Archive for the Action30 - 1 category

Giovedì, 25 Febbraio 2010

C’è prestazione e prestazione

Da Repubblica.it :

Hjemleset, flop in staffetta. “E’ colpa dei film porno”

La Norvegia - che vanta i migliori fondisti del mondo - è arrivata seconda nella 4X10 km. Complice dell’oro mancato è stato il secondo staffettista, Odd-Bjoern Hjelmeset, 39 anni, che è andato troppo piano e si è giustificato così: “Penso di aver visto troppi film pornografici nelle ultime due settimane”

di GIACOMO TALIGNANI

“VANCOUVER - Niente oro? E’ colpa dei porno. I norvegesi - patiti dello sci di fondo - non ci crederanno, eppure è così. Se la squadra nazionale scandinava non è riuscita a primeggiare (ha vinto l’argento) nella gara di stafetta 4 X 10 km maschile, un motivo c’è. La spiegazione la fornisce lo stesso frazionista - quello accusato di una scarsa prova - dal complicato nome di Odd-Bjoern Hjelmeset: “Penso di aver visto troppi film pornografici nelle ultime due settimane” ha detto senza peli sulla lingua in conferenza stampa (continua qui).”

Martedì, 20 Ottobre 2009

Gad Lerner: “…risuonano, come negli anni Trenta..”

Dalla rubrica “L’infedele” di Gad Lerner presente sul mio giornale “femminile” preferito Vanity Fair; qui la versione elettronica dell’articolo:

Il piano di Berlusconi e quello di Bossi e Fini

Venerdì, 16 Ottobre 2009

Poveri ma belli (e puliti): politiche della buona forma

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Il caso del “servizio” Mediaset sul giudice Mesiano è un’ottima messa in scena del razzifascismo attuale. In effetti, quel che c’è di fascista in questa vicenda non è tanto il fatto di spiare la vita di un privato cittadino nei suoi atti più ordinari (passeggiata mattutina, sosta dal barbiere, lettura dei quotidiani sulla panchina di un parco ecc.: qui il video), quanto la tendenza a costruire mediaticamente il profilo di un uomo a partire da una serie di elementi che si potrebbe definire a buon diritto pop-razzisti: il Giudice fuma troppo e porta i calzini color turchese con mocassini bianchi. Quanto basta insomma a metterlo in ridicolo, insinuando in maniera sottile che egli, rispetto ai canoni estetico-salutisti dominanti, è in fondo uno “strano”, uno “stravagante”. Dalla “stranezza” all’”anormalità” il passo è breve, e la strada alla delegittimazione del personaggio è già bell’e tracciata.

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I nemici del nuovo fascismo, lo sappiamo bene, sono ben altra cosa rispetto a quelli del fascismo archeologico. Ma quel che è certo è che l’”estetica” continua a funzionare come uno dei meccanismi privilegiati del discorso fascista: l’estetica come disciplina della “buona forma”, ossia della messa in forma razzista di un corpo pulito (libero dal fumo) e gradevole allo sguardo (i calzini turchese e i mocassini bianchi sono out). Un caso analogo è quello dell’”incontro” tra Piero Ricca e il Ministro Mara Carfagna. Quest’ultima, dopo essere stata tampinata per chilometri dal tafano agitatore, riesce a liquidarlo facendogli notare che è un panzone e consigliandogli di usare un deodorante perché le sue ascelle puzzano (qui il video).

Reality-Wellness-Show !

V.

Venerdì, 9 Marzo 2007

Capitan America è morto

Posted in Action30 - 1, Supereroi e Supernormali by ultrakorp

ucciso da un cecchino. dopo 60 anni di onorato servizio…

anche questo colpa dell’11 settembre.

Fumetti: Tragedia in casa Marvel, Capitan America assassinato

7 marzo 2007 alle 20:55 — Fonte: repubblica.it

Un’altra tragedia colpisce la Marvel Comics.

Dopo le saghe che negli ultimi tre anni hanno ridisegnato l’universo della casa editrice di fumetti più ‘cool’ al mondo, sconvolgendo certezze pluridecennali, esce di scena il suo personaggio maggiormente rappresentativo, se non sul piano della popolarita’ certo su quello simbolico: Capitan America è morto! L’icona della II Guerra Mondiale è stato assassinato da un cecchino sulla scalinata del Palazzo di Giustizia di New York, dove ha sede la Corte Federale di Manhattan. Cap è stato dapprima colpito da un proiettile alla spalla, poi altri colpi lo hanno centrato al torace e all’addome.

Ricoverato d’urgenza al ‘Mercy Hospital’ della megalopoli, i medici non hanno potuto che constatare la morte dell’eroe piu’ longevo della Marvel. Quest’ultima, scandendo l’aggiornamento delle notizie come sui quotidiani ‘veri’, lo ha annunciato attraverso il proprio sito ufficiale in Internet, subito ripreso dai mass media del mondo reale. I lettori potranno seguire personalmente la vicenda sul numero 25 di ‘Captain America’, in edicola oggi negli Stati Uniti, quando in Italia sarà notte fonda. Se Cap non sarà resuscitato più avanti, come avvenne per esempio nel ‘93 con Superman a opera della Dc Comics, la morte lo avra’ colto alla veneranda età anagrafica di 89 anni, anche se quella editoriale va ridotta a circa 66, comunque ragguardevole.

leggete anche:

cnn.com/2007/SHOWBIZ/books/03/07/captain.america/

Martedì, 6 Marzo 2007

Dolci & Gabbati

Posted in Action30 - 1, Hi-Performance by Milingo

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Innanzitutto, per Alano: mi sono indebitamente “appropriato” della ridondanza, non avendo inteso o, forse, voluto intendere che si riferiva alle frasi sottolineate nel testo e poi, talvolta, riprese nei collages… Ma, per l’appunto, si tratta del solito lavoro di colla e, forse, di una didattica o, più precisamente, di una “didascalia” della colla che, come tale, è e resta discutibile. Dont acte. E Milingo, comunque, c’entra in questa scelta, finalizzata a rendere visibile la collosità del prodotto, il fluire e l’intrecciarsi, lo stratificarsi dei diversi flussi (testo, immagini, collages, citazioni di autori “terzi”…). E comunque Milingo si ostina, perché gli piace da morire - gli piace come morire, come una coazione a ripetere - continuare a scrivere sulle cose già scritte, a viariare su temi eternemente ripetuti (avrà forse a che fare con la “mitopoiesi” di Wu Ming e così torniamo al punto di partenza? Forse sì. Ma forse come un istinto di morte, come uno strano ”viva la morte!”). A entrare nel personale ci si scotta. Dont acte. Di nuovo, due volte. Diciamo che Milingo ha fatto un lapsus o quasi. Bene!

Per quanto riguarda il non entrare nel merito delle riflessioni e proposte sull’impaginato: da un lato vorrei che fossero discusse anche con Gramigna, Jarod e Ultrakorp; dall’altro ho sorvolato su tali questioni perché mi piaceva sfruttare l’occasione “pensante”. Ancora una questione di piacere personale, quindi. Merci bien! Comunque, ritengo che questo dibattito - sì, ceci c’est un debat! - vada messo nel posto che merita: non dico negli archivi della storia mondiale, ma sicuramente agli atti della nostra piccola avventura trentactionista. Dont acte, per la terza volta.

Ma veniamo all’oggi, continuiamo a seguire il corso dei pensieri sul filo dell’attualità (interessante “metamorfosi” di quello che potrebbe essere un lavoro redazionale, una volta passato e ripassato nel filtro attualizzante del blog). Avrete sicuramente setito della polemica suscitata da un manifesto pubblicitario di D&G apparso in Spagna (lo vedete sopra), fortemente criticato a causa del suo contenuto “maschilista / sadomaso /voyueristico ” (sic). Si dice che questa immagine - una donna costretta a terra da un uomo e trattenuta per i polsi mentre altri ragazzotti guardano a metà tra il divertito e l’annoiato - non sia sicuramente un “messaggio positivo”. Anzi, per dirla tutta: è un vero scandalo!

Ma i pubblicitari non sono dei perfetti coglioni, nel senso che almeno un interesse ce l’hanno (far vendere) e che sono, di conseguenza, inscritti in un quadro di razionalità, in una specifica strategia (il marketing). Sono proprio loro che ci insegnano a seguire il filo dell’attualità, ad aprire tutti i pori e respirare l’aria (lo spirito?) del tempo. O no? Mi spiegate a che cazzo gli serve tirare fuori in modo estemporaneo una scena di stupro? Una scena di stupro sì, d’accordo, ammettiamo che sia difficile non vederla in questo manifesto, ma perché “in modo estemporaneo”? Essere estemporanei, per dei pubblicitari, è una contraddizione in termini: o sono dei visionari, o non sanno che cosa fanno.

Lasciamo da parte gli estremi, e consideriamo il lavoro in questione come il prodotto di un pubblicitario medio. Non ci sarà niente di estemporaneo e noi, per capirci qualcosa, per cominciare a fare un piccolo sforzo analitico dovremo domandarci: qual è il piano di attualità sul quale si poggia e fa presa questa immagine di stupro per la campagna pubblicitaria di D&G? A me sembra di vederlo bene, forte e chiaro, questo piano di attualità. Lo abbiamo chiamato “hi-performance”, la più potente droga in commercio. Questo manifesto si limita ad adagiarsi sul paesaggio di oggi con un gesto in fondo abbastanza stanco, banale. E’ fatto per scomparire, piuttosto che per catturare l’attenzione; o meglio, è fatto per catturare l’attenzione, ma solo perché ritaglia un inquadratura nel paesaggio più familiare. Se volete, è un scheggia di vita quotidiana reinserita nel paesaggio quotidiano e che, in questo modo, produce un piccolo effetto di shock o di “scoperta”. Ma guarda un po’… Perciò, per chi abbia voglia di guardare la vita quotidiana con lo sguardo di un esploratore o di un etnografo, questo manifesto, e lo scandalo che ha prodotto, rappresentano un’occasione interessante.

Il paesaggio della performance-addiction ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, è un’onda folle nel deserto che avanza: c’è l’handicappato crocifisso per gioco in un paesino vicino Rimini per fotografarlo con il cellulare; c’è il carabiniere che mostra sul cellulare immagini porno scaricate da Internet a giovani musulmunani rinchiusi nel CPT di Lampedusa; ci sono i soldati americani che nella prigione di Abu Ghrahib torturano i prigionieri per fotografarli e poi portare in patria qualche souvenir di “come si trattano i nemici degli USA”; ci sono tutti i filmati-samizdat (cioè “fatti in proprio”, sempre con l’ausilio del personal-hi-tech) di ragazzi che riprendono le loro performance di scherzi, vessazioni, accoppiamenti sessuali e poi le fanno circolare su Internet; ci sono gli ultras che fanno le loro performance (non è forse questa la “verità” dello sport?) e non hanno nemmeno bisogno di riprenderle sapendo di essere visti da mille telecamere dentro e fuori gli stadi, ecc. ecc. ecc.

Il manifesto della campagna D&G mostra uno stupro (però potrebbe essere anche un accoppiamento consenziente, come quelli, scolastici e non, che oggi circolano in rete), ma in ogni caso non si tratta di uno stupro estemporeano. Al contrario, è la rappresentazione di secondo grado della cosa più banale e imperativa del mondo d’oggi: essere visibili e riconoscibili attraverso una performance qualsiasi. Per questo gli spettatori dello stupro sono a metà tra il divertito e l’annoiato: sono costretti a divertirsi dinanzi a uno spettacolo che non possono non vedere. Divertiti e annoiati, liberi e costretti, come davanti alla tv. Esperienza fin troppo quotidiana. Lo spettatore della performance del manifesto D&G è, indifferentemente, ognuno di noi. Tutti i giorni.

Allora, è lo scandalo che fa scandalo! Ma come, ce ne accorgiamo solo adesso? Ci accorgiamo solo adesso che è la nostra vita quotidiana è uno scandalo? Ci accorgiamo solo adesso che tutto il paesaggio di hi-performances nel quale siamo immersi come protagonisti-spettatori non trasmette dei ”messaggi positivi”? Diciamo, allora, che gridare allo scandalo per il manifesto in questione è un bel lapsus: volevamo forse dire che siamo tutti drogati di performance, e che queste performance corrono sul filo di nuove performanti tecnologie? Non fosse che per questo, il manifesto D&G è benvenuto. Lasciamo ad altri la responsabilità di dire che i lapsus non esistono. I lapsus esistono e sono anche fatti politici. Dont acte, per la quarta e ultima volta.

Stop the Performance!

Milingo dolce ma non gabbato

Venerdì, 2 Marzo 2007

Ceci n’est pas un article!

Posted in Action30 - 1, Dibattiti by Milingo

Ceci n’est pas un article!

In primo luogo perché, come si suol dire, una domanda viene spontanea: dov’è A30? Nelle cose che produciamo (siano esse in formato digitale o cartaceo) o nelle cose che diciamo (sul blog, in particolare in questo scambio di battute che sta “prendendo”, come si dice che prendono la neve o il ghiaccio, trasformandosi forse in una discussione)? Le cose che ci diciamo sul blog non sono, a loro volta, delle cose che produciamo, delle azioni, delle performance? E di che tipo sono? Stiamo forse “pensando”? Sorpresa, orrore! E’ proprio vero: c’è sempre il rischio del kitsch, o del naif, o del trash, o di tutte queste cose insieme. Ma, in questo caso, il rischio va a braccetto con l’ostinazione…

Ostinarsi a “pensare”? Che sopresa, che orrore, che schifo! Come diceva qualcuno, l’importante non è tanto che cosa si dice (che cosa si pensa), ma come lo si dice (come lo si pensa). Non credo di cavarmela con una citazione (non vi dico qual è la fonte, tanto le mie fonti sono limitate, o è quello o è quell’altro, o sono gli anni 60-70 o sono gli anni 20-30…); per la semplice ragione che la citazione non solo c’entra nel nostro problema (nel nostro ça), nel senso che vi occupa uno spazio abbastanza centrale, ma ci fa costantemente rientare nel problema dal quale vorremo evadere, se non altro in modo tangenziale. Voglio dire solo che questo tentativo di pensiero si sviuppa, almeno, tra due rive: da un lato le cose che stiamo facendo, dall’altro le cose che ci stiamo dicendo. Nel mezzo buchi neri e blob galattici…

Tutto ciò per dire che qui non saprei veramente come “gerarchizzare” i due piani. Nel senso che questo dibattito nel blog m’interessa, non tanto per il contributo che può dare alla realizzazione di futuri prodotti, ma per se stesso. Insomma, se il dibattito prende, ci sono fiocchi di bile, ghiacciai di cattiveria… Cazzo! Milingo è ridondante: che scoperta! che orrore! che felicità!

Quindi, ça joue.

1) La leggerezza del/per il lettore. Me ne fotto del lettore quando scrivo, come me ne fotto del discente quando mi capita di fare il professore. Il nocciolo della mia professione di scrittore o di professore, il punto lontano dal quale scrivo o professo è sempre l’azione di ricercare e/o di memorizzare le poche cose che ritengo importanti da ricercare e/o memorizzare. Allora, il problema (anche della ridondanza) si sposta e potrebbe essere posto nel modo seguente: questo ricercare/memorizzare sempre le stesse cose, il memorizzare di nuovo le stesse cose che la ricerca esplicita in modo diverso, ebbene, questa prassi produrrà degli “effetti” su di me e sugli altri? E di che tipo? A volte mi capita che i discenti prendano la parola per mandarmi, più o meno eufemisticamente, a fare in culo. L’alternativa è l’eterno blabla sulla democrazia. Invece, poche mosse fatte bene et c’est tout: a uno sportivo non si chiede altro, a un cinico nemmeno. Milingo dixit (una volta, à Strasbourg) a Monsieur MacIntost mentre ci si andava a mangiare un doner kebab: “Non si può fare filosofia senza amicizia; ma non si fa filosofia per amicizia!” (e mandò a puttane un neonato blob di ricerca extra-universitario, facendo incazzare nera Miss Avalanche). 

2) Che cos’è A30?! Ceci n’est pas une revue, ceci n’est pas une page, ceci n’est pas un article (attenzione…) ecc. ecc. Ma allora, justement, che cazzo è questo A30?! Tutto e niente? Doucement, s’il vous plait. Ciò che sto ricercando, ciò che sto cercando di memorizzare è semplicemente un gesto: ”non sono (non siamo?) come voi!”. Pochi giorni fa, ho scoperto una frase, anzi due. Non sempre gli hypomnemata sono tuoi, solo tuoi, tutti tuoi (problema della “citazione”: e sì, ci ritorniamo). Mais ce n’est pas grave, c’est ça, c’est bien! Ecco cosa scrivono Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo: c’è un tipo o polo paranoico-fascistizzante che dice “oui, je suis des votres, et de la classe et de la race supérieure”; e poi c’è un altro tipo o polo schizo-rivoluzionario che dice invece ”je ne suis pas des votres, je suis eternellement de la race inférieure, je suis une bete, un negre”. Per che cazzo mettiamo in copertina un piede o un paio di rospi in formalina che s’ingroppano ecc. ecc.? Perché questo rigore nel presentarci in società attraverso un repertorio di immagini Basse, Controcarismatiche e Nontrasponibili? Risposta: perché ci mettiamo la faccia e la faccia non dice altro che questo: “No, je ne suis pas de votres, je suis eternellement de la race inférieure, je suis une bete, un negre”, e questo: “No, io non sono solo spazzatura, per questo con la mia spazzatura io ti sfido!”. Qui c’è forse anche una risposta in accordo con quanto dice Alano a proposito delle proto(non)avanguardie in Francia e di Toulouse-Lautrec: l’importante è dove ti fai trovare, con chi mangi, con chi cammini, con chi ti fai vedere in giro, con chi ti allei e lotti… Base etica e politica del basso materialismo (i.e. del radicalismo etico e politico): partecipare eticamente al basso materialismo, allearsi politicamente con le forze insurrezionali del basso materialismo. Il ritorno degli uomini talpa… L’aristocrazia delle donne infami… 

3) La cultura popolare e le avanguardie. Personalmente, preferisco parlare di gente e classi dirigenti, ma il problema resta, il taglio resta. Dal mio punto di vista (basso-materialistico, Bataille + Foucault), oggi il conflitto di classe va ripensato come divisione tra la gente e le classi dirigenti. La qual cosa potrebbe sembrare meno radicale, perché c’è molta gente che è anche classe dirigente e allora tutto diventa grigio e si sbiadisce; ma potrebbe essere anche il contrario, perché in questo modo il duello si radicalizza e si generalizza: 1) perché il conflitto diventa etico (nel senso che entra nella mia forma di vita e non riesco più a tenere insieme - pacificamente - il mio essere gente e il mio essere classe dirigente: l’ethos come duello permanente); 2) perché la gente può dire “non siamo come voi” (anche se voi siete una classe dirigente di sinistra) e non siamo nemmeno “con voi, fino a prova contraria” (l’allenza politica come risultato e non come premessa). In fondo, il problema sta tutto qui e, nella sua disarmante semplicità, è molto, molto, troppo imbarazzante. Imbarazzante, però, solo fino al momento in cui non si sia accettata e assunta l’ipotesi che stiamo vivendo nuove forme di razzismo e di fascismo. Da questo momento in poi, la semplificazione diventa operativa come una freccia nell’arco o come i tre numeri che aprono la cassaforte. Ma veniamo al punto: abbiamo buttato nel cesso l’avanguardia, ok, benissimo, amen (per quanto mi riguarda, puzzano sempre troppo di teoria, di filosofia, di scienza, di verità, cioè di margherite e borotalco: una fregatura); ma coltiveremo per questo l’illusione della cultura popolare? Non lo dico tanto perché l’idea che il popolo sia in sé “buono” fa venire in mente il mito del “buon selvaggio” (ma che il popolo sia in sé buono, chi lo pensa?), quanto perché si pensa qualcosa di un po’ più sofisticato: si ritiene che, reinvestendo nella cultura popolare l’intelligenza che dal popolo nasce e si sviluppa, il popolo possa un giorno partorire, finalmente, una “buona classe dirigente” (che poi conciderebbe con il popolo stesso, ossia con la dissoluzione di una classe dirigente come istanza separata). L’idea, più o meno chiaramente espressa, di una nuova “fusione popolare” è una pericolosa illusione, un discorso da Uffici Ministeriali… della Rivoluzione. Perché, di fatto, oggi, mentre ci si fonde giosamente nella cultura popolare, e si vendono libri, e si coniano slogan, e si è creativi, e si sublima la cultura di massa, nel frattempo le classi dirigenti continuano a prodursi e a riprodursi nello stesso modo di sempre, nelle stesse scuole, nelle stesse università, con le stesse logiche istituzionali, con la stessa razionalità di potere (di governo). Iniziative come quelle di Wu Ming possono rendere più buono il popolo o, meglio, possono ridare al popolo ciò che è del popolo. Il problema è che le classi dirigenti (ossia le avanguardie “reali”, come si parla di socialismo reale) continuano a prodursi e a riprodursi nello stesso modo e come se nulla fosse. Continuare a pensare le classi dirigenti come un’isola che non c’è, o quasi, significa andarsene più o meno gioiosamente alla deriva, ovvero saltare sulla prima zattera di passaggio per ritrovarsi più o meno dolorosamente sull’isola delle classi dirigenti. Perché c’è sempre tempo per delle nuove classi dirigenti. O no? Per questo, riprendendo uno dei tormentoni di A30, diremmo: “non ci interessa un mondo senza classi dirigenti, ci interessano le classi dirigente che vanno all’aceto, che fanno il verme, le classi dirigenti bacate che possono diventare alleati della gente nel gioco storico e politico”. Non dico che iniziative come Wu Ming non siano importanti, al contrario; dico solo che, per evitare d’innescare pericolose spirali d’illusione collettiva (i rigurgiti religiosi non sono lontani, n’est-ce pas?) sarebbe altrettanto importante che, a fianco di queste iniziative, ce ne fossero altre che mirano ad avvelenare le fonti “accademiche” attraversio le quali le classi dirigenti si producono e riproducono. Uno dei profili di A30 potrebbe essere questo.

4) La citazione. Ebbene sì, citiamo, citiamo, anche se non citiamo con note a piè di pagina. Il quadernetto degli appunti, il prontuario dove si segnano le poche cose da ricordare (gli hypomnemata) per comportarsi di conseguenza, è l’antitesi dello zoccolo duro e autorevole della tradizione che consente di comportarsi altrimenti. In questa pratica della citazione memorizzante c’è sicuramente l’ossessione del “montaggio”, pensando in primo luogo a Benjamin e a Warburg…

Ceci n’est pas un article, mais peut-etre c’est du cinema, pourquoi pas?

Ma un cinema senza narrazione e senza illustrazione (sans scenario, dice Alano), un cinema come escrescenza di montaggi di montaggi, un cinema che parla della colla incollando, ebbene, questo cinema ci rimanda, non solo al tentativo pittorico di Francis Bacon, ma anche all’informe di Georges Bataille (tra i libri da mettere nel quaderno d’appunti c’è sicuramente L’informe di Bois-Krauss, in cui si parla, tra l’altro, di colla e di collage).

Milingo pensieroso

 

Venerdì, 2 Marzo 2007

PER UN GRAPHIC ESSAY IN PROGRESS ?

Posted in Action30 - 1, Dibattiti by alano

 

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Incastrati tra l’idea di un chaos e quella di un cosmos, gli Uomini hanno inventato il linguaggio, la legge, l’arte, il calcio, la letteratura, l’erotismo e la cucina… Però a dir la verità, si tratta ancora e sempre di una stessa cosa : (de)costruzione ! Meccano, Lego, Puzzle… E’ sufficiente guardare i bambini mentre giocando così seriamente, per convincersene no?

J’ai bien reçu les arguments et les contre-arguments de Milingo quant à la mise en pages de A30 0/1. Dont acte. Une fois de plus, s’agissant finalement d’un work in progress, d’un Zibaldone (?), tout est possible et tout devient divisible pour ne pas dire constructible / déconstructible ; ce qui revient au même non ? Et c’est vrai que ce n’est pas rien que de choisir une typographie, un ferrage à gauche ou à droite, un format, un cadrage etc. Je reconnais volontiers une réelle efficacité au projet, et je m’en réjouis ; il ne manquerait plus que ça ! Mais je persiste à croire que, parfois, il faut savoir mettre un peu de légereté dans nos propos d’essais ou de graphismes… Il me semble que les textes de Milingo sont assez denses pour ne pas être tenté par la redondance ? Sans vouloir faire de la rhétorique de bazar, si les phrases surlignées fonctionnent par rapport et par raccord au fameux fond-double-fond, on ne peut pas ne pas remarquer qu’elles le sont “en blanc”; et non pas en rouge écarlate ou vert véronèse… Je le répète : Il faut savoir faire, un minimum, confiance au lectorat potentiel, à la rive d’en face ! Face à la force radicale du projet, il faut peut-être laisser un peu de place à une faiblesse - non moins radicale - : Celle, précisément, du lecteur ; qui n’est pas blanche, mais grise, et parfois grisée… S’agissant de basse-politique, il me semble que c’est la moindre des choses non ? Mais de fait oui : ça se discute ! J’espère bien…
L’intérêt principal d’A30 résidant évidemment dans une hétérogénéité qui, plus que style ou machine, voudrait résolument faire corps, mais un corps qui la dépasse, qui dépasse le collectif en le laissant voguer vers l’horizon politique le plus vaste ( I have to make the world flesh, comme dit David Cronenberg !). Oui mais quel type de corps ? Un corps animal, végétal, virtuel ou numérique… Puisque nous aussi, nous sommes avant tout des lecteurs, pour le moment il s’agit donc de “faire face” à un corps bifrons, tissé de textes et d’images, de papier et de pixels. Une morphologie graphique de l’essai qui, de fait, nous pousse un peu plus vers les limites tout en ayant la qualité principale de mettre à distances égales l’essai “classique” et de la revue “alternative”. Ceci n’est pas une revue ! Ceci n’est pas un essai ! Ceci n’est pas du théâtre ni du cinéma, etc. Mais alors mon brave : Qu’est-ce que c’est que ça : Action 30 ? Du shit à fumer par les yeux ou quoi ? Eh ! Justement : C’est du ça ! C’est de la question en barre ou, plus exactement, du questionnement. Un super “work in progress”.
Il n’y a pas de hasard, ou si peu ? Action 30 est aussi enfant d’internet. Et c’est bien internet, le réseau horizontal, le super-rhyzome, les mille et un plateaux qui lui conviennent peut-être le mieux. Internet est cet outil méta-mass -média dont la forme molle peut tout contenir, tout combiner. Alors est-il est là, le fameux couple mutant Avant-garde / Culture-populaire ? Là sous nos yeux et sous nos doigts ? Pour autant ce n’est pas une raison suffisante pour ne pas le chercher ailleurs. On voit bien avec l’aventure Luther Blissett / Wu Ming, que les supports font questions. Que tour à tour il suggère, suscite ou engendre des réponses qui sont autant de bifurcations, d’aventures intellectuelles et de formes… On prend, on lâche, on saisait et on renonce. Sur internet, on peut dériver parmi questions et réponses jusqu’à faire des révolutions complètes. Maille après maille, le réseau, le tissu, l’hypertexte finissent parfois créer des problèmes, des formes, des trouées spatio temporelles dont il nous revient de se saisir. On ne peut pas que se laisser aller. La preuve : Wu Ming produit des romans et donc du papier ; et c’est ainsi que Gutenberg est grand. Comme disait Mallarmé, tout dans le monde “semble fait pour aboutir à un livre”. De toutes les façons, il s’agit encore et toujours de trouver des problèmes. Quel est ce récit numérique auquel nous semblons être contraints ? Et pour paraphraser Georges Bataille (amen) : Comment orienter l’effort par lequel il se développerait, se renouvellerait, ou mieux se perpétuerait ? S’agissant par exemple de la mythopoïesis, il me semble nettement plus pertinent en matière littéraire ou plastique qu’en matière d’essai politique ? Que je sache, nous ne lisons ni n’écrivons plus les livres en samizdat ; sous le manteau ? La démocratie permet le regroupement collectif, l’esprit d’équipe, de lobby, et la contre-attaque… Si signer de son nom peut toujours envoyer en prison, jusqu’ici on peut encore écrire et publier pratiquement tout ce qu’on veut en Occident. Mais à une telle position, il faut indiquer du doigt le nécessaire contrepoint du concept burlesque d’arroseur arrosé. On ne peut que s’étonner de voir les Wu Ming “atteints” dans leur chair virtuelle, par de vulgaires erreurs ou errements de lecture - certes, plus ou moins bien intentionnés - concernant leurs actions ou leurs Å“uvres ? Comment peuvent-ils se plaindre d’être mal compris, trahis, voire manipulé par les divers acteurs de la Media Sphère, alors que manipulation et déconstruction du système forment leur propre fond de commerce et de communication avec le monde ? Comme quoi on peut être très mâlin et très naïf à la fois ; ce qui, d’ailleurs, aurait tendance à nous les rendre encore plus sympathiques. La surinterprétation et la désinformation font partie intégrante du jeu, ou alors je n’ai rien compris. Mais on atteint peut-être ici une des limites de la mythopoïesie non ? Sa construction, aussi habile soit-elle, est de fait à la merci du moindre ciron informatique ou autre. Il n’y a qu’à observer son exact opposé pour s’en convaincre : L’Ancien et le Nouveau Testaments, le Coran, les Haddiths du Prophète, ou le divin Homère… auxquels, depuis des lustres, on tente de faire tout dire et son contraire. Chaque année, quelque part dans le monde, sort un livre expliquant que Shakespeare ou Thomas Pynchon n’ont jamais existés, et qu’ils ne sont en réalité qu’un vague collectif d’auteurs ! (En passant, je signale qu’il y en a un, au moins, qui a réussi son coup : Le poète-marcheur Basho qui, sous ce nom d’arbre, regroupait les travaux de ses disciples, comme jadis les peintres et sculpteurs de la Renaissance. L’arbre étant un bananier, et non un plaqueminier comme le propose wikipédia ! Personne n’est parfait) Mais l’affaire Blissett / Wu Ming demeure très fertile de questions et d’enseignements. De problèmes soulevés comme des ballons dirigeables. L’idée de textes mis en ligne, modifiables à l’envi tout en gardant toujours “toutes” leurs versions accessibles et surtout libres de droit est un concept qui colle parfaitement à leur projet et, probablement à ceux d’Action 30. Bien plus que par son contenu, une telle démarche, en court-circuitant ostensiblement le marché, paraît se poser en plein cÅ“ur de la prolblématique arts populaires et avant-gardes.
J’avoue pour ma part avoir été très frappé par la vision “en ligne” du projet d’A30 0/1, par l’efficience de cette lecture double. En faisant défiler en bas de l’écran les doubles-pages, je me disais : Voilà ! C’est comme ça que le fascicule papier devrait aussi se présenter à nous ? Pourquoi l’exemplaire “physique” ne peut-il pas se déployer, se déplier ainsi de manière horizontale comme un volumen virtuel ? Oubliant un instant le problème - capital - du coût, on peut rêver d’un exemplaire papier d’A30 se dépliant comme un éventail, et où chaque page révélerait l’image et le texte en gardant les précédentes en continu sur la gauche ; source et rivière en même temps. Une drôle d’idée non ? Dans les expériences des Wu Ming et de A30, couve le fantôme d’en venir un jour à n’être plus que colle. Un papier collant, un site, un blog collant ou autocollant sur lequel tout le monde pourrait venir scotcher son texte, sa citation, sa critique, son dessin, son image, son jpeg comme sur un mur, un panneau publique d’affichage… Bref, en poussant à bout une telle idée, on pourrait presque dire que chaque auteur devrait laisser, dans son texte ou son image, un espace vierge symbolisant la critique et le work in progress ? Une posture difficilement tenable, un peu comique, d’autant plus que l’on retrouverait ici le problème du texte “en lambeaux” dont parle Milingo. À ce propos, on pourrait peut-être réfléchir à une mise en pages bipolaire diffrente de celle encore très classique d’A30. En effet, en mettant en tête le texte, puis une série de collages, puis un dessin, puis une B.D puis un texte, etc. Nous nous trouvons confrontés, malgré nous, à un système de hiérarchie des matériaux, comme ailleurs on parle de hiérarchie de l’information. Il faudrait peut-être se pencher sur un façon autonome de mettre en place les divers éléments. Dans les images et dessins, y-en a-t-il qui pourraient par exemple s’encastrer facilement dans le corps du texte sans pour autant le mutiler ? On peut imaginer par exemple une alternance texte/image et haut/bas sur chaque page ? Ou encore des images systématiquement placées en haut ou en bas, et le texte courrant à l’opposé ? Bref, Il faut penser ? Milingo a raison de remarquer que cela ne pose aucun problème avec les collages qui, “par nature”, sont des coupures et des confrontations sauvages… Avec le fond d’écran “mur”, “pierre” ou “macadam” on pourrait tout aussi bien proposer un fond d’écran couleur de colle, de mur “encollée”, prêt à l’affichage des textes et des images ? Et s’agissant de colle, j’associerai volontiers un autre -rri à Alberto Burri : Daniel Spoerri. Les déchets de la société de consommation sont le meilleur exemple de croisée des chemins entre l’art et le sociétal et, ce faisant, de l’avant-garde et de la culture populaire ? Mais n’étant ni philosophe ni plasticien, j’avoue avec les Wu Ming que je ne reconnais guère à l’Avant-garde que des vertus militaires et, de ce fait, d’un état d’esprit dont l’étroitesse confine au mutisme. L’avant-garde d’aujourd’hui sera toujours l’arrière-garde de demain non ? Vérité en deçà des Pyrrénnées, erreur au delà ! Avant-garde ici, Arrière-garde là ! C’est tout de même toujours une toute petite avant-garde que notre Avant-garde ? D’un point de vue internationaliste s’entend. C’est-à-dire que c’est quoi en définitive, l’avant-garde en Mongolie Extérieure ? C’est quoi et c’est qui l’avant-garde chez les Rutènes, les Iakmouls, les Druzes, les Danakils ou les Corses du Sud… On ne sait pas. Personne ne sait. Par contre, on peut assez facilement savoir ce qu’est telle ou telle culture populaire. Si l’on se réfère historiquement aux prodromes de l’avant-garde en France - pour faire simple, entre les deux guerres 1870/1918 -, il est assez frappant de constater combien, de fait, elle est liée de manière consubstantielle aux Arts populaires. Qu’il s’agisse de la période Montmartre d’abord ou de la période Montparnasse ensuite, on voit bien comment les acteurs des divers mouvements avant-gardistes passaient leurs temps dans les bars, les cabarets, les cirques les théâtres et les bordels. Partout où il y avait du monde, de l’agitation, de la danse, de l’alcool, des marlous et des femmes légères il y avait aussi des modèles et, dans la foulée des Å“uvres en germe. Leurs corps écrivaient tout dans l’instant. Pas besoin de manifestes donc ! Pas besoin de maîtres à penser ou de papes autoproclamés ! L’art étant quasiment dans la rue, la rue se retrouvait aussitôt dans l’art. Mais où est donc la politique là-dedans me direz-vous ? Probablement dans ce positionnement, dans cette politique de la proximité ressortissant au choix de leurs figures et modèles. Le choix d’habiter, de manger, d’aimer là et pas ailleurs ? Que l’on songe simplement aux Å“uvres de Van gogh, de Gauguin, de Zola, de Baudelaire de Renoir ou de Charles Cros… Figure bataillenne de l’excès avant l’heure, loin du romantisme de pacotille et des coteries grand-bourgeoises l’exemple le plus criant demeure ici celui d’Henri de Toulouse-Lautrec ; nabot aristocrate, novateur et bon vivant, passant tout son temps et tout son argent à peindre des chanteuses, des danseuses, des prostituées et parfois une clownesse chinoise…
À sa manière, Marcel Duchamp a radicalisé le problème avec ses Ready Made (urinoir, roue de vélo, porte-bouteilles, etc.) Sans aller jusqu’à dire comme Jean Clair que Duchamp est un artiste du XIX ème siècle, tel Van Gogh - qui voulait exposer ses tableaux dans les cafés d’Arles - Duchamp pose, entre autres, la question de la limite ; à savoir comment faire pour qu’une Å“uvre “ne soit pas d’art”(Entretiens avec Georges Charbonnier). Plus près de nous, l’Art brut, l’Arte povera et d’autres ont tenté de semblables gestes. Aussitôt repris par l’économie de marché, les cimaises et les musées eurent tôt fait de les éloigner du pavé. Il n’y a qu’à voir ce qu’a pu devenir un Ben par exemple, naguère contempteur de notre société de consommation, se caricaturant lui-même en faisant désormais proliférer son paraphe ici pour une banque, là un disquaire, une communauté de communes ou de fabriquants de choucroute en boîte… L’avant-garde récupérée par le marché, serait donc le plus court chemin pour devenir populaire ? Sans éthique oui, c’est possible. Reste la vaste entreprise d’Andy Wahrol et de la Factory, sa réinterprétation de l’art icônique orthodoxe à travers le système rock & rollien new-yorkais ou artistico-industriel holywoodien. Hollywood, Bollywood, Cinecita, Boulogne etc. Il gît peut-être là notre syndrome ? Car Action 30 n’est pas non plus du cinéma. Malgré une tendance récente au nivellement par le bas de la scénarisation à outrance du cinéma contemporain, il semblerait bien qu’au cours du XXème siècle, le véritable cocktail Culture-Pop / Avant-garde, ce soit là qu’il ait été plus souvent qu’ailleurs ; chez Pasolini, Godard, Fassbinder, Eustache, Kubrik, Oshima, Resnais, Cronenberg, Pialat, Lynch, Carax, Almodovar, Kiarostami, Kitano, etc. En raison d’un comparatif Masse-Recherche avantageux - d’un coéficient élevé “d’Avant-Pop” comme dirait les Wu Ming -, le cinéma, cet art total, aura souvent réussi le mélange. Avec l’avénement d’internet et de la sphère numérique, le cinéma pirate et les films faits à la maison ont probablement de beaux jours devant eux. En face des Block-Busters, une sorte d’avant-garde domestique et des films-samizdat ? À voir…
Mais, au fait ! La réflexion de Milingo ne s’articule-t-elle pas autour d’un film, fut-il d’animation ? Bref, l’idée peut sembler ridicule mais qui, de nos jours, jurerait que Wagner, Goethe, Rimbaud, Van Gogh ou Leopardi ne feraient pas aussi, voire surtout, du cinéma ? Et pourquoi pas directement sur internet ? Vaste débat non ?

Venins & Baisers,
Alano.

Giovedì, 22 Febbraio 2007

Samizdat…

Posted in Action30 - 1, Dibattiti by Milingo

L’idea è affascinante, forse troppo, giocare a fare i dissidenti… Non basterrebbe entrare nella grande famiglia delle contro-condotte? Ma, per entrarvi, bisognerebbe rinunciare un po’ al nome, ossia guadagnare un po’ di anonimato (e qui torna Wu Ming, che potrebbe però diventare anche un grande marketing del nome… ça se dicute).

Comunque, il termine SAMIZDAT piace (chi cita più in russo?) e anche il suo senso (”edito in proprio”) e la sua storia (che trovate al seguente indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Samizdat)

Per venire, brevemente, alle riflessioni di Alano sull’impaginato di Action 30 0/1.

La trovata, a mio avviso brillante (ça marche, ça fonctionne, donc ça fait machine… pardon, sto sfogliando l’Anti-Edipo), di stagliare il testo su un fondo di vecchio materiale cartaceo, risponde, sempre a mio avviso, a una duplice esigenza:

1) scollare letteralmente la scrittura saggistica dal fondo neutro che è, al tempo stesso, presupposto e rappresentazione della sua “scientificità” o, più in generale, della sua pretesa di  “verità”; la pagina bianca sulla quale continua ad essere presentata la scrittura saggistica è, da questo punto di vista, un non-supporto, la sua funzione è rendere il più possibile “trasparente” il rapporto tra scrittura e senso, “immediato” il rapporto tra chi scrive e chi legge; la scrittura saggistica - filosofica, scientifica (anche letteraria, certo, ma la letteratura ama e sa contaminarsi, vedi il fiorente mercato graphic novel) - continua a darsi come qualcosa di “oggettivo”; in fondo, si tratta sempre, non di una scrittura che si scrive sulla pagina bianca per essere letta, ma di una scrittura che si scrive direttamente sul bianco della mente per essere appresa attraverso un puro atto di intellezione; per la stessa ragione - può sembrare banale, ma non lo è affatto - il cosiddetto apparato critico, ossia le note a pie’ di pagina, è stato sacrificato; ma rinunciare all’autorità e alla legittimatà dei riferimenti critici significa mutilarsi, o meglio, significa operare un piccolo gesto di automutilazione sacrificale (perciò rinunciare alle note a pie’ di pagina non è mai banale); infatti, per la scrittura saggistica, il vero supporto non è la pagina bianca, ma l’intero corpus di testi (autrement dit, la “tradizione”) attraverso i quali ci si autorizza a proferire un discorso vero; doppio gesto, quindi: scollare la scrittura saggistica dal supporto “ideologico” della pagina bianca, per restituirle un po’ di opacità; strappare la scrittura saggistica al supporto “reale” della tradizione, per restituirle un po’ di radicalità.

2) dunque: stagliare la scrittura saggistica su un supporto “visibile”; raddoppiare la pagina bianca con una seconda pagina che si sovrappone alla prima senza mai coincidere completamente con essa; una pagina che, in qualche modo, si dà come tale, ossia come la “materialità” di un supporto (affermare, in fondo, con un gesto operativo, che ”ceci n’est pas une page!”); ebbene tutto ciò significa resistere in qualche modo alla neutralizzazione filosofica o scientifica della scrittura saggistica e cominciare a muoversi performativamente nella direzione di una radicalità etica e politica (Action 30). A questo punto, però, si pone un problema, ed è questa la seconda esigenza a cui la soluzione proposta da DFD ha cercato di rispondere. D’accordo, proviamo a rompere il format tradizionale o accademico della scrittura saggistica: come facciamo a presentarla in modo tale che si connetta orizzontalmente con gli altri flussi (iconografici, citazionistici ecc.) che attraversano la pagina, senza che la la pagina stessa vada in brandelli? L’esigenza era quella di creare un “tessuto” grafico che tenesse insieme il tutto (senza perdere troppo né in specificità né in eterogeneità): dalle elucubrazioni saggistiche a quelle fumettistiche, passando per la forza bruta, fattuale delle immagini fotografiche. Non è un caso, anzi è fortemente significativo, che un grosso aiuto alla tessitura di tale tessuto sia stato offerto proprio dai “collages”. Come dire, bisogna lavorare di colla: sta a noi interpretare l’arte della colla, migliorarne la performance, la cui posta in gioco si trova probabilmente nel problematico punto d’intersezione tra l’assemblaggio di contenuti (l’escrescenza di senso) e l’accumulazione informe della colla stessa (l’escrescenza come non senso).

Il raddoppiamento della pagina bianca attraverso la sovrapposizione di vecchie pagine scansionate (ancora il “fatto” fotografico) alla fine funziona, nel senso che riesce a incollare il tutto. Molti, come lo stesso Alano, lo ammettono, sottolineando anche che c’è stato un “salto” rispetto ad Action 30/0. Per me è ragione sufficiente per serializzare il ciclo della Croce della normalità (ritorno sulla serializzazione). Tuttavia, ed è questo che vorrei dire ad Alano, l’aspetto “vintage” della prima uscita di A30 è il più contingente rispetto al discorso che ho cercato di sviluppare e non va caricato di sensi “ultimi”. Il nocciolo della questione è il progetto Graphic Essays e le sue possibilità operative (la qual cosa ci introduce direttamente al dibattito sul rapporto tra avanguardie e popular culture, che potremmo sviluppare a partire dalle cose fatte e dette da Wu Ming).

Infatti, a proposito di serializzazione “discontinua” del ciclo di A30, si pensa già a come realizzare, nella seconda uscita, il raddoppiamento opacizzante e radicalizzante della pagina bianca su cui scrivere/inscrivere il testo (se volete, su come operare il divenire informe della scrittura saggistica). Jarod proponeva di lavorare su pagine-muri (scrostati, tappezzati, sgranati ecc.): la qual cosa potrebbe incollare bene, ma, al tempo stesso, ribadire l’aspetto vintage del primo numero. Il sottoscritto pensa anche a materiali plastici, plastiche bruciate alla Burri (se ci pensate, i materiali che fanno il tessuto del nostro blog sono un muro e una macchia di ruggine che ricorda i lavori di Burri), oppure pelli umane-animali: potrebbe andare meno nella direzione del vintage e più in quella dell’informe (sempre che le due cose si escludano), resta, però, sempre da vedere se l’effetto tiene oppure no, se la macchina funziona oppure no. Il dibattito è aperto, la ricerca pure.

Infine, rispetto alla proposta di creare delle “finistre” che, dal testo base, aprano su altri testi, ribadisco e specifico la proposta avanzata in una mail di servizio, sulla scorta di quanto fatto da Wu Ming. Potenziando il dispositivo del nostro sito, potremmo usare il testo base, oppure l’intero fascicolo di A30, come una sorta di “open source”: chiunque può trasformare una parola, un concetto, un’immagine ecc. in un link che apre una nuova pagina dove la ricerca prosegue in altre direzioni, e così via di seguito…

Milingo scompaginato

Mercoledì, 21 Febbraio 2007

TESTIMONE OCULARE

Posted in Action30 - 1, Dibattiti by alano

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Auguri agli actionisti di DFD per l’impaginazione del numero coccodrillo, però…

J’aime beaucoup les photo-montages schizophréniques de Jarod et son “côté obscure de la force”. La lumière vient toujours de l’ombre non ? Sans parler du physique Ramarro d’Ultrakorp, toujours aussi cinglant et sanglant… L’idée des phrases “surlignées” est très juste, et très efficace. C’est un peu comme si on volait des choses au texte lui-même, comme si ces extraits étaient scotchées puis arrachées ? Greffes et contre-greffes organiques des textes ? C’est une idée à garder, voire à développer me semble-t-il. Je pense à des encadrés, format certes plus journalistique, mais qui pourrait servir de contrepoint. Par exemple en ce qui concerne les “beautiful enemies”, il pourrait y avoir des exempla de “Haute-Politique”, autres que ceux distillés par Milingo ?
Cela n’étonnera personne qu’il y ait dans cette mise en page comme un air des années 60/70 non ? Personnellement, ça me rappelle aussi le côté anti-conformiste des revues et manifestes Dada et surtout Situationistes ; qui, à leur manière, furent aussi des dadaistes. Bref, c’est vrai que dans le genre qui nous plait et nous intéresse ici, tout est permis, tout est envisageable, et donc “tout se divise”… Si l’on n’est pas un livre, si l’on n’est pas une revue alors, oui : Tout est possible.
Comme il n’y a pas loin du jeu à la joie, ni de la joie à la jouissance, plus il y a de pages plus il y a de travail et donc, plus il y a de plaisir. Comme on dit de ce côté des Alpes : C’est de la belle ouvrage ! Dont acte. Mais justement, c’est peut-être un peu trop beau ? Comment dire, beau à force de ne pas vouloir l’être. Notamment l’exemple du papier “ancien” choisi, qui fait vieux document, qui fait archive, et voudrait mettre en relation direct/indirecte A30 et les années 30 me paraît critiquable, en ce qu’il vient réifier les sources des textes dans leur matière même. Si effectivement “ça marche”, une telle approche performative risque d’apparaître comme un peu abusive ; trop puissante en vérité. Les éléments d’A30, bien que perlées de batailles anciennes, ne sont-ils pas “résolument modernes” comme dit l’autre ? Nul doute que l’on puisse et qu’il faille envisager une mise en deuil de certains fragments des années 2000 sous le voile sombre des années 30. C’est notre raison d’être non ? Mais le choix de ce papier me semble précisément faire le deuil de ce deuil, et c’est bien là ce qui me gêne. A part cela tout me plait bien, mais le problème c’est que ce “tout” est précisément mis en pages sur ce papier. On ne badine pas avec l’imprimerie. C’est un détail j’en suis conscient, et même un petit détail mais, comme disait Aby Warburg : Les détails ne sont-ils pas des Dieux ? La redondance poétique de la forme et du fond faisant ici figure de rasoir d’Ockham c’est comme - si vous voyez ce que je veux dire-, faire un cadeau en laissant le prix sur l’emballage… Quand même, il faut un peu faire confiance au lecteur non. J’ajoute que selon moi, le medium ne doit pas être le message.
Avec ce papier et cette mise en pages dactylographiée, un peu pirate, un peu samizdat, et en cela très réussie, il me semble qu’il faille aussi se méfier d’un style quelque peu “testamentaire”, courant de ce fait le risque d’une certaine kitschification. Mais il est vrai que là, je suis en pleine contradiction avec moi-même puisque mes goûts me portent volontiers vers le kitsch ; vers la gondole en plastique au dessus de la télévision, vers les figurines Panini et les photos de famille transies sous des cadres versicolores, etc. En conséquense de quoi, je retire donc tout ce que je viens de dire… Salut et fraternité à tous.

 

Martedì, 20 Febbraio 2007

superneocon

 

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Invito tutti gli actionisti a leggere l’ultimo numero di Limes, rivista italiana di geopolitica, “L’America in panne”. In particolare, a pag199, l’ interessante articolo di Sebastiano Contrari, “Il fumetto USA:i supereroi della superpotenza”. Interessante soprattutto per la parte finale (quella storica, aggiunge poco e sembra un po’ generica) in cui fa una disamina della serie Ultimates della Marvel proponendone una lettura neocon e, per contro, le nuove produzioni egiziane o kuwaitiane in materia supereroica.

Illuminante in senso actionista, il parallelo rimarcato tra gli Ultimates post-11/9 e il Capitan America, primo supereroe bandiera a combattere i Nazisti in pieni anni Quaranta: gli anni Trenta erano alle sue spalle come alle nostre comincia ad essere l’Undici Settembre.

Ultrakorp