneau sans taches qui vise tel un demi-dieu une future carrière politique américaine au sein de laquelle, nous savons bien qu’un simple pétard peut ruiner n’importe quelle carrière. Il est bien sûr que lui, on ne le retrouvera jamais, pirate échoué sur l’Île des Morts, à Rimini…
C’est donc une guerre qui commence. Une guerre fratricide de manipulations, de communications et d’avocats, c’est-à-dire de révélations et de mensonges, de coups bas et de hautes vertus… Et pendant ce temps-là, les coureurs courent, les commentateurs commentent et les transfuseurs transfusent. Les chiens aboient, et la Caravane du Tour passe…
L’avenir judiciaire nous dira -peut-être -si le colosse d’airain avec sa volonté de fer et son discours de plomb avaient, oui ou non, des pieds d’argile.
Articoli : (in francese) / (in inglese)
Giovedì, 1 Luglio 2010
Sto leggendo da qualche giorno La morfologia della fiaba di Propp, studio “vecchio” ma che sorprende per la sua analiticità e modernità, nonché per il rigoroso metodo scientifico applicato, per quanto possibile, a dei testi raccolti dal folklore del mondo intero. Il libro non può che ricordare (inaspettatamente, anche per alcune conclusioni) un altro capolavoro della mitologia comparata, e cioè L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell, studio che divenne la Bibbia di sceneggiatori del cinema come George Lucas. Cosa hanno in comune, dal punto di vista morfologico, le storie su Gilgamesh, Edipo, Teseo, Budda, Bastiano (il protagonista de La storia infinita, di Michael Ende), Gesù Cristo, Neo (l’eroe di Matrix), Pinocchio, Ulisse, Luke Skywalker (l’eroe di Guerre stellari), Frodo Beggins (l’eroe del Signore degli anelli), le storie dei giochi di ruolo o quelle di altri miti famosi delle culture umane? Cosa hanno in comune, per esempio, con la vita di Peter Parker o di tanti altri supereroi dei fumetti? Non si tratta qui di cercare derivazioni, analisi genetiche, ma di “semplici” analisi formali, come quelle che fa Mircea Eliade nel Trattato di Storia delle religioni. Si tratta anche, in latere, di determinare come funziona la mente umana, la cultura, quali sono le meta-forme da cui viene attratta, quelle che conserva più facilmente e che “crea”, investe di “sacralità” antistorica più facilmente. Campbell riassume e semplifica le cose in alcuni punti: l’eroe, il protagonista dei miti (oggi come ieri) affronta quattro fasi principali: 1) fase dell’innocenza, della vita ordinaria o dell’infanzia 2) separazione 3) iniziazione 4) ritorno. Ognuna di queste fasi ha al suo interno diverse varianti e componenti. Ad esempio, nella fase 1 spesso avviene che, all’inizio, l’eroe “rifuita” la chiamata ad una nuova vita, rifuta la separazione. Afflitto da tentennamenti, l’eroe supera una figura che Campbell definisce il Guardiano di Soglia, che offre all’eroe un quadro di quello che gli aspetterà e gli fa da guida. La fase 3 infatti spesso si compone dell’incontro dell’eroe con un mentore, un vecchio saggio, con degli aiutanti. L’iniziazione è la fase “dolorosa”, con spesso la morte dell’eroe, la prova (l’eroe è divorato dal mostro, l’eroe combatte il mostro, l’eroe è smembrato, l’eroe patisce), con un immancabile oracolo che preannuncia tutto ciò, o con l’incontro con una Dea o con la donna perfetta di cui si innamora. Il ritorno, dopo l’apoteosi dell’eroe e la riconciliazione con il padre, è caratterizzato da una nuova forma di vita, quasi divinizzata, sacra, piena e ricca, responsabile, libera.


Qualche esempio. Siddharta è un principe ricco e potente, protetto dalle premure del re padre. Un vecchio preannuncia, alla madra Maya, appena nato, il suo futuro glorioso. Siddharta vive all’interno di una città protetta da mura, in cui egli non conosce povertà, la vecchiaia né la sofferenza. Ma un giorno decide di scoprire cosa sia la sofferenza, la vecchiaia, la morte, e abbandona il nido paterno. L’ “iniziazione” lo farà maturare, gli permetterà di vincera Maya, l’illusione-ignoranza, e Kama, il “mostro” con le sue tre pericolose figlie: dopo anni di ascesi, Budda scopre la “via di mezzo” e redime (in un senso non cristiano) il mondo, raggiunge l’illuminazione sotto l’albero Pipal. L’apoteosi gli permetterà di essere l’Illuminato, il Signore del mondo. La vita di Gesù Cristo morfologicamente è molto simie a quella di Budda, con l’aggiunta del del golgota (la “morte” per eccellenza) e della riconciliazione con il padre, il padre che ESIGEVA un sacrificio.

Il paragone però si assume meglio con un mito pop cinematografico, e cioè Guerre Stellari. Luke vive una vita ordinaria, con gli zii, unumile contadino. Poi la chiamata al superamento della soglia: entra in scena C1 con il suo videomessaggio. Il guardiano di Soglia è il vecchio jedi Kenobi, che pian piano guiderà inizialmente il giovane sulle vie della forza, verso il suo destino, e cioè sconfiggere il mostro, l’impero, e il vero mostro freudiano, Darth Fener, il “padre”, con cui si riconcilierà.. In questo lungo, doloroso viaggio (vi è perfino la “caverna” nella quale Yoda, vero mentore di Luke, lo inizierà alla forza), vi si affiancano dei compagni di viaggio, come Leila (che svolge anche il ruolo di eroina e donna amata), Yan Solo e Chubecca.


A livello di una analisi sulla morfologia “genetica”, nella lontana base genetica di questi miti (d’oggi come di ieri) per Propp come per Campbell ci sarebbe il monomito rituale originario, e cioè l’ancestrale e onnipresente rito di iniziazione dei popoli “primitivi”: al sorgere della pubertà l’iniziato veniva lasciato nella “foresta”, dove avviene lo “smembramento” rituale da parte del “mostro” o degli officianti del rito di passaggio, come prova del passaggio dalla adolescenza a maturità. Il rito, che deve essere “doloroso” e angoscioso, permette il ritorno dell’uomo al suo villaggio. Campbell però si spinge, anche diversamente da Levi-Strauss, sul considerare le strutture mentali alla base di tali costruzioni, ed avvicinandosi alle teorie di Jung sul considerare simili strutture mitopoietiche come “innate”.
Ma eroe pop è anche la Nazionale Italiana nel 2006, celebrata e deificata per le strade di Roma (dalla morte di calciopoli alla resurrezione della finale di Berlino) così come Silvio Berlusconi, che combatte il ”mostro” (Tartaglia, i comunisti, i traditori finiani, la stampa, i magistrati), che muore e risorge, che finalmente “scende in campo” dopo una vita “ordinaria” e “privata”, non al servizio dei cittadini. Berlusconi perseguitato, ma che continua a seguire il suo destino. Berlusconi che si è fatto dasolo, che con le sue forze, partendo da perfetto sconosciuto, dalla banalità e quotidinaità, è diventato l’uomo più potente d’Italia. Berlusconi e i suoi profeti, i suoi fedeli oracoli, Baget Bozzo e Don Verzè. Studiare mitologia comparata però fa capire che non è l’eroe che fa interpetare questi eventi come ”mitologici”, ma sono questi eventi, massificati e ideolocizzati, direi “messi in archetipo”, a creare l’eroe. Creare dei prefissi, dei sur-, equivale a nient’altro che creare una metastoria ideale e modellarla su strutture ben note, strutture che la narrativa sfrutta dal giorno in cui l’uomo ha creato il primo mito intorno al primo fuoco.
Mercoledì, 23 Giugno 2010

Quella foto shock non aiuta Saviano
di BENEDETTA TOBAGI
IL PROSSIMO numero di Max pubblica in apertura una grande immagine di Roberto Saviano cadavere, steso su una barella da obitorio, con tanto di cartellino di identificazione legato all’alluce, ripreso di scorcio dai piedi. La figura evoca il Cristo morto del Mantegna e il celebre scatto sul Che Guevara ucciso.
Secondo Benedetta Tobagi, “in questo gioco - perverso - non si rende affatto un servizio a Roberto Saviano, uomo e scrittore. Si contribuisce infatti a schiacciarlo in un’immagine bidimensionale, un simbolo, un’icona. Si collude con chi lo tratta come un oggetto di marketing o di chiacchiere da salotto”.
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Sabato, 29 Maggio 2010
Si dice che la funzione dello sport sia sommamente educativa, e si rimprovera spesso al calcio di offrire troppi esempi diseducativi (quasi sempre quelli forniti dai tifosi e dagli stessi calciatori, i cui “eccessi” sono prontamente denunciati e stigmatizzati).
Passi. Ma consideriamo qualche esempio di pedagogia, non utopistica, ma “reale” - come si parla di socialismo reale o di democrazia reale, per distinguerle dai loro rispettivi modelli ideali.

Primo esempio: Balotelli e Mourinho. L’educando e l’educatore. “Finalmente qualcuno che si è preso la briga di educare quel ragazzo. Un po’ di disciplina, che diamine!” Così ha lungamente recitato una certa opinione pubblica (tralasciamo qui il più che discutibile presupposto secondo il quale la disciplina, che potrebbe avere una “sua” efficacia, sarebbe di per sé “educativa”). Passi. Quando Balotelli, dopo una storica vittoria della sua squadra, invece di festeggiare ha scaraventato a terra la maglia, molti hanno pensato che il suo allenatore, il paterno Mourinho, non solo avesse avuto sempre ragione a prentedere di educarlo, ma che dovesse ricorrere a metodi ancora più energici (di questo si è però spontanemanete preoccupato il sergente Materazzi, che non ha aspettato di arrivare negli spogliatoi per dare una robusta strigliata all’indiciplinato ragazzaccio). Passi. Passi pure lo “zelo” di Materazzi. Passi tutto. Ma una domanda è d’obbligo. Quando il buon educatore, nonché eroico condottiero dell’Inter, dopo la vittoria della finale di Champions League, ha liquidato in pochi secondi il suo sbandierato attaccamento ai colori della squadra, annunciando di essere in partenza per un altro club, e decidendo di non rientrare nemmeno a Milano con i suoi giocatori per essere festeggiato dai tifosi, ebbene, scusate, non vi sembra che abbia gettato anche lui la maglia, come se non addirittura peggio del suo maleducato giocatore? Qualcuno si è accorto dello sgarbo, e non ha gradito (non uno qualsiasi, il Presidente Moratti). Allora, domanda supplementare: perché Balottelli sì e Mourinho no? Perché al primo si rimprovera ciò che al secondo (quasi) volentieri si perdona? Perché si scorge la pagliuzza nell’occhio del primo, mentre si occulta la trave nell’occhio del secondo? Semplice, perché ai vincitori si perdona tutto… Ed è questo che in realtà insegnamo, prima a noi stessi, poi ai nostri figli: l’importante è vincere. Vinci e ti sarà perdonato. Vinci e la gente farà finta di non vedere, di non sentire, di non sapere… Vinci. Rovesciando un famoso insegnamento evangelico potremmo dire che il regno dei cieli appartiene con sicurezza, non ai poveri di spirito, ma ai più arroganti vincitori. Se dunque è questo il vangelo che andiamo predicando, anche o soprattutto attraverso lo sport, forse è legittimo domandarsi che cosa ci sia di propriamente “educativo” in tutto questo…

Secondo esempio di pedagogia reale: il caso Daniele De Rossi. Il giocatore giallorosso, che tra parentesi pare non abbia particolari simpatie di sinistra, ha detto in conferenza stampa dal raduno della nazionale italiana un paio di cosette che hanno fatto trasalire i vertici della Federcalcio e imbestialire i massimi esponenti del governo e della polizia. Al punto da rischiare l’esclusione dai mondiali in Sudafrica (la qual cosa ha indotto lo stesso De Rossi a chiedere pubblicamente scusa per le sue dichiarazioni ecc. ecc.). Ma che cosa ha detto di così grave il giocatore? Ha detto di non essere d’accordo con la “tessera del tifoso”. E come ha argomentato questo disaccordo? Semplicemente denunciando la “cattiva logica” che è alla base di tale provvedimento, ossia: siccome ci sono persone con il coltello che sono dei tifosi, allora vuol dire che tutti i tifosi sono pericolosi e che perciò è meglio provvedere alla loro schedatura sistematica. Un po’ come sarebbe errato dedurre dal fatto ”X” che il cavallo è un animale, il fatto “Y” che tutti gli animali sono cavalli. Oppure, ed ecco lo scandalo, dedurre dal fatto “A” che c’è un poliziotto che picchia arbitrariamente un ragazzo (solo perché ha una giacca rossa, come è accaduto in occasione dell’ultimo derby Roma-Lazio), il fatto “B” che tutti i poliziotti sono dei teppisti. Se così fosse, ha concluso impeccabilmente De Rossi, per coerenza dovremmo istituire rapidamente anche una “tessera del poliziotto”. Insomma, per una volta si è visto e sentito un calciatore che: 1) pensa con la propria testa; 2) pensa e argomenta in modo razionale; 3) si assume il rischio di pensare e ragionare pubblicamente in modo (relativamente) autonomo. Lo definiremmo un esempio “educativo”? Ciascuno giudichi da sé. Di certo non sembra molto educativo rimpoverare a qualcuno il fatto di aver pensato razionalmente e agito autonomamente. A meno che la “pedagogia reale” del nostro tempo non insegni a essere privi di senso critico, obbedienti e servili in ogni occasione.
Anche in questo caso, lo sport e, in particolare, il calcio funzionano come un potente vettore di una simile pedagogia. Una pedagogia paradossale fino al delirio, che tende a formare degli impavidi vincitori sul campo, ma che per il resto del tempo se ne devono stare buoni e sull’attenti, asserviti fino al punto di non poter mai usare pubblicamente il loro cervello.
Lettura consigliata: I. Kant, Risposta alla domanda “che cos’è l’Illuminismo?” (1784)
Giovedì, 20 Maggio 2010
Per combattere la crisi economica e ridare speranza ai cittadini, la giunta comunale di Šalčininkai, cittadina nel sud della Lituania, ha deciso di eleggere Gesù Cristo«re» del luogo. Un rappresentante onnipotente? «In periodo di crisi, il ruolo di Cristo diventa fondamentale - spiega Zdzislav Palevic, a sua volta sindaco “terreno” del villaggio. - Non solo nella vita privata delle persone, ma anche in quella politica e culturale».
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Domenica, 2 Maggio 2010
Avrei voluto scrivere questo post alternando parole ed immagini, ma la pigrizia e il poco tempo mi impone a restare per certi versi impantanato nella forma saggistica classica. Quali immagini? Quella di un uomo impiccato…suicidatosi nel proprio garage…perchè parlare di suicidio il 1 maggio, la festa del lavoro? la risposta è abbastanza semplice, basta inserire in google la parola suicidio e avrete la risposta. Non ho a disposizione statistiche certe, tuttavia nella mia distratta lettura di siti-web italiani mi capita almeno una volta alla settimana di leggere di un operaio, cassa-integrato, mobilitato, licenziato che annoda il cappio al collo e lascia penzolare nel vuoto il suo corpo. Mentre un tempo “il suicida” era un degenarato e la sua azione era una forma di rifiuto del sistema-mondo e dei suoi apparati di cattura-castrazione, oggi il suicida è una persona normale, che non presenta sintomi patologici, ed infatti spesso nella cronaca dell’evento si sottolinea e si qualifica “padre di famiglia”. Come dire ”la più normale della condizione”, quasi un modo per trascinarti dentro il suicidio, in quanto chi si ammazza non è il degenerato, colui che vive ai margini, il folle o il ribelle ma il tuo vicino, il tuo collega, il tuo compagno di banco, partito, associazione, squadra, in una parola il suicida è per certi versi un simulacro del sè. Durkheim aveva provato a stabilire una relazione tra i suicidi e il sistema sociale, mettendo in evidenza come nelle società moderne tale gesto dipenda dall’anomia, ossia dalla decadenza di un sistema normativo. Prendendo in prestito questa teoria si potrebbe affermare che i suicidi dei lavoratori rappresentano il lato oscuro della prassi neoliberale incentrata sulla precarizzazione del lavoro, flessibilità, capitale umano. Si potrebbe dire che c’è una sorta di resistenza, o meglio una costante vertigine difronte alla realtà anomica aperta dalle politiche del lavoro attuali. Questa attualità potrebbe da una parte declinarsi verso il classico modello della rivendicazione sindacale e quindi ri-affermare il diritto al lavoro. Tuttavia, ammesso e concesso che questo sia possibile, significherebbe in ogni caso , ancora una volta,fare del lavoro uno strumento del governo. Non mi sembra azzardato affermare che il modello flessibile neolibele sposta l’asse del governo dall’istituzione all’individuo, con la conseguenza che non sempre l’individuo riesce a governarsi. Dunque, siamo sicuri, ammesso e concesso sia possibile, che il riposizionamento dell’asse nell’istituzione sia la soluzione? Personalmente non ne sono affatto convinto. Da un altro punto di vista, è infatti possibile declinare la relazione tra suicidi e lavoro determinata dall’anomia liberale in maniera radicale, iniziando a pensare e vivere la possibilità di emanciparsi dalla forma-lavoro. Perchè sforzarsi di rianimare il cadavare e non lasciarlo putrefare e vedere cosa ne esce? Georges Bataille vedeva nella putrefazione l’energia più rigogliosa, in quanto solo grazie a tal processo di decomposizione divenivano possibili altre forme. Ci siamo per tanto tempo dedicati a salvare “il lavoro” e nella promessa di questa salvezza ci siamo lasciati governare, forse dovremmo rinunciare alla salvezza come idea di fondo e vedere cosa ne esce fuori dalle ricombinazioni sociali che la morte definitiva della forma-lavoro metterebbe in gioco.
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Giovedì, 22 Aprile 2010

Come si educa il talento di un campione ribelle
Le intemperanze di Balotelli, gli eccessi di Cassano, Maradona e Cantona. Quando i grandi calciatori rischiano di perdersi
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Come si evince da questo articolo di Gabriele Romagnoli, le società di normalizzazione sono un pettine che non cessa d’incepparsi nei suoi nodi pedagogici. Quasi con nostalgia l’autore ricorda i tempi in cui la stella, l’eroe, il genio, l’individuo eccezionale era atteso come un dio: “Occorreva attendere generazioni, il ricordo si tramandava, la profezia del successore era paragonabile all’attesa del Messia: un atto di fede, come tale non contornato da certezze…”. Ma a parte il fatto che sempre più spesso oggi i geni non nascono, o si rivelano terribilmente effimeri (domanda: è colpa della natura, che non li produce più, o della cultura, che non è più in grado di accogliere e coltivare questi doni della natura?), una volta che il dio è nato, tutto il problema è di trovargli un padre (un dio padre, evidentemente) che gli insegni le buone maniere: “Nel primo anno di Cassano alla Roma mister Capello, deciso a educarlo, fece sapere che, prima di farlo giocare, voleva insegnargli a stare a tavola. All’ennesimo pranzo in cui quello violava il divieto di uso del cellulare sbottò: ‘Smettila! Devi maturare e impegnarti! Il talento da solo non basta!’. E’ una banalità, eppure è la chiave di tutto…”. Tuttavia, l’autore, con un estremo guizzo dell’intelligenza, si rende conto che nemmeno Capello - definito “infallibile”, come un dio o come un papa - sarebbe potuto venire a capo del problema, perché il problema non può essere ridotto a una questione di educazione. Il problema è il materiale, non chi lo deve plasmare. Assolta la cultura (l’arte, la tecnica, la pedagogia nella fattispecie), eccoci risospinti potentemente verso il polo naturale: il probblema sono i mezzi-talenti, perché il talento integrale in un modo o nell’altro si afferma: “Il vero problema però è la misura di quel talento. La vera dannazione è averne, sì, ma un po’. Allora ti piaci, ma mai abbastanza. Sai di poter fare molto, ma non tutto. A ogni successo o elogio senti più vicino il momento in cui il bluff verrà scoperto. Il sospetto, mister Capello, è che il talento assoluto, da solo, basti eccome. Che gente come Maradona, Platini, Baggio avesse dentro di sé gli stessi demoni di Denilson, Cantona, Flachi, ma quando scendeva in campo a comandare non era la testa, fallace, erano i piedi, perfetti. Il talento assoluto è una dittatura che non ammette opposizione, almeno finché ha energia, non riesci a sprecarlo neppure volendo. Se lo fai vuol dire che ha incontrato il proprio limite o esaurito il proprio tempo. Zidane dà di testa in mondovisione alla fine, Balotelli subito: un motivo ci sarà. I talenti sprecati sono talenti limitati che nessuna educazione poteva spingere oltre”.
Ma scusi, signor Romagnoli, sballottati da una sponda all’altra del problema come vascelli nella tempesta, davvero abbiamo perso la bussola e non capiamo più: qual è il problema? Qual è il “suo” problema? Che non nascono più veri talenti, teste bacate e piedi perfetti come Maradona, e fa niente se poi si rivelano dei modelli diseducativi? O, al contrario, che non si riescono più a imbrigliare i talenti, facendone dei modelli altamente educativi? Sulle ali del talentuoso entusiasmo, lei sembra persino rimpiangere il fascino ribelle dei “vecchi” geni (ma Maradona non lo cita più, meglio non esagerare… nell’esagerazione): “Il punto è che gente come Best o Gigi Meroni rappresentava uno scarto, una controcultura, esprimeva la propria ribellione indicando stili e comportamenti alternativi. I loro eredi sono, anche, conformisti. Emettono il loro comunicato sdegnoso abbassando il finestrino di una Ferrari, risollevandolo in faccia alle repliche e sgommando via in una nuvola di fumo: ciò che molto spesso di loro rimarrà”. Tutti contenti allora, preghiamo dio che ci mandi un nuovo messia, sregolatezze comprese? Magari, almeno avremmo risolto la contraddizione. Difficile, invece, immaginare conclusione più contradditoria (ma, evidentemente, date le premesse, c’era da aspettarselo): “Best se n’è andato lasciando ai ragazzi un messaggio: “Non morite come me”. Sarà stato utile? O il fascino della sregolatezza batte ogni strategia educativa? Un piccolo segnale contrario: nella diatriba tra l’allenatore Del Neri e il calciatore Cassano un sondaggio ha rivelato che i tifosi stavano con il primo. Con il ragioniere, non con il trapezista. Perché il genio, quello vero, batte tutti rispettando le regole e non va mai in fuorigioco“ (ma non aveva appena fatto l’elogio del talento integrale, ribelle, anticoformista e sregolato?!). Ecco, alla fine il paradosso si fa virtù, e l’ideale che il signor Romagnoli ci propina è quello di un genio completamente domato, rispettoso delle regole, che sa stare al posto suo, che ha imparato in fondo a comportarsi come il ragionier… Fantozzi! Un super-normale, insomma, on connaît la chanson…
Invece d’invocare dèi e messia, la qual cosa potrebbe essere in sé poco educativa, consigliamo più semplicemente di vedere il film Gli Indìcredibili, una “normale” famiglia di supereroi: vi si trovano, infatti, i principi guida della delirante pedagogia della super-normalità caratteristica delle nostre società.
Mercoledì, 21 Aprile 2010
L’Aquila, schiaffo a Bertolaso. Negata la cittadinanza onoraria
La commissione Statuto del Comune dice no al riconoscimento: 14 voti contrari e solo due favorevoli
Niente cittadinanza onoraria per il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. A bocciare la proposta, presentata da 4 consiglieri d’opposizione, è stata la commissione Statuto e regolamenti del Comune. Un no arrivato al termine di un lungo e infuocato dibattito.
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